Il blog come metafora

giovedì, dicembre 06, 2018


Permettete? Scusate se mi intrometto nelle vostre giornate con una ricetta troppo semplice e un discorso molto noioso. Deve essere colpa di quella mia tendenza a farmi dei nemici che mi accompagna, come una sorta di destino cinico e baro, dalla nascita.
Ma penso che, considerata la mia età e il fatto che, a cagione di  quella, navigo in questo web-mare ormai da una ventina d'anni, avendo attraversato con apparente disinvoltura l'era dei forum, quella dei blog e quella dei social, io possa considerarmi autorizzata a parlarne con una certa cognizione di causa.
Come nascono i blog? Come emblema della spontaneità. Uno strumento innovativo, a disposizione di tutti, per condividere pensieri e idee, opinioni, passatempi, conoscenze, tecniche, fissazioni, manie, stupidaggini; per stimolare su tutte queste cose la discussione e persino per far sorgere movimenti e iniziative. Si arriva a questo (cito da Wikipedia): "Tra il 2002 e il 2007 i blog godono di un periodo di grande fortuna comunicativa, addirittura di sopravvalutazione perché ritenuti fortemente rivoluzionari dal punto di vista della comunicazione e dei rapporti sociali".
Ora.
Va bene, facciamoci una ragione del fatto che praticamente la discussione non esiste più. Si è spostata sui social, trasformandosi, nella maggior parte dei casi, in rissa e guerra senza quartiere.
Ma poi, evviva e caspita, è arrivata la cosiddetta professionalizzazione.
E cosa sarebbe?
Sarebbe il fatto che gli amatori di questo e di quello hanno incominciato a trasformarsi da semplici appassionati in operatori della comunicazione che inizialmente hanno fondato il loro rapporto con le aziende sullo scambio merce - post per poi, in alcuni casi, farsi invece retribuire dalle aziende medesime.
C'è qualcosa di male? Macché, purché la differenza tra un post sponsorizzato e uno che non lo è sia evidente al lettore. 
E allora chiudiamo qui il discorso, andate in pace, vi benedico, torniamo alle cose serie. No, un momento.
Con la professionalizzazione, la spontaneità e con essa la carica rivoluzionaria se ne sono andate a quel paese. E va bene, ci faremo una ragione anche di questo, vero? Perché ne abbiamo guadagnato in altre cose: in professionalità, appunto. Ed eccolo, il problema.
Da un professionista, a conti fatti, ci si aspetterebbe almeno che: 
- abbia padronanza della lingua italiana. Al produttore di dadi da brodo sarà pure indifferente che la sintassi sia quantomeno creativa e l'ortografia ballerina, ma chi vuole fare della scrittura una professione, qualunque professione, ha il dovere di essere corretto e accurato. 
- Offra contenuti di qualità. Certe volte non soltanto la qualità è del tutto assente, ma è assente persino qualsiasi contenuto che possa definirsi tale. No, il comunicato stampa scopiazzato NON è un contenuto.  Nemmeno la foto di te che annusi un fiore in mezzo a un prato (con scollatura adeguata), accompagnata dalla scritta "Magnifica giornata. Grazie alla Mortadella Maiala per avermi portata in questo posto meraviglioso", lo è.
- Conservi quel minimo sindacale di etica che lo dissuada dal pubblicare lodi e peana per il ristoratore che il giorno prima gli ha causato un attacco emetico, anche se ha pranzato da lui gratis. Consigliare a tutti quelli che ti leggono di beccarsi un'enterite non è bello. Neanche mandarli a farsi salassare per uno spaghetto scotto col pomodoro del discount è bello. 
- Si preoccupi di imparare delle cose, di acquisire competenze. Questo fa un professionista. Se ignori la differenza tra un ingrediente e l'altro, se ti possono spacciare cocci di bottiglia per diamanti, se per te una mozzarella con la consistenza della pappina non necessariamente ha un difetto e un filetto cotto fino alla morte magari è una scelta del cuoco, studi. Ti informi. Segui dei corsi. Leggi. Non elargisci pareri come perle scopiazzando il linguaggio dei critici gastronomici. E, cacchio, metti mano alla tasca e vai al ristorante, in quei ristoranti in cui non ti inviteranno mai a mangiare gratis solo per ottenere da te una foto sovraesposta su Instagram, uno sdilinquimento del genere "esperienza gastronomica della vita" su Facebook, un tweet in ginocchio.
Insomma, se prima, in tempi di spontaneismo, vi poteva capitare di provare una ricetta totalmente sballata o un ristorante dalla cucina imbarazzante perché magari il blogger nel quale avevate riposto la vostra fiducia era abituato a mangiare topi morti, ora può capitarvi invece la medesima cosa, ma perché il blogger in questione è stato reclutato dal produttore di fetenzie o dal ristoratore cialtrone. Non escludendo con ciò la possibilità che sia anche abituato a mangiare topi morti.
Tutto ciò è male? È bene? Sto giudicando? Sto solo esponendo?
Sto giudicando, sì, non ho certo paura di dirlo.
È il bello dello spontaneismo: non mi alieno alcuno sponsor scrivendo esattamente ciò che penso. Il lettore eventuale può decidere che gli sto sulle scatole con giusta ragione e con la certezza che, almeno, sono proprio io, con questa faccia e queste parole, a stargli sulle scatole. Si chiama libertà: la mia, la sua.
E io, scusate, tengo la libertà in gran pregio.
(E il titolo del post? Che c'entra? Non c'entra ma c'entra, come direbbe Nanni Moretti: la situazione dei blog a me pare una perfetta metafora dei tempi che corrono. Mala, mala, mala tempora.)

Flan di carote con sablé al parmigiano

(Da due ricette de "Le grand cours de cuisine Ferrandi: L'école française de gastronomie", edizioni Hachette, con qualche aggiunta)

Quelli in foto sono in versione finger food. Nulla vieta di farli in formato più grande e servirli come antipasto.

Per la sablé:
150 g di farina
75 g di burro
75 g di parmigiano
1 tuorlo
sale

Setacciare la farina, aggiungervi il burro freddo a dadini e lavorare con la punta delle dita per ottenere una consistenza sabbiosa. Aggiungere il parmigiano grattugiato, il sale, il tuorlo e impastare finché la pasta non è omogenea, utilizzando, se necessario, un po' d'acqua (io ho dovuto aggiungerla). Avvolgere in pellicola e riporre in frigo.
Dopo almeno un'ora di riposo al freddo, stendere la pasta in un rettangolo di 3 mm di spessore, porla in una placca rivestita di carta forno e cuocerla in forno già caldo a 180°. Dopo circa 8 minuti estrarla, ritagliare con un coppapasta i pezzi della dimensione desiderata e infornare per altri 8 minuti circa, o comunque fino a doratura.
Sfornare e far raffreddare.

Per i flan:
750 g di carote
210 g di uova
50 g di panna fresca
un pizzico di cannella
scorza grattugiata di un limone
timo
sale
pepe nero

Tritare finissimamente il timo.
Mondare le carote, lavarle e tagliarle a tronchetti. Cuocerle a vapore fino a renderle molto tenere. Farle riposare perché l'umidità evapori e si raffreddino del tutto.
Mescolare con un frullatore a immersione le uova con la panna, aggiungere le carote, il sale, il pepe, la buccia di limone e la cannella e mixare di nuovo. Infine unire il timo tritato.
Riscaldare il forno a 140°. Imburrare degli stampi di silicone delle dimensioni desiderate, versarvi il composto e mettere gli stampi in una larga teglia. Versare nella teglia acqua fino a circa un centimetro dal bordo degli stampi e infornare, sorvegliando la cottura attentamente: la purea di carote non deve bollire né scurire. Provare la cottura con la lama di un coltellino e sfornare quando il composto si è rassodato.
Far raffreddare i flan e sformarli con delicatezza. Appoggiare ciascun flan sulla pasta sablé solo al momento di servire.

Pubblicato da: Giovanna

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3 commenti

  1. Sulla mortadella Maiala sono morta 😂 Questo è meglio della cuoca compulsiva di svariati anni fa 😉 Detto ciò è questo il bello di pubblicare solo cose che ci piacciono e mangiamo volentieri per quei pochi amici che di divertono con/come noi. Parlo per me ovviamente. Il flan é da provare 😍

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  2. Sghignazzando sulla scollatura che dovrebbe farmi apprezzare la mortadella maiala 😂 mi hai dato un'ottima idea per l'antipasto da proporre ad una cara amica vegetariana!

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  3. Ottimo e da fare al piu' presto! se ti va passa dal mio blog. ti aspetto

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