Leggevo ieri, sul Venerdì di Repubblica, della bellissima iniziativa di due coniugi fruttivendoli che danno lezioni gratuite di cucina napoletana a immigrati delle più svariate nazionalità.
Sapete, quando si nasce e si vive in una città come Napoli, si è vittime di una strana lacerazione interiore, che a volte si avvicina alla schizofrenia. Si ama la propria città. Non è possibile non amarla. E non conosco napoletano, nemmeno il più stufo, inacidito e voglioso di fuga, che non nutra nel profondo, confessato o meno che sia, un amore sconfinato per essa. Ma nello stesso tempo si odia tutto ciò che, dal suo stesso interno, ne offusca la bellezza, ne sacrifica la vivibilità, ne compromette la reputazione oltre che la gestione del quotidiano. La schizofrenia consiste nell'essere anche violentemente critici verso tutto ciò che non funziona, verso la gente che non funziona, eppure sentirsi insofferenti verso ogni critica che provenga dall'esterno, da chi non vive da sempre la realtà napoletana ed è pronto a gudicarla in modo sommario. Insofferenza che si estende alle lodi di maniera, da bozzetto o da guache, che fanno più danni della cretinaggine leghista.
E' talmente raro avere qualcosa di cui andare orgogliosi, che quando capita ci si sente straniti. Eppure la frase che chiude l'articolo del Venerdì, parafrasi di una celebre battuta di Totò, esprime una verità vera, finché dura (perché già qualche segnale preoccupante di mutamento c'è): "...multiculturali si nasce. E i napoletani, modestamente, lo nacquero".
Di questo, che non è un merito ma un portato della storia di un popolo, sono orgogliosa. E pur sentendomi quanto di più distante dal ritrattino del napoletano tutto core e buoni sentimenti, in più di un'occasione mi sono sentita dire, da stranieri, "Voi siete gente di cuore", e stupita mi sono interrogata su quale mio comportamento generasse questa convinzione.
Il mio amico Majid, che ci ha fatto da autista e compagno durante un viaggio in Marocco e che davvero è stato un amico, e col quale ancora mi tengo in contatto via mail, malgrado le enormi difficoltà linguistiche, ha ripetuto questa cosa ogni giorno del nostro tour. Siete gente buona, siete gentili, siete di cuore. E ogni giorno io e mio marito ci siamo domandati perché. Ci sembrava di non fare niente di speciale, di avere un comportamento assolutamente normale, quello che chiunque avrebbe avuto. Persino NON politicamente corretto, visto che lui prendeva in giro noi sui nostri vezzi da italiani e noi lui sui suoi da marocchino. E se una distanza c'era, ce la metteva Majid, fedele probabilmente agli ordini ricevuti dai suoi datori di lavoro: a pranzo se ne stava da parte, mangiando per conto suo lontano dai nostri occhi; tutti i santi giorni gli abbiamo chiesto di mangiare insieme a noi ma siamo riusciti ad ottenerlo una volta sola. Sedici ore al giorno insieme, per due settimane, eppure lui si doveva andare a nascondere per ingoiare un boccone. E poi, un giorno, ci ha portati a mangiare il cous cous a casa sua, presentandoci alla famiglia e al padre, un imam rispettatissimo, e ci siamo sentiti veramente onorati per la confidenza che ci è stata concessa, oltre che leggermente intimiditi da quell'uomo austero ed autorevole. E quando ci siamo lasciati, alla fine del viaggio, eravamo tutti commossi ed è caduto l'ultimo diaframma perché ci siamo abbracciati.
Poi, quell'ultimo giorno, forse abbiamo capito.
Abbiamo incontrato delle persone che sarebbero state accompagnate da lui dopo di noi. Degli italiani, ma credo sia irrilevante. Ebbene, siamo stati immediatamente infastiditi da una sorta di cordialità che aveva un che di paternalistico, oserei dire di coloniale. Non scortesia, non maleducazione, ma un atteggiamento che noi, al posto di Majid, avremmo percepito come un: "Guarda come sono democratico e aperto: sono gentile con te che sei solo un dipendente". Un comportamento che, con l'apparenza della cortesia, introduceva una distanza incolmabile. Qualcosa di non naturale e non normale, qualcosa, insomma, che poneva le persone su piani diversi: da una parte l'autista, a cui rivolgersi gentilmente, ma pur sempre un autista di altro paese; dall'altra i signori, paganti, occidentali, magnanimi. Una malinconia infinita. Chissà cosa avrebbero pensato se avessero conosciuto l'imam: mi sarebbe piaciuto, devo ammetterlo, vedere lui guardare loro con distacco e diffidenza, se li avesse incontrati. Quando, a pranzo da lui, ci domandò (ma era più un'affermazione): "In Italia sono razzisti?" mi sentii piena di vergogna ma non riuscii a smentire.
E allora, io non lo so se qui siamo gente di cuore. So però che multiculturali siamo nostro malgrado per ciò che la storia e la posizione geografica ci hanno scritto dentro. Anche se non è merito nostro, ma è nei fatti, lasciate che, almeno di questo, io sia orgogliosa. Sempre che duri.
Ma multiculturali si può anche diventare, senza l'aiuto del DNA. E sarebbe un vantaggio, giacché non c'è ricchezza più grande della contaminazione, della mescolanza, dell'incontro con chi ha usi, abitudini, mentalità differenti dalle nostre. Pensateci privi dei numeri arabi, semplicemente. O pensate alle meraviglie della cucina siciliana e chiedetevi da dove venga quel suo speciale carattere. E chi multiculturale è malgrado un ambiente circostante di tutt'altra inclinazione, ha tutto il mio rispetto. Per me è facile. Per qualcuno che si trova le bandiere verdi in frotta a un metro da casa è più difficile.
Ma veniamo alla ricetta.
Poco multiculturale, giusto un tocco di multiculturalismo facilone, giacché viene dalla Francia come quasi sempre i dolci che entrano in casa mia.
Del nuovo libro, quasi "fresco" come un ovetto appena deposto, vi ho parlato da poco. Non vi ho detto che ero stata immediatamente affascinata da questa torta di mele preparata col sablé breton (che mi porta al manicomio) e una crema alle mandorle (che mi provoca mancamenti).
Astenersi individui in temporanea, o perenne, dieta.
Ci sono alcune lievi modifiche che apporterei, e le metto tra parentesi. Ho dovuto lavorare di immaginazione sulle quantità, soprattutto perché le dosi indicate nel libro per la crema sono commisurate a un esercito, mentre quelle per il sablé sono quasi normali. Ho ridotto ad un quarto le dosi del sablé, a un'ottavo quelle per la crema, che è ancora troppa. Ecco il motivo delle cifre strane che troverete nella ricetta :-).
Gateau breton alle mele
per una torta da 18 cm di diametro
Per il sablé breton:
94 g di burro
88 g di zucchero (che ridurrei a 70)
2,5 g di sale
37 g di tuorli
125 g di farina
4 g di lievito chimico
Con la frusta a foglia, mescolare il burro con lo zucchero e il sale. Aggiungere la farina setacciata con il lievito. Amalgamare fino ad ottenere una pasta uniforme e riporla in frigo per almeno due ore (di più è meglio).
Per la crema alle mandorle:
(la dose è superiore alle necessità. Aumentate il sablé e fate una torta più grande o più torte, o preparate la crema e congelatela per usi futuri. Altrimenti, lavorate col bilancino e dimezzate la dose)
125 g di burro
125 g di zucchero a velo (che ridurrei a 100)
125 g di mandorle in polvere
150 g di uova
12 g di rum
25 g di maizena
112 g di panna fresca liquida
Con la frusta a foglia, ridurre il burro in crema e lavorarlo con lo zucchero a velo. Unire la polvere di mandorle, poi le uova leggermente sbattute ma non montate, la maizena, il rum e infine la panna. Non montare.
Per il montaggio:
una grossa mela dolce ma soda (io ho usato la golden)
un uovo
Stendere il sablé a circa 1/2 cm di spessore. Ritagliare due cerchi da 18 cm. Inserirne uno sul fondo di un anello da 18 cm appoggiato su una placca ricoperta di carta da forno, versarvi 200 g di crema alle mandorle, quindi la mela tagliata a cubetti. Appoggiare sopra il secondo disco di sablé, spennellarlo con un uovo battuto e praticare sulla superficie delle leggerissime incisioni formando una griglia a rombi.
Infornare in forno ventilato preriscaldato a 150° (io l'ho messo a 155°) per circa 40 minuti (me ne sono occorsi 45-50, dato che ho notato che il centro era ancora un po' crudo all'interno).
Lasciar raffreddare e togliere l'anello.











