martedì 27 marzo 2012

Multiculturalismo un po' breton



Leggevo ieri, sul Venerdì di Repubblica, della bellissima iniziativa di due coniugi fruttivendoli che danno lezioni gratuite di cucina napoletana a immigrati delle più svariate nazionalità.
Sapete, quando si nasce e si vive in una città come Napoli, si è vittime di una strana lacerazione interiore, che a volte si avvicina alla schizofrenia. Si ama la propria città. Non è possibile non amarla. E non conosco napoletano, nemmeno il più stufo, inacidito e voglioso di fuga, che non nutra nel profondo, confessato o meno che sia, un amore sconfinato per essa. Ma nello stesso tempo si odia tutto ciò che, dal suo stesso interno, ne offusca la bellezza, ne sacrifica la vivibilità, ne compromette la reputazione oltre che la gestione del quotidiano. La schizofrenia consiste nell'essere anche violentemente critici verso tutto ciò che non funziona, verso la gente che non funziona, eppure sentirsi insofferenti verso ogni critica che provenga dall'esterno, da chi non vive da sempre la realtà napoletana ed è pronto a gudicarla in modo sommario. Insofferenza che si estende alle lodi di maniera, da bozzetto o da guache, che fanno più danni della cretinaggine leghista.
E' talmente raro avere qualcosa di cui andare orgogliosi, che quando capita ci si sente straniti. Eppure la frase che chiude l'articolo del Venerdì, parafrasi di una celebre battuta di Totò, esprime una verità vera, finché dura (perché già qualche segnale preoccupante di mutamento c'è): "...multiculturali si nasce. E i napoletani, modestamente, lo nacquero".
Di questo, che non è un merito ma un portato della storia di un popolo, sono orgogliosa. E pur sentendomi quanto di più distante dal ritrattino del napoletano tutto core e  buoni sentimenti, in più di un'occasione mi sono sentita dire, da stranieri, "Voi siete gente di cuore", e stupita mi sono interrogata su quale mio comportamento generasse questa convinzione.
Il mio amico Majid, che ci ha fatto da autista e compagno durante un viaggio in Marocco e che davvero è stato un amico, e col quale ancora mi tengo in contatto via mail, malgrado le enormi difficoltà linguistiche, ha ripetuto questa cosa ogni giorno del nostro tour. Siete gente buona, siete gentili, siete di cuore. E ogni giorno io e mio marito ci siamo domandati perché. Ci sembrava di non fare niente di speciale, di avere un comportamento assolutamente normale, quello che chiunque avrebbe avuto. Persino NON politicamente corretto, visto che lui prendeva in giro noi sui nostri vezzi da italiani e noi lui sui suoi da marocchino. E se una distanza c'era, ce la metteva Majid, fedele probabilmente agli ordini ricevuti dai suoi datori di lavoro: a pranzo se ne stava da parte, mangiando per conto suo lontano dai nostri occhi; tutti i santi giorni gli abbiamo chiesto di mangiare insieme a noi ma siamo riusciti ad ottenerlo una volta sola. Sedici ore al giorno insieme, per due settimane, eppure lui si doveva andare a nascondere per ingoiare un boccone. E poi, un giorno, ci ha portati a mangiare il cous cous a casa sua, presentandoci alla famiglia e al padre, un imam rispettatissimo, e ci siamo sentiti veramente onorati per la confidenza che ci è stata concessa, oltre che leggermente intimiditi da quell'uomo austero ed autorevole. E quando ci siamo lasciati, alla fine del viaggio, eravamo tutti commossi ed è caduto l'ultimo diaframma perché ci siamo abbracciati.
Poi, quell'ultimo giorno, forse abbiamo capito.
Abbiamo incontrato delle persone che sarebbero state accompagnate da lui dopo di noi. Degli italiani, ma credo sia irrilevante. Ebbene, siamo stati immediatamente infastiditi da una sorta di cordialità che aveva un che di paternalistico, oserei dire di coloniale. Non scortesia, non maleducazione, ma un atteggiamento che noi, al posto di Majid, avremmo percepito come un: "Guarda come sono democratico e aperto: sono gentile con te che sei solo un dipendente". Un comportamento che, con l'apparenza della cortesia, introduceva una distanza incolmabile. Qualcosa di non naturale e non normale, qualcosa, insomma, che poneva le persone su piani diversi: da una parte l'autista, a cui rivolgersi gentilmente, ma pur sempre un autista di altro paese; dall'altra i signori, paganti, occidentali, magnanimi. Una malinconia infinita. Chissà cosa avrebbero pensato se avessero conosciuto l'imam: mi sarebbe piaciuto, devo ammetterlo, vedere lui guardare loro con distacco e diffidenza, se li avesse incontrati. Quando, a pranzo da lui, ci domandò (ma era più un'affermazione): "In Italia sono razzisti?" mi sentii piena di vergogna ma non riuscii a smentire.
E allora, io non lo so se qui siamo gente di cuore. So però che multiculturali siamo nostro malgrado per ciò che la storia e la posizione geografica ci hanno scritto dentro. Anche se non è merito nostro, ma è nei fatti, lasciate che, almeno di questo, io sia orgogliosa. Sempre che duri. 
Ma multiculturali si può anche diventare, senza l'aiuto del DNA. E sarebbe un vantaggio, giacché non c'è ricchezza più grande della contaminazione, della mescolanza, dell'incontro con chi ha usi, abitudini, mentalità differenti dalle nostre. Pensateci privi dei numeri arabi, semplicemente. O pensate alle meraviglie della cucina siciliana e chiedetevi da dove venga quel suo speciale carattere. E chi multiculturale è malgrado un ambiente circostante di tutt'altra inclinazione, ha tutto il mio rispetto. Per me è facile. Per qualcuno che si trova le bandiere verdi in frotta a un metro da casa è più difficile.
Ma veniamo alla ricetta.
Poco multiculturale, giusto un tocco di multiculturalismo facilone, giacché viene dalla Francia come quasi sempre i dolci che entrano in casa mia.
Del nuovo libro, quasi "fresco" come un ovetto appena deposto, vi ho parlato da poco. Non vi ho detto che ero stata immediatamente affascinata da questa torta di mele preparata col sablé breton (che mi porta al manicomio) e una crema alle mandorle (che mi provoca mancamenti).
Astenersi individui in temporanea, o perenne, dieta.
Ci sono alcune lievi modifiche che apporterei, e le metto tra parentesi. Ho dovuto lavorare di immaginazione sulle quantità, soprattutto perché le dosi indicate nel libro per la crema sono commisurate a un esercito, mentre quelle per il sablé sono quasi normali. Ho ridotto ad un quarto le dosi del sablé, a un'ottavo quelle per la crema, che è ancora troppa. Ecco il motivo delle cifre strane che troverete nella ricetta :-).

Gateau breton alle mele
per una torta da 18 cm di diametro

Per il sablé breton:

94 g di burro
88 g di zucchero (che ridurrei a 70)
2,5 g di sale
37 g di tuorli
125 g di farina
4 g di lievito chimico

Con la frusta a foglia, mescolare il burro con lo zucchero e il sale. Aggiungere la farina setacciata con il lievito. Amalgamare fino ad ottenere una pasta uniforme e riporla in frigo per almeno due ore (di più è meglio).


Per la crema alle mandorle:

(la dose è superiore alle necessità. Aumentate il sablé e fate una torta più grande o più torte, o preparate la crema e congelatela per usi futuri. Altrimenti, lavorate col bilancino e dimezzate la dose)

125 g di burro
125 g di zucchero a velo (che ridurrei a 100)
125 g di mandorle in polvere
150 g di uova
12 g di rum
25 g di maizena
112 g di panna fresca liquida

Con la frusta a foglia, ridurre il burro in crema e lavorarlo con lo zucchero a velo. Unire la polvere di mandorle, poi le uova leggermente sbattute ma non montate, la maizena, il rum e infine la panna. Non montare.

Per il montaggio:

una grossa mela dolce ma soda (io ho usato la golden)
un uovo

Stendere il sablé a circa 1/2 cm di spessore. Ritagliare due cerchi da 18 cm. Inserirne uno sul fondo di un anello da 18 cm appoggiato su una placca ricoperta di carta da forno, versarvi 200 g di crema alle mandorle, quindi la mela tagliata a cubetti. Appoggiare sopra il secondo disco di sablé, spennellarlo con un uovo battuto e praticare sulla superficie delle leggerissime incisioni formando una griglia a rombi.
Infornare in forno ventilato preriscaldato a 150° (io l'ho messo a 155°) per circa 40 minuti (me ne sono occorsi 45-50, dato che ho notato che il centro era ancora un po' crudo all'interno).
Lasciar raffreddare e togliere l'anello.


26 commenti:

  1. e come faccio adesso a commentare un post così bello, ci sarebbe da scrivere per ore... e magari io dovrei essere quella che ha le bandiere verdi vicino a casa e invece vicino casa ho la "moschea" e come vicini di casa gli stranieri, sono fortunata

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    1. Sono stata, una volta, a casa di una persona che aveva praticamente accanto al portone una sede di "quellillà". Entrando e uscendo, non ti nascondo che provavo inquietudine. Spesso ne ridiamo, li trattiamo come i cretini che sono, ma a pensarci bene fanno paura, come fa paure, sempre, la stupidità.

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  2. Faccio fatica ad affiancare un mio personale contributo a quanto hai fotografato con estremo realismo sopra. L'etichetta razzista non è facile da applicare e nemmeno tanto semplice da levare, propendo più per una mancanza culturale che non è il titolo scolastico quanto una sorta di "saggezza" sociale mutuata dal nostro recente passato e consolidata sotto la voce contingenza.
    Leggendo mi veniva in mente un episodio che non ti cito nei dettagli ma che si può condensare nel fatto che a piazza Garibaldi (Napoli) episodi di solidarietà tra popolino e "ciucculattin", le persone di colore cioè, sono all'ordine del giorno cosa che invece non avviene con la comunità cinese.
    Che sia razzismo anche quello o è solo mancanza di apertura da parte di entrambe le rappresentanze?
    L'italia è un popolo razzista comunque, fa la beneficenza, sostiene le Onlus, compra dalle bancarelle ma non appena si trova davanti qualcuno proveniente da realtà meno fortunate lo tratta con lo stesso contrito paternalismo manzoniano che tanta strada ha fatto da allora.
    Ho visto italiani deridere piccoli paesini della Grecia perchè arretrati (e qui il colore della pelle centra poco) senza riflettere per un attimo che se non fosse stato per il loro "pensiero" saremmo ancora più a "terra" di quanto non ci sforziamo di essere.
    Non aggiungo altro...ah no si...pensi che per forni non ventilati una quindicina di min in più di cottura siano sufficienti...pensi che il riposo dell'impasto per una notte sia meglio...pensi che invece della frusta a foglia le mani vadano bene lo stesso...pensi che se sostiuissi il burro con la margarina(provocazione!)....ahahahahahahaaha!! :DDD

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    1. Sai, la comunità cinese, ovunque, gode fama di essere estremamente chiusa. Avendo avuto a che fare pochissimo (niente, direi) con cinesi, non so quanto sia vero. Un po' bisogna imparare a conoscersi.
      Anch'io ho sentito deridere paesini greci, gente di altri paesi persino per ciò che mangia. Se ci si prende gioco dei greci, pensa cosa succede con chi ci è più distante e meno familiare... La domanda dell'imam mi spiazzò particolarmente perché era davvero un segno dei tempi che mutano in peggio: altrove, in Marocco, altri avevano lodato gli italiani per le ragioni opposte, ma probabilmente avevano una visione di noi risalente ad epoche più remote. Come quel gioielliere che mi regalò un ciondolo perché, disse, gli piacevano gli italiani, sempre sorridenti, sempre cordiali.
      Per quanto riguarda la torta, penso... penso... che tu saprai cosa fare :-)

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  3. E' un post veramente coinvolgente, aiuta a pensare, concede una pausa critica al proprio modo di interagire con coloro che riteniamo essere differenti da noi. La ricetta è da urlo.

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    1. Grazie, Roby. Il fatto è che a volte siamo portati a pensare anche troppo, quando interagiamo con gli "altri", nel timore di essere giudicati razzisti.
      Due settimane insieme a Majid, dalla mattina alla sera, hanno azzerato il pensiero: quando ci si lascia andare si torna ad essere naturali. Si ride, si scherza, si vivono esperienze comuni, ci si affida, anche, nel nostro caso, trovandosi in un paese del quale si conosce così poco, e la confidenza diventa un fatto scontato. Forse per questo il viaggio in Marocco è stato uno dei più belli che abbia mai fatto.

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  4. E' sempre un piacere leggerti. Che altro aggiungere?
    Per la ricetta (mammamia!): ma la mela non si ammorbidisce e si affloscia troppo in cottura?

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    1. Grazie, Corrado.
      Per la mela, è come per ogni altra torta di mele. Fai cubetti un po' grossi, mai minuscoli. Diventa morbida ma in qualche punto ancora crocchia :-), comunque non si riduce in pappa.

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    2. P.S.: Se guardi la foto, vedi anche un cubettone ancora integro.

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  5. Avevo scritto un commento un pò più articolato ma mi è sfuggito e si è perso nei meandri...
    ricomincio...insomma torta da fare e libro da comprare chè tento negli scaffali della libreria c'è posto (!!?)
    poi, più seria: sono siciliana e di lacerazioni, amore e odio per la propria terra vista da lontano perché "emigrante" ma sempre nel cuore me ne intendo...
    poi il razzismo...mi sembra tutto così assudo...qui a lato mentre scrivo leggo il titolo di un tuo vecchio post.."lei è cretino..si informi." beh, il tema era un altro ma mi sembra che il consiglio possa essere calzante...
    capisco che sembra un po' come dire " complimenti per la trasmissione" ma questo blog è davvero perfetto.
    Simonetta.

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    1. Grazie, Simonetta. Perfetto non ce l'ha mai detto nessuno :-)
      Il consiglio è spesso calzante, il problema è che il cretino vero non sente mai il bisogno di informarsi.

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  6. Mi viene in mente i film di Ozpetek, dove il muticulturalismo ed il colore ne caratterizzano le splendide pellicole...Io dico che se ci fosse rispetto, molte brutture non si vedrebbero nè udirebbero.Ma questo concetto è merce piuttosto rara, non trovi?

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    1. Ben scelta la parola rispetto. Perché di solito si parla di tolleranza, che viene pur sempre da tollerare. E non è una gran bella parola.

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  7. Grazie Giovanna per tanti motivi e in particolare per la riflessione universale che attraversa il tempo. E' vero che quando poi si è a contatto diretto con il "diverso" si ridiventa naturali. E' l'umano, la realtà che diventa più forte di qualunque pensiero, pregiudizio o paura.
    Fai bene ad essere fiera, l'incrocio di culture può essere doloroso, perturbante, può creare problemi d'identità ma alla fine nascono piccole perle.
    Come puoi immaginare non posso che approvare il dolce... :-)

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    1. A volte quell'incontro crea sensi di colpa. E' il brutto di queste situazioni. Se ti dicono che gli italiani sono razzisti, ti senti fatalmente coinvolta, e finisci per farti delle domande anche su te stessa.

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  8. La ricetta è fantastica, ma le tue riflessioni così importanti che dovrebbero essere lette e rilette. Come non sopporto quel tipo di atteggiamento in cui si fa finta di trattare qualcuno bene e si manca totalmente di rispetto....hai trovato le parole esatte.
    grazie

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    1. Grazie a te.
      Anche la cortesia può avere una condiscendenza tutta sua, che ti fa sentire inferiore. Credo sia la più brutta e subdola forma di discriminazione.

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  9. Nella tua descrizione dei napoletani ritrovo tutte le persone care che ho conosciuto gli anni scorsi, e mi viene un groppo di malinconia. Mi torna spesso alla mente la frase di un collega, un invito, a me che ero ancora orsa e molto introversa "Elvira, vieni int'alla amicizia". Credo che nessun altro dialetto abbia qualcosa di significato simile :)

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    1. Cibou, il tuo commento non si è perso, è solo che c'è la moderazione :-).
      Giuro che questo modo di dire non l'ho mai sentito, ma devo dire che è di un'efficacia davvero speciale!

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  10. Ciao! Mi piace moltissimo il tuo blog, e questa ricetta? Parliamone ;D
    Spero tu possa passare nel mio neo nato blog... a presto!!! :)))

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    1. Ciao e bentrovata! Ho provato a raggiungere il tuo blog, ma il tuo profilo personale risulta privato, quindi, non conoscendo il nome del blog, non riesco ad arrivarci...

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  11. mi viene in mente la canzone di pino daniele 'napul'è mille culure' ed è proprio vero!
    un abbraccio e buona domenica

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    1. E' anche "na carta sporca", mannaggia. Non sai la rabbia che provo certe volte...
      Buona settimana!

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  12. io ho quella malattia che mi fa diventare indigena in ogni mia peregrinazione. quasi, in ogni. la prima volta che vidi napoli ero di passaggio e ho fatto in modo che il passaggio si ripetesse al ritorno. ho affrontato 10 ore di treno in un giorno solo per una pizza e un respiro della città, ci sono tornata, ci ho camminato e corso sentendo la città. napoli diventa un luogo di ritorno. occorre ritornarci. (mi ha fatto lo stesso effetto trapani) leggerti è il mio bel momento di oggi.

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    1. Bella questa cosa del "luogo di ritorno". E anche sul diventare indigena ogni volta, condivido. Altrimenti è tutto un usare i posti, anziché farsene parte con rispetto.

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  13. oggi mi hanno segnalato il tuo bellissimo sito e nel navigarvi con piacere sono capitata anche su questo post.
    sono napoletana e vivo attualmente in Francia, dopo aver vissuto in varie città italiane e finanche a Tokyo, e il multiculturalismo lo conosco bene. ed è per questo che da napoletana ti ringrazio. perchè questo è quello che ho sempre pensato della mia città. i difetti nostri saranno tanti, ma di certo, se non verremo contagiati, non sappiamo cosa sia il razzismo. e chi viene da un altra etnia ce lo legge negli occhi. posso testimoniarlo.
    quindi grazie della splendida fotografia della nostra città che restituisci. senza oleografie.
    buon proseguimento!

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