martedì 27 marzo 2012

Multiculturalismo un po' breton



Leggevo ieri, sul Venerdì di Repubblica, della bellissima iniziativa di due coniugi fruttivendoli che danno lezioni gratuite di cucina napoletana a immigrati delle più svariate nazionalità.
Sapete, quando si nasce e si vive in una città come Napoli, si è vittime di una strana lacerazione interiore, che a volte si avvicina alla schizofrenia. Si ama la propria città. Non è possibile non amarla. E non conosco napoletano, nemmeno il più stufo, inacidito e voglioso di fuga, che non nutra nel profondo, confessato o meno che sia, un amore sconfinato per essa. Ma nello stesso tempo si odia tutto ciò che, dal suo stesso interno, ne offusca la bellezza, ne sacrifica la vivibilità, ne compromette la reputazione oltre che la gestione del quotidiano. La schizofrenia consiste nell'essere anche violentemente critici verso tutto ciò che non funziona, verso la gente che non funziona, eppure sentirsi insofferenti verso ogni critica che provenga dall'esterno, da chi non vive da sempre la realtà napoletana ed è pronto a gudicarla in modo sommario. Insofferenza che si estende alle lodi di maniera, da bozzetto o da guache, che fanno più danni della cretinaggine leghista.
E' talmente raro avere qualcosa di cui andare orgogliosi, che quando capita ci si sente straniti. Eppure la frase che chiude l'articolo del Venerdì, parafrasi di una celebre battuta di Totò, esprime una verità vera, finché dura (perché già qualche segnale preoccupante di mutamento c'è): "...multiculturali si nasce. E i napoletani, modestamente, lo nacquero".
Di questo, che non è un merito ma un portato della storia di un popolo, sono orgogliosa. E pur sentendomi quanto di più distante dal ritrattino del napoletano tutto core e  buoni sentimenti, in più di un'occasione mi sono sentita dire, da stranieri, "Voi siete gente di cuore", e stupita mi sono interrogata su quale mio comportamento generasse questa convinzione.
Il mio amico Majid, che ci ha fatto da autista e compagno durante un viaggio in Marocco e che davvero è stato un amico, e col quale ancora mi tengo in contatto via mail, malgrado le enormi difficoltà linguistiche, ha ripetuto questa cosa ogni giorno del nostro tour. Siete gente buona, siete gentili, siete di cuore. E ogni giorno io e mio marito ci siamo domandati perché. Ci sembrava di non fare niente di speciale, di avere un comportamento assolutamente normale, quello che chiunque avrebbe avuto. Persino NON politicamente corretto, visto che lui prendeva in giro noi sui nostri vezzi da italiani e noi lui sui suoi da marocchino. E se una distanza c'era, ce la metteva Majid, fedele probabilmente agli ordini ricevuti dai suoi datori di lavoro: a pranzo se ne stava da parte, mangiando per conto suo lontano dai nostri occhi; tutti i santi giorni gli abbiamo chiesto di mangiare insieme a noi ma siamo riusciti ad ottenerlo una volta sola. Sedici ore al giorno insieme, per due settimane, eppure lui si doveva andare a nascondere per ingoiare un boccone. E poi, un giorno, ci ha portati a mangiare il cous cous a casa sua, presentandoci alla famiglia e al padre, un imam rispettatissimo, e ci siamo sentiti veramente onorati per la confidenza che ci è stata concessa, oltre che leggermente intimiditi da quell'uomo austero ed autorevole. E quando ci siamo lasciati, alla fine del viaggio, eravamo tutti commossi ed è caduto l'ultimo diaframma perché ci siamo abbracciati.
Poi, quell'ultimo giorno, forse abbiamo capito.
Abbiamo incontrato delle persone che sarebbero state accompagnate da lui dopo di noi. Degli italiani, ma credo sia irrilevante. Ebbene, siamo stati immediatamente infastiditi da una sorta di cordialità che aveva un che di paternalistico, oserei dire di coloniale. Non scortesia, non maleducazione, ma un atteggiamento che noi, al posto di Majid, avremmo percepito come un: "Guarda come sono democratico e aperto: sono gentile con te che sei solo un dipendente". Un comportamento che, con l'apparenza della cortesia, introduceva una distanza incolmabile. Qualcosa di non naturale e non normale, qualcosa, insomma, che poneva le persone su piani diversi: da una parte l'autista, a cui rivolgersi gentilmente, ma pur sempre un autista di altro paese; dall'altra i signori, paganti, occidentali, magnanimi. Una malinconia infinita. Chissà cosa avrebbero pensato se avessero conosciuto l'imam: mi sarebbe piaciuto, devo ammetterlo, vedere lui guardare loro con distacco e diffidenza, se li avesse incontrati. Quando, a pranzo da lui, ci domandò (ma era più un'affermazione): "In Italia sono razzisti?" mi sentii piena di vergogna ma non riuscii a smentire.
E allora, io non lo so se qui siamo gente di cuore. So però che multiculturali siamo nostro malgrado per ciò che la storia e la posizione geografica ci hanno scritto dentro. Anche se non è merito nostro, ma è nei fatti, lasciate che, almeno di questo, io sia orgogliosa. Sempre che duri. 
Ma multiculturali si può anche diventare, senza l'aiuto del DNA. E sarebbe un vantaggio, giacché non c'è ricchezza più grande della contaminazione, della mescolanza, dell'incontro con chi ha usi, abitudini, mentalità differenti dalle nostre. Pensateci privi dei numeri arabi, semplicemente. O pensate alle meraviglie della cucina siciliana e chiedetevi da dove venga quel suo speciale carattere. E chi multiculturale è malgrado un ambiente circostante di tutt'altra inclinazione, ha tutto il mio rispetto. Per me è facile. Per qualcuno che si trova le bandiere verdi in frotta a un metro da casa è più difficile.
Ma veniamo alla ricetta.
Poco multiculturale, giusto un tocco di multiculturalismo facilone, giacché viene dalla Francia come quasi sempre i dolci che entrano in casa mia.
Del nuovo libro, quasi "fresco" come un ovetto appena deposto, vi ho parlato da poco. Non vi ho detto che ero stata immediatamente affascinata da questa torta di mele preparata col sablé breton (che mi porta al manicomio) e una crema alle mandorle (che mi provoca mancamenti).
Astenersi individui in temporanea, o perenne, dieta.
Ci sono alcune lievi modifiche che apporterei, e le metto tra parentesi. Ho dovuto lavorare di immaginazione sulle quantità, soprattutto perché le dosi indicate nel libro per la crema sono commisurate a un esercito, mentre quelle per il sablé sono quasi normali. Ho ridotto ad un quarto le dosi del sablé, a un'ottavo quelle per la crema, che è ancora troppa. Ecco il motivo delle cifre strane che troverete nella ricetta :-).

Gateau breton alle mele
per una torta da 18 cm di diametro

Per il sablé breton:

94 g di burro
88 g di zucchero (che ridurrei a 70)
2,5 g di sale
37 g di tuorli
125 g di farina
4 g di lievito chimico

Con la frusta a foglia, mescolare il burro con lo zucchero e il sale. Aggiungere la farina setacciata con il lievito. Amalgamare fino ad ottenere una pasta uniforme e riporla in frigo per almeno due ore (di più è meglio).


Per la crema alle mandorle:

(la dose è superiore alle necessità. Aumentate il sablé e fate una torta più grande o più torte, o preparate la crema e congelatela per usi futuri. Altrimenti, lavorate col bilancino e dimezzate la dose)

125 g di burro
125 g di zucchero a velo (che ridurrei a 100)
125 g di mandorle in polvere
150 g di uova
12 g di rum
25 g di maizena
112 g di panna fresca liquida

Con la frusta a foglia, ridurre il burro in crema e lavorarlo con lo zucchero a velo. Unire la polvere di mandorle, poi le uova leggermente sbattute ma non montate, la maizena, il rum e infine la panna. Non montare.

Per il montaggio:

una grossa mela dolce ma soda (io ho usato la golden)
un uovo

Stendere il sablé a circa 1/2 cm di spessore. Ritagliare due cerchi da 18 cm. Inserirne uno sul fondo di un anello da 18 cm appoggiato su una placca ricoperta di carta da forno, versarvi 200 g di crema alle mandorle, quindi la mela tagliata a cubetti. Appoggiare sopra il secondo disco di sablé, spennellarlo con un uovo battuto e praticare sulla superficie delle leggerissime incisioni formando una griglia a rombi.
Infornare in forno ventilato preriscaldato a 150° (io l'ho messo a 155°) per circa 40 minuti (me ne sono occorsi 45-50, dato che ho notato che il centro era ancora un po' crudo all'interno).
Lasciar raffreddare e togliere l'anello.


lunedì 19 marzo 2012

Il ritorno di Eric



Ci fu una volta un patto scellerato tra me e miss Capasso, entrambe acquirenti di un bel libro di Eric Kayser, che ci accordammo, onde evitare di pubblicare le medesime cose, su una divisione dei compiti per un periodo limitato.
Fu tanto, tanto tempo fa. Sono trascorse le ere e il libro in questione è stato un po' dimenticato. Mai più financiers salati, mai più meringhette multigusto, mai più niente di niente.
Finché, lo scorso dicembre, impegnate ad aiutare Roberto per il consueto mercato di beneficenza natalizio e bisognose di idee veloci, appetitose, magari insolite, ce ne siamo ricordate.
Kayser è stato spolverato e la scelta è caduta su delle madeleines alla cipolla che nella versione originale erano aromatizzate con noce moscata, nella nostra con curry.
Visto che sono passati mesi e che nel frattempo Miss Capasso s'è messa in sciopero di cucina e blog, non se ne avrà male se, avendo rifatto le madeleines, le pubblico io. Almeno spero :-).
Piccole modifiche riguardano lo zucchero, che ho leggermente diminuito, e la temperatura, che in origine doveva essere di 240°, ma ciò comportava che i bordi delle madeleines si scurissero troppo.



Madeleines al curry e cipolle rosse

Per una trentina di madeleines:
125 g di burro
3 uova
un grosso pizzico di sale
curry madras in polvere, a volontà
60 g di zucchero di canna tipo demerara
125 g di farina
4 g di lievito chimico
una cipolla rossa

Fondere il burro. Montare le uova, quindi aggiungere sale, curry e zucchero e continuare a montare facendo gonfiare bene. Incorporare la farina mescolata con il lievito, un cucchiaio alla volta. Unire il burro fuso mescolando delicatamente fino a ottenere un composto perfettamente omogeneo.
Aggiungere la cipolla rossa tritata, mescolando a mano (la quantità di cipolla dipende dalle dimensioni. Parlo di una cipolla media).
Mettere l'impasto in una terrina, coprirla con pellicola e tenerla in frigo per una notte.
Il giorno dopo, imburrare uno stampo da madeleines, accuratamente. Distribuirvi l'impasto, riempiendo le formine per non più di un terzo del volume, e mettere lo stampo in frigo per almeno un'ora.
Riscaldare il forno a 230°. Decorare le madeleines con lunette di cipolla e infornarle fino a doratura, sfornandole quando i bordi si coloriscono. Dovrebbero bastare 4-5 minuti.

martedì 13 marzo 2012

Sapori in festa e in confusione

A costo di passare per provinciale e per olgettina :-), dico senza pudori che certe manifestazioni mi piacciono. Sembra che, nell'anno di grazia 2012, sia necessario scrivere che fanno pietà, che sono noiose, che sarebbe stato meglio stare a casa a guardare la TV. Invece io non solo mi diverto ad andarci, ma credo anche che siano utili.
L'anno scorso non ho scritto nulla a proposito del Taste di Firenze. Ci ha pensato Fabrizio, ed ho appuntato nei commenti al suo post alcune delle mie preferenze.


Mi piace, il Taste. Mi piace scoprire piccoli produttori di delizie che operano all'altro capo della penisola, che difficilmente potrei incrociare in altro modo, e poter assaggiare tutto, e all'uscita poter acquistare ciò che più mi ha colpito. Mi piace nonostante il modo isterico e insensato con cui si finisce per passare dal salato al dolce al salato, dal salume al cioccolato alla robiola in cinque minuti, avendo, in certi momenti, serie difficoltà a capire cosa si sta assaggiando.
Poi, tornandoci a distanza di un anno, si va in cerca degli stessi visi, delle stesse squisitezze. E' rassicurante e piacevole ritrovarle. Purtroppo non sempre accade, ma ci sono nuove scoperte ad alleviare la delusione.


E c'è Firenze, là fuori, che fa sempre un grande effetto, anche all'ennesima visita.
L'allestimento è sempre curato e originale. Gli spazi un po' da attacco di claustrofobia, soprattutto in certi orari di particolare afflusso di pubblico, ma una sede affascinante come la Stazione Leopolda non è facilmente sostituibile.
Ho deciso di seguire le orme di Fabrizio e di stilare la mia top five.

La palamita sott'olio di Colimena, delicatissima.
I pestati di Ursini, quelli di peperoni, in particolare, e quello con cipolle e pecorino.


La pasta di nocciole del Laboratorio Cascina Langa. Intensa, pastosa, profumata.
Il prosciutto cotto favoloso dell'azienda Capitelli di Borgonovo Val Tidone (PC), che mi sarei persa se non me lo avesse segnalato Maite. E' anche questo il bello del Taste: si scoprono cose diverse, poi si va in giro insieme e si scambiano esperienze, raccontandosi con accenti entusiasti cosa si è riusciti a scovare.
Il pesto Rossi 1947. Da golosa di pesto quale sono, frustrata dal non avere a disposizione del basilico genovese per prepararne uno decente (il basilico delle mie parti è profumatissimo, ma aromaticamente molto diverso), questo pesto fresco, da ricetta tradizionale, senza aggiunte incongrue, senza conservanti, con pinoli veri e olio buono, è il top.



Non nomino le aziende campane perché ne parlo spesso e le trovate in Campania Ferax. Ma ce n'erano di serie.

mercoledì 7 marzo 2012

Perverso come un éclair



Se volete mandarmi in rovina, basta che mi sventoliate sotto il naso un qualunque libro di un pasticciere , di quelli complessi, ricchi, seducenti, meglio se francesi.
E' ciò che ha fatto Bibliotheca Culinaria, che nel suo stand a Identità Golose ha inserito anche libri in francese: normalmente li ordino su Amazon o Fnac, ma sfogliarli, annusarli, mangiarli con gli occhi è tutt'altra cosa. Cosa alla quale (mi) è impossibile resistere.
Stéphane Glacier non è una scoperta recente: di lui avevo già un altro libro, anche se continuo a contemplarlo senza produrre alcunché. Con questo nuovo acquisto, invece, mi sono messa subito all'opera. E a catturarmi subito è stato uno scontatissimo éclair, anche se mi accingo a buttarmi su almeno altre tre o quattro ricette da svenimento repentino.
Un éclair, di quelli che fanno i francesi, appunto: lunghi lunghi e più magrolini dei nostri. E di quelli perversi, perché, come del resto Conticini, Glacier sull'éclair ci mette il crumble (!): la cattiveria di certi individui non ha limiti.
Mi è piaciuta da matti la pasta choux. Ne ho già pubblicate un paio, ma credo che ognuna sia adatta a dolci diversi. Questa è fine e delicata, non come certi choux che vedo nelle pasticcerie della mia città, pesanti e "crostosi" o "panosi" che dir si voglia. E' magnifica, eterea, e in questo éclair in cui il ripieno è voluttuoso ci sta perfettamente. 
Invece, non ho amato particolarmente il crumble, poco gestibile, troppo morbido e che tende ad appiattirsi in cottura. Perciò rimando a ricette secondo me più valide. Sempre riguardo al crumble, Glacier lo stende in una lamina sottilissima, lo ritaglia delle dimensioni dell'éclair e lo appoggia sopra prima della cottura. Io ho preferito spargerlo in briciole sempre prima della cottura: l'operazione prevista da lui era troppo laboriosa malgrado il raffreddamento in freezer.

Eclair crumble noisette di Stéphane Glacier

Per circa 15 pezzi

Pasta choux
375 g di acqua
125 g di latte
5 g di sale
15 g di zucchero
200 g di burro
300 g di farina
500 g di uova

Portare ad ebollizione l'acqua con il latte, il burro, il sale e lo zucchero.
Setacciare la farina. Togliere la casseruola con l'acqua dal fuoco e incorporarvi la farina, mescolando vigorosamente e accuratamente in modo che non formi grumi.
Rimettere su fuoco dolce facendo asciugare il composto, mescolando di continuo. E' pronto quando è asciutto, comincia a sfrigolare e si stacca dalle pareti della pentola.
Versare nel boccale della planetaria con la frusta a foglia. Battere con una forchetta le uova per mescolarle, senza montarle, e aggiungerle a poco a poco nella planetaria in funzione. Bisogna far attenzione alla consistenza ed evitare di aggiungere tutte le uova se il composto rischia di diventare troppo molle. E' necessario far assorbire l'uovo ogni volta che lo si aggiunge e alla fine bisognerà ottenere un composto morbido ma ancora asciutto. Un esempio potete vederlo nella foto qui.
Formare gli éclairs su una placca ricoperta di carta forno con un sac à poche con bocchetta liscia o stellata, come preferite, realizzando delle lunghe strisce (circa 18-20 cm) non più larghe di un paio di centimetri, cospargere di crumble realizzato con questa ricetta e infornare a 190° in forno statico, tenendo leggermente aperta la porta del forno. La temperatura prevista dala ricetta era di 200°, ma ho preferito abbassarla perché gli éclairs tendevano a colorirsi troppo prima di asciugarsi all'interno. Potreste anche iniziare la cottura a 190° (per 10-15 minuti) e poi proseguire abbassando a 160°, come suggerisce Lisa, per asciugare meglio l'interno.

Crema Paris-Brest:
210 g di burro
620 g di crema pasticciera (ho usato la ricetta di Fulgente, non quella di Glacier)

Montare il burro con il pralinato, poi aggiungere la crema pasticciera amalgamando con una frusta a mano.

Per completare:
mandorle a lamelle
zucchero a velo

Tagliare gli éclairs raffreddati a metà, farcirli con la crema con una bocchetta a stella, cospargere la farcitura con mandorle a lamelle semplicemente tostate o leggermente caramellate. 
Spolverizzare con zucchero a velo.

lunedì 5 marzo 2012

Incipriarsi il naso



Ogni tanto deve farlo anche il blog, altrimenti si annoia, ed io con lui.
Magari ci sarà ancora qualche piccolo aggiustamento, nei prossimi giorni. 
Per ora lascio questo post di prova, per essere certa che tutto funzioni come deve. 
A prestissimo con un dessert, per festeggiare anche il vestito nuovo :). O il maquillage che dir si voglia.

giovedì 1 marzo 2012

Lei è cretino, s'informi.


Domani questo blog compie quattro anni, e se l'anno scorso ho fatto passare sotto silenzio la ricorrenza, quest'anno ho pensato di farmi/gli due regali.
Il primo sarà un piccolo restyling, ma piccolo piccolo, al quale mi dedicherò nel fine settimana. Perciò se troverete il blog off line, sappiate che durerà solo per qualche ora e sarà solo perché si sta un po' imbellettando.
Il secondo è una polemicuzza pure lei piccola piccola che mi sta in gola da qualche tempo e ho trattenuto anche troppo a lungo, e adesso è stata rinfocolata da due evenienze: il recente post di Maricler, le cose che ho letto in alcuni siti web riguardo ai bloggers a Identità Golose. (E' inutile che scorriate la pagina fino in fondo: non c'è ricetta, non oggi :-)).

I bloggers. Uso questa parola con difficoltà. I bloggers sono persone, come tali sono tutti diversi. I bloggers non sono un categoria, e la ragione è semplice: tutti possiamo aprire un blog. Nessuno ci chiede un titolo, un foglio di carta che attesti i nostri requisiti, referenze, una licenza. I bloggers sono tutti, possono essere tutti.
Eppure, per qualcuno siamo una categoria. Per lo più meritevole di dispregio e di essere bersagliata con frizzi e lazzi.
Si è parlato, in occasione di IG, delle bloggers (femmine, ovvio; i maschi sembra nemmeno esistano) come groopies, garrule ochette, fanatiche in gara per la foto con lo chef, olgettine della cucina e chi più ne ha più ne metta.
Ora, io non dubito che, come in ogni gruppo umano comprendente centinaia se non migliaia di persone, ci si trovi di tutto. Ma dubito invece, e tanto:
a) del disinteresse e della serenità di spirito di chi scrive cose di questo genere;
b) della sua effettiva conoscenza del fenomeno;
c) della sua capacità di analisi, affogata in un mare di pregiudizi e di generalizzazioni da autobus o da bar dello sport.
Sarò la più cretina tra le bloggers. Non mi interessa essere stralciata dal novero delle veline da congresso. Ciascuno pensi di me ciò che crede. Solo che, ecco, non escludendo affatto la possibilità che io sia cretina, mi piacerebbe sapere perché. E non ritrovarmi imputata di una serie di nequizie così, d'ufficio. E' come se qualcuno facesse come Totò quando, in alcuni film, discute animatamente con un tizio e poi conclude con: "Lei è cretino! S'informi!". E allora io che sono una personcina coscienziosa provo a informarmi.
A mio carico diverse accuse. E' vero che, contrariamente a quanto si scrive dei bloggers, non tampino lo chef per farmi fotografare o per instaurare un dialogo, ma se ho un blog si vede che forse lo faccio e non me ne accorgo. Chissà, senz'altro, come no.
E poi scatto foto. Ahimé, questa pare essere una responsabilità graverrima. Ne scatto tante. In realtà perché come fotografa faccio pena e spero che tra cento ne vengano fuori due pubblicabili per una fortuita e fortunata congiunzione astrale. Ma comunque ne scatto tante e questo, scopro, è male.
Non solo: vado in giro per stand ad assaggiare prodotti. Ciò fa di me un veicolo pubblicitario, inconsapevole e irrimediabilmente idiota. Chiedo venia: pensavo che gli stand degli espositori fossero là a scopi benefici, per foraggiare un'umanità che fatica a mettere un piatto in tavola però paga alcune centinaia di euro per accedere a IG. Ora sì che mi avete illuminata. Ma per favore.
Per quanto mi riguarda, non credo che la pubblicità ed il commercio siano il male assoluto. Francamente, se trovo un prodotto notevole non ho difficoltà a citarlo, come ho fatto con la macelleria Zivieri nel post su IG. Forse chi scrive cose del genere farebbe meglio a interrogarsi su quanto procuri indirettamente benefici a produttori di immondizia sedendosi a guardare un varietà in TV. Conosco produttori di cose meravigliose che hanno difficoltà a sbarcare il lunario. Incontrarli, parlarne, è per me cosa non solo utile, ma necessaria. Con buona pace di coloro che credono che dorma con la zizza in bocca (modo di dire partenopeo, non proprio signorile, che significa pressappoco vivere nel mondo dei sogni), so bene che anche IG è una vetrina pubblicitaria (ma no, non mi dire, non lo avrei mai creduto).
E allora? Quale evento non lo è? E perché questo diventa rilevante solo quando ci sono di mezzo i bloggers?
In quanto blogger, qualunque cosa si creda, non ho mai, e sottolineo mai senza tema di essere smentita, percepito compensi da alcuno per parlare di un prodotto, in nessuna forma. Lo faccio quando ne trovo uno che secondo me merita una segnalazione, di mia iniziativa e non perché qualcuno mi imbecca.
Se poi la questione assume rilevanza perché il blogger è percepito come uno sprovveduto che abbocca alle sirene pubblicitarie inconsapevolmente e perché si sente gratificato, ribadisco: le generalizzazioni fanno pietà.
"Dire e dirsi foodblogger", è il titolo del post di Maricler. Orbene, io non mi dico foodblogger e a stento lo dico di altri perché sono una persona, siamo delle persone, che ha/hanno un blog che si occupa di cibo, cucina, gastronomia. Essere è un'altra cosa, si è perché si è riusciti ad accedere ad una categoria possedendo dei titoli di qualche genere. Che poi anche nelle categorie professionali, che prevedono il possesso di un titolo, ci siano tanti cretini (lei è un cretino, s'informi), è un'altra storia.
Però, e lo dico con estrema franchezza, alcune stizze le capisco. Se fossi un giornalista professionista che si interessa dell'argomento da trent'anni, un tantino mi darebbe fastidio vedere una pattuglia di persone spuntare dal nulla e pretendere di contendermi il ruolo, così come mi darebbe fastidio, se fossi un cuoco, trovarmi a veder giudicato il mio lavoro da qualcuno che magari fino a ieri mangiava pastina in brodo di dado e non ha esperienza né conoscenza della ristorazione. E' vero che il cliente giudica comunque, ma è anche vero che il suo giudizio non finisce, di norma, su pagine visitate da qualche centinaio di persone. Perciò scelgo di parlare di ristoranti di rado, e solo quando mi sono piaciuti.
E allora, cosa concludere? Che il foodblogger, secondo me, non esiste. Che esistono degli individui, tutti diversi, che hanno un blog. Esiste Giovanna, esiste Giuseppina, esistono Genoveffa e Cunegonda. Esistono persone che hanno affinità tra di loro, altre che, pur avendo un blog del food (!!! oddìo, mi viene una crisi allergica) non ne hanno alcuna. Esistono quelli che, a mio parere, sono bravi, altri meno, e quelli che sono bravi a parere di Pinco Pallo, che non sono gli stessi che considero bravi io; altri, anche per Pinco Pallo, lo sono meno.
E sinceramente le etichette, come dicevo altrove, mi hanno fatto sempre un po' schifo, continuano a farmi abbastanza schifo, e quella di foodblogger non fa eccezione.
Persone che stimo sottolineano che alcuni aprono un blog solo per guadagnarsi l'accesso agli eventi mondani o a fini di futuro lucro; non ne dubito, ma secondo me è il metodo, in queste considerazioni, che è sbagliato. Non si tratta di distinguerci chiamandoci fuori, dicendo "Io no, io non sono così": si tratta di far cessare l'uso di considerarci come un tutto, un insieme indifferenziato, e rivendicare la nostra identità come individui, tutti differenti. Individui che hanno un blog.  Come potrebbero avere una Renault, i dischi dei Rolling Stones o una passione per il pollo allo spiedo. Nessuno considererebbe un tutto unico i possessori di una Renault. 
Comunque, se qualcuno mi chiama olgettina et similia, prima di tutto gli mollo un'occhiata incenerente per trattenermi dal mollargli un cazzottone, poi lo invito ad andare in analisi da uno bravo e infine lo escludo dal mio elenco degli esistenti in vita. Figurarsi poi se tra i detrattori scovo una persona che fino a ieri è stata attaccata al biberon e che, pensa tu, scrive su un blog... Ma mi faccia il piacere, così l'avrebbe liquidata Totò. Una messa a punto della sua considerazione di sé sarebbe decisamente opportuna.
Solo un'ultima cosa: a me Identità Golose piace perché è un'occasione per riunire tutte insieme, e avvicinare tutte insieme, delle realtà culinarie che non si ha la possibilità di conoscere, non tutte, non spesso, in altro modo. Se, come afferma un commentatore di uno degli articoli che tanto disprezzano i blogger, non usassi pagare al ristorante ("Questi non pagano da nessuna parte" è l'elegante affermazione, e ringrazio per la signorilità del "questi"), probabilmente non avrei necessità di eventi come IG, giacché me ne andrei allegramente in giro per stellati una volta o più alla settimana. Ma sfortuna vuole che io, al ristorante, paghi. E perciò me ne concedo uno, di quelli costosi, solo ogni tanto. E figurarsi se potrei NON pagare solo perché ho un blog... Tra l'altro, il mio spiccato senso del ridicolo mi impedisce, entrando al ristorante, di dichiarare che scrivo su un blog, come se a qualcuno dovesse importare qualcosa.
Ma il senso del ridicolo dev'essere diventato merce rara, se qualcuno crede che mi stendano il tappeto rosso quando vado a cena, cosa che, tra l'altro, faccio per piacere, in compagnia, e non certo perché devo riempire il blog.
Buon compleanno, Lost, con l'augurio che non ti tocchi più ospitare post come questo...

P.S.: Per l'occasione ho dovuto creare un nuovo tag: "Polemiche inutili". Vi ricorda qualcosa? E' ciò che c'è scritto su una delle cartelline in cui, nel film "Aprile", Nanni Moretti racchiude ritagli di giornale a futura memoria di stupidaggini, vergogne, schermaglie e varie vanità dei nostri tempi.