martedì 29 novembre 2011

Me, myself and Paul


Mettetevi comodi: questa è una storia che comincia tanto, tanto tempo fa. Nel 1962; anzi, no: per vostra fortuna la parte che mi riguarda comincia più tardi, nel 1970. Parla di una bambina che andava alle elementari e al sabato correva a casa dopo la scuola sperando di arrivare in fretta, più in fretta, di fare in tempo e non perdere Hit Parade, la trasmissione radio condotta da Lelio Luttazzi. Al primo posto in classifica c'era Let it be, dei Beatles. La bambina che ero entrava in casa come una freccia, accendeva la radio e aspettava il momento magico in cui si sarebbero diffuse nella stanza le note di quella canzone che adorava.
Ero proprio una creatura, e prima di Let it be seguivo poco classifiche a canzoni. Si vede che stavo crescendo, perché quella, di canzone, mi fece un buco nel cuore. Non me ne stancavo mai. Non capivo una parola di inglese e allora ne cercavo spasmodicamente il testo in italiano sulle riviste ma, con la tipica cialtroneria nazionale all'epoca aggravata dalla diffusa ignoranza dell'inglese, ogni traduzione era profondamente diversa dalle altre. Come che sia, io ero vittima di un grave principio di febbre beatlesiana che sarebbe durata poi, come malattia conclamata, per tutta la vita. Ma il mio tempismo faceva davvero pietà:  scoprivo i Beatles e loro si scioglievano, andando ognuno per la propria strada con conseguenze disastrose sul mio equilibrio infantile.
Piansi. Piansi tanto, per giorni e giorni, chiudendomi nella mia camera appena mi era possibile per dare sfogo al dolore. Il primo vero dolore della mia vita me l'hanno dato quattro sconosciuti di Liverpool e una nipponica svitata che molti ancora oggi incolpano di tutto e che io di certo incolpavo allora. E che, per irrazionale che sia, confesso di tenere sulla bocca dello stomaco ancora oggi, come una padellata di peperoni troppo agliata.
Poi, a un certo punto, smisi di piangere e cominciai a farmi una cultura.
Possedevo un registratore a cassette, uno di quei catorci con un suono pessimo e un microfono esterno che prendevano una voce melodiosa e ti restituivano un gracchiare indecifrabile. Mi appostavo accanto alla radio con le dita pronte sui due tasti per avviarlo e registravo canzoni, qualsiasi canzone dei Beatles che venisse trasmessa. Intanto ero passata alle scuole medie, avevo una microdotazione mensile in denaro e tra i miei primi acquisti autodecisi ci furono le cassette del cosiddetto "doppio rosso" e di quello "blu": due antologie delle canzoni dei Beatles che mi svincolarono dalla registrazione compulsiva e mi salvarono parzialmente dal ricorso all'otorino.
E, sempre intanto, tra una "Love me do" e una "A day in the life" che sembravano rispettivamente del giurassico e del tremila e invece distavano tra loro pochissimi anni, solo un soffio temporale, ero diventata una ragazzina preadolescente innamorata e volevo sposare Paul McCartney. Che però, disdetta, era già abbondantemente sposato. Oltre al piccolo dettaglio che era più vecchio di me di oltre diciotto anni. Bazzeccole, oggi. Un dramma, quando di anni ne hai tredici. Lui intanto metteva su una proficua carriera solista. Mi sussurrava alle orecchie una melodica "My love", mi faceva venir voglia di ballare con "Mrs. Vandebilt", e dopo un primo periodo in cui aveva virato verso un look da barbone, si riprendeva la sua immagine fresca, bella ed elegante. Viveva la sua animata vita, scriveva e cantava le sue canzoni mentre io crescevo, l'innamoramento lasciava il posto ad altri simili ma più reali (fatta eccezione per quello per Robert Redford, che faceva da sottofondo a quelli reali, ma cosa volete che sia), ma l'innamoramento musicale restava e prosperava. I dischi in casa sostituivano le cassette-ciofeca, e crescevano, crescevano insieme a me.
All'esame di terza media la professoressa di inglese mi fece dei gran complimenti per la pronuncia e la conoscenza di vocaboli non comuni, ignara del fatto che: sì, ero una brava studentessa, ma una secchiona non lo sono mai stata. I miei insegnanti di inglese si chiamavano Paul, John, George e Ringo, e un po' anche i testi di un'opera rock di cui ero appassionatissima: Jesus Christ Superstar. Parlavo l'inglese di Liverpool. Conoscevo ogni testo a menadito, potevo cantare l'intero repertorio dei Fab Four in ordine cronologico senza interruzione e studiavo persino con loro nelle orecchie. Beata gioventù, col suo portentoso potere di concentrazione.
Intorno ai diciott'anni, e per tre o quattro anni, cantai in una band di amici. Cover dei Beatles, of course. Avevo nel frattempo scoperto altro. Tanto altro. Mi agitavo inquieta tra Pink Floyd, Genesis con Peter Gabriel, EL&P, cantautori italiani, Van der Graaf Generator. Gli amori immaginari erano finiti, quelli infelici erano cominciati. I fidanzamenti sbagliati pure. Meglio sarebbe stato se avessi sposato Paul, scommetto. Ma lui, il Sir, lui c'era sempre. Da solo o accompagnato dai suoi ex compagni. C'era nel mio impianto hi-fi faticosamente ottenuto già nel 1975, c'era nell'affetto e nell'ascolto. E nel periodo in cui cantavo le sue, le loro canzoni con la mia band fatta in casa, arrivò il colpo di pistola che si portò via John Lennon. Era il dicembre del 1980 e io sentii che un pezzo della mia gioventù era stato asportato. Brutalmente. Proprio come se qualcuno mi avesse dato un orribile morso staccandomi un pezzo di carne. Non un organo vitale, magari, ma un pezzo grosso che aveva lasciato un avvallamento, e non sarebbe mai ricresciuto. Non era il secondo dolore della mia vita perché nel frattempo ce n'erano stati altri tre o quattro molto seri, ma di certo fu il quinto o il sesto. Bambina avevo smesso di esserlo, ragazzina pure, ma qualunque cosa io fossi lo ero un po' anche grazie ai Beatles e a Sir Paul in particolare. Lui stava là, sullo sfondo della mia vita, sempre, quando lo ascoltavo in loop e quando fingevo di non vederlo per un po', in altre faccende affaccendata. Lui c'era sempre. Me lo portavo dietro come i miei riccioli o il mio spigoloso carattere. Aveva quarant'anni, e proprio quando avrei avuto l'età per sposarlo, avevo anche l'età per non volerlo più :).
A metà degli anni '80 feci un bellissimo viaggio in Inghilterra (non il primo) e vi inclusi un breve soggiorno a Liverpool. Un pellegrinaggio, in realtà: seguii i tour organizzati che ripercorrevano i luoghi beatlesiani, visitai il museo ai Beatles dedicato, vidi ciò che restava del Cavern, e Penny Lane, e Strawberry Fields. A Londra, naturalmente passai per Abbey Road, facendo la foto di rito sulle strisce pedonali, e per Savile Row, dove si era svolto il famoso concerto sul tetto che è nel film "Let it be", e passeggiai facendo finta di nulla (malamente) davanti alla casa cittadina di Paul, a St. John's Wood. Là incontrai un ragazzo tedesco che, solo pochi giorni prima, era stato invitato ad entrare dal baronetto del mio cuor, che gli aveva offerto una tazza di tè e qualche chiacchiera. Invidia nera. Io mi limitai a farmi qualche foto ricordo e a strappare una foglia dal platano del giardino suo di Lui (sì, lo so che non si fa; I beg your pardon, Sir. Almeno puoi dirmi se era un platano?) consapevole che, tanto, se Paul avesse invitato ME ad entrare sarei stata più muta della leggendaria muta di Portici, persa nella contemplazione di un mito fattosi carne e sangue sotto i miei increduli occhi, parlante, sorridente e tè-bevente.



Poi, mentre mi distraevo per qualche annetto facendo altri progetti (la quasi citazione di Lennon è voluta: "Life is what happens to you while you're busy making other plans"), come, che so, laurearmi e cominciare a lavorare, d'un tratto Paul di anni ne aveva 47 e arrivava, oh my God, in Italia.
In Italia! A Roma! No, non lo voglio dire che impresa fu procurarmi due biglietti nell'era preinternettiana. Non ha importanza: Paul veniva a tenere un concerto in Italia; fosse stata l'ultima cosa che avrei fatto nella mia vita, avessi dovuto fare free climbing sul Quirinale, risalire il Tevere a nuoto colluttando con le pantegane, elemosinare, non arrivo a dire prostituirmi ma quasi, io dovevo essere là. Dovevo vedere e ascoltare il mito del mio sempre, dal vivo, per la prima volta.
Era il 1989. Di quel concerto ricordo le emozioni, perché alla fine dopo anni sono loro ciò che ti resta. L'eccitazione, l'apparizione, la voce. E io che pensavo: è lui, non ci posso credere, è vero, esiste e sta cantando e suonando anche per me. Era il primo tour in cui aveva ripreso a eseguire le canzoni dei Beatles. Credo di essere finita in un mondo parallelo, quella sera. Un mondo in cui la maturità era un gioco stupido, la saggezza una grande cretinata e lasciarsi andare dentro l'astrazione l'unica cosa assennata. Tutte cose che ritengo siano valide anche in questo mondo qua, perciò quello parallelo in cui ero finita devo dire che mi piaciucchiava parecchio.
L'ho rivisto nel 1991 a Napoli, Paul. Al palasport. Incredibile: niente per quasi trent'anni e poi eccolo là due volte di fila. Addirittura sotto casa mia, e per ottenere i due biglietti, quella volta, 6 ore in coda davanti a un negozio che si chiamava Top Music, elemosinando davvero, non i quattrini, ma un aiuto, perché il negozio aveva deciso di non dare più di un biglietto a persona, così dovetti implorare una passante di entrare a prenderne un altro, una volta che la fila si fu alleggerita.
La sorte, però, non ci assiste per sempre. E per ritrovare di nuovo my friend Paul ho dovuto aspettare fino ad ora. Fino al 26 novembre. Bologna. Ma nei vent'anni che sono trascorsi mica se n'è andato. Mai. Mi è stato sempre vicino come fanno gli amici veramente fedeli, a sottolineare tanti momenti, a prendersi cura di me con la grazia sollecita di un signore che invecchia con stile ma preserva uno spirito giovane e leggero, fatto di musica.
E così, l'altra sera era di nuovo davanti a me, come se nulla fosse cambiato. Sì, il viso più cascante, i capelli sicuramente bianchi, sotto quel castano chiaro che li ricopre artificialmente; ma a 69 anni è snello ed elegante come l'altroieri, così british, ed è un monumento da quando di anni non ne aveva nemmeno trenta, ma si porta sulle spalle la sua ieraticità senza fatica, lieve. Ed io, davanti a lui, sono tale e quale alla ragazzina che fui. Mi scoppia il cuore, quando gioca con l'ukulele accennando Something e poi Something diventa d'improvviso una tempesta di suoni, e dietro scorrono delle magnifiche, magnifiche foto di George; mi si inumidiscono gli occhi quando, solo con la chitarra, MI canta Blackbird; mi sento piena di gioia e vita quando si siede al piano e mi regala Maybe I'm amazed, come la suonasse esattamente per me, prendendo la mira su un immaginario bersaglio situato tra la punta inferiore del mio sterno e la faringe; poi dirige un coro di migliaia e migliaia che cantano tutti insieme una canzone che ho sentito sempre mia, Hey Jude, e canto anch'io; e sono tre ore di concerto, trentanove brani, la voce che si fa via via più stanca ma l'entusiasmo di un ragazzo la sorregge. Avrà cantato alcune canzoni per la ventimilesima volta, eppure è coinvolto come fosse la prima, e poi solo un pazzo pieno di passione, di genio, di coraggio e di bella incoscienza può decidere di osare Helter Skelter al secondo bis, dopo una trentina di brani sforzati, urlati, faticati; Helter Skelter, che ammazzerebbe voci ventenni.
La felicità è ritrovarlo intatto compagno di strada che ti ha camminato sempre al fianco, while you were busy making other plans.
E lo sai che è come essere di fronte alla Madonna, al mito, alla storia; ma è un amico, questo è, Sir Paul. Ti ha cambiato la vita, perché ciò che hai vissuto non sarebbe stato uguale senza quella costante, coinvolgente, unica colonna sonora, che conosci meglio delle pieghe della tua pelle, e gli sei grata, e gli vuoi bene, e la bambina che nel 1970 piangeva tutte le sue lacrime è stata risarcita per ognuna, molto più di quanto fosse equo e desiderabile.
E poi, andiamo, lui è Paul McCartney. Non ci sarà mai niente di meglio, mai niente di più. Lui è quella testolina che si scuoteva col caschetto accattivante quando imparavo a leggere, coreggiando i suoi yeah yeah yeah. E' la canzone forse più coverizzata al mondo, una cosetta chiamata Yesterday. E' un canzoniere sterminato, probabilmente unico. E' quello che sarebbe un bassista, ma passa dalla chitarra al piano alla batteria senza mezza incertezza. E' la voce pulita e sicura che vince un Grammy a 68 anni per una performance live. E' la storia del rock.
Ed io, che posso fare per restituirgli in parte ciò che mi ha dato? Niente. Solo scegliere di non pubblicare in questo post il pollo all'aglio che volevo condividere, perché lui è vegetariano, e io non posso fargli questo.
Opterò per una zuppa, piccolo compenso per chi ha avuto la forza di sorbirsi tutta la precedente sbrodolatura autobiografica.
Very neapolitan, assai poco british. Un giorno potrei offrirtela per pranzo, Paul, while you're busy making other plans? Parleremo di musica, canticchieremo canzoni che hanno fatto la tua, la mia storia, un poco piangiucchierò per l'emozione. E giuro che non ti chiederò di sposarti.
Anche perché ci sono andata vicino. Ho sposato colui che, nella mia band beatlesiana, suonava il basso, come te. Va bene, quando canta mette in fuga le colonie feline, ma me ne sono fatta una ragione. E poi, per quello ci sei tu.

Zuppa di fagioli di Controne e friarielli

Per 3-4 persone:

300 g di fagioli di Controne
500 g di friarielli già mondati
2 + 1 spicchi d'aglio
un gambo di sedano, con le foglie
una decina di pomodorini
olio
un peperone crusco (facoltativo)
peperoncino di Controne macinato, o del comune peperoncino
(Se non avete a pranzo Paul, metteteci anche un po' di guanciale ;-). Se invece lui c'è, non mettetecelo ma invitate anche me).

Lessare i fagioli, che non necessitano di ammollo, in abbondante acqua, finché non sono teneri ma non disfatti.
Rosolare in padella due spicchi d'aglio con un po' d'olio, aggiungere i pomodorini tagliati a metà e cuocere a fuoco vivo per cinque minuti.
Versare nei fagioli, salare, far insaporire per una decina di minuti, sobbollendo, con l'aggiunta di sedano e abbodante peperoncino.
A parte, saltare in padella con l'altro spicchio d'aglio e olio i friarielli precedentemente sbollentati per pochissimi minuti. Salarli, quindi unirli ai fagioli. Servire la zuppa tiepida, con un giro d'olio crudo.
Se usate il peperone crusco, sbriciolatelo sulla zuppa al momento di servire.

venerdì 25 novembre 2011

Innamorarsi. Di un cavolfiore.


Cose che succedono quando si va a fare la spesa al mercato di Campagna Amica.
C'è, là, un'azienda agricola biologica di Pozzuoli che è stata capace di convertirmi alla passione per l'insalata, una cosa che mai immaginavo potesse accadere.
Pur essendo un'avversaria agguerrita di insalate pretagliate in busta e di esangui, gelide iceberg da supermarket che hanno fatto un tour del globo prima di pervenire sui banchi di vendita, io insalate buone come quelle puteolane non le avevo mangiate mai.
Domenica scorsa l'insalata scarseggiava, ma c'erano i cavolfiori. Ne ho preso uno, l'ho condotto amorevolmente tra le mura della mia magione. L'ho estratto dal sacchetto. E mi sono incantata come una bambina che guardi per la prima volta un vegetale da vicino, con attenzione.



Io un cavolfiore splendido come quello non l'avevo mai visto. Era una scultura, una meraviglia della natura, con quelle sue foglie esterne ritorte e arricciolate intorno al corpo candido e carnoso, come a celarlo dagli sguardi libidinosi :).



E' stato difficile trovare il coraggio per "smontare" cotanta bellezza e buttare il cavolfiore in pentola.
Ne ho usato metà per questa ricetta improvvisata seguendo la fantasia. Con l'altra ho fatto una classica pasta e cavoli alla napoletana.

Filetto di maiale con crema di cavolfiore al curry, cipolla caramellata e zucca

Un filetto di maiale da 500 g
mezzo cavolfiore
curry 
tre spicchi d'aglio
latte
una piccola noce di burro
aceto balsamico
olio
sale
zucca
una grossa cipolla di Tropea
aceto di mele 
zucchero di canna

Dividere il cavolfiore in cimette e sbollentarle per pochi minuti. Rosolare in una casseruola uno spicchio d'aglio in poco olio, aggiungere curry (a gusto), quando se ne sente il profumo unire le cimette di cavolfiore, rigirarle per qualche minuto nel condimento, poi versare latte fin quasi a coprirle (ma senza esagerare perché il composto finale deve risultare cremoso e denso, se ne può sempre aggiungere altro, se occorre), salare e portare a cottura. Passare al mixer fino a ottenere una crema perfettamente liscia e mantecare con una piccolissima noce di burro.
Tagliare ad anelli o a julienne la cipolla, sottilmente, e cuocerla in una padella con un po' d'olio senza farle prendere colore, sfumandola con poco aceto di mele. Quando è tenera e traparente, spolverizzarla con una manciatina di zucchero di canna, farla leggermente caramellare e poi toglierla dalla padella. Asciugare l'eventuale eccesso di condimento e, nella stessa padella, far rosolare delle fettine sottili di zucca. Tagliarle poi a striscioline.
Legare il filetto di maiale e rosolarlo a fuoco vivo da tutti i lati in un tegame con poco olio in cui si saranno fatti colorire due spicchi d'aglio. Salare, coprire e far cuocere sfumando con poco aceto balsamico.
Tagliare il filetto a fette spesse e servirlo sulla crema di cavolfiore, accompagnandolo con la cipolla e le striscioline di zucca e irrorandolo col suo fondo di cottura.

lunedì 21 novembre 2011

Una ricetta per il Gulliver e i suoi bambini


Ci ho messo un po', ma alla fine mi unisco all'iniziativa di Patrizia per i bambini di Rocchetta Vara.
Se vi fosse sfuggita, vi prego di cliccare sull'immagine qui sotto per tutti i dettagli e di annotarvi l'IBAN che è nell'immagine seguente, e vi spiego brevemente.
L'alluvione in Liguria si è portato via di tutto (compreso il ristorante di Chiara, per il quale vi rimando al post precedente) e ha devastato anche le case-famiglia in cui due grandi donne, Paola e Fiorella della cooperativa sociale Gulliver di Borghetto Vara, si prendevano cura di bambini e disabili.
Patrizia si è interessata alla situazione, ha preso informazioni, si è messa in contatto con Paola e Fiorella e sta cercando di dar vita a una grande catena di solidarietà nel web. Oltre al link qui sotto, potete fare riferimento anche al gruppo su Facebook, nel quale si organizzano aiuti di ogni genere e si aggiorna continuamente lo stato delle cose, specificando cosa serve e cosa è stato già trovato. 
Oppure potete dare un contributo con un versamento. O ancora partecipare anche solo a questa raccolta di ricette, diffondendo l'iniziativa. Entro il 30 novembre.




So che sono arrivate molte ricette di dolci. 
Io ho scelto questa, che dolce non è, e che mi ha fatto pensare ai bambini. I bambini amano i panini, purtroppo spesso amano anche i fast food; ma sono certa che se si prepara un buon hamburger in casa e lo si mette dentro questi panini, lo ameranno di più.
Siamo tutti un poco bambini, anche troppo. E infatti a me i panini con hamburger piacciono da morire :).
La ricetta me l'ha data Lisa che ha rielaborato una ricetta di Adriano, sempre una garanzia.

Panini per hamburger

500 g di farina forte per panificazione
300 ml circa di latte intero
55 g di strutto
20 g di zucchero
8 g di lievito di birra
10 g di sale
1/2 cucchiaino da caffè di malto

Latte per lucidare
Semi di sesamo

Intiepidire il latte e sciogliervi dentro il lievito e il malto. Far riposare 10 minuti.
Nell'impastatrice col gancio (o anche a mano, con un po' di energia) impastare farina e latte, poi unire lo zucchero, quindi il sale. Aggiungere poi lo strutto, PRIMA che l'impasto incordi. Continuare a impastare energicamente, battendo, fino ad incordare.
Far lievitare, coperto, in ambiente caldo (26-28 gradi) fino al raddoppio.
Riprendere l'impasto e sgonfiarlo. Dare quindi delle pieghe seguendo il secondo metodo spiegato in questo post. Far riposare altri 30 minuti,  poi spezzare in porzioni delle dimensioni desiderate. Per un hamburger di diametro normale direi che andranno bene 80-90 g.  Formare dei panini tondi, far lievitare nuovamente. Quindi spennellare con latte, cospargere con il sesamo e infornare in forno preriscaldato a 180°/190° fino a doratura.

martedì 15 novembre 2011

Darsi una mano


Sapete tutti dell'alluvione in Liguria, del mare di fango che ha invaso le strade e si è portato via vite e case, e lavoro.
Tra quello che si è portato via c'è anche il sogno realizzato di una blogger, Chiara di Tocco e tacchi, che aveva recentissimamente aperto un ristorante proprio a Genova. Guardate cosa è diventato.
E' partita una gara di solidarietà per organizzare gli aiuti, che ha il suo "comando operativo" in un gruppo su facebook: Foodbogger per Officina di Cucina.
Se volete contribuire, condividete l'iniziativa, entrate nel gruppo per sapere di cosa c'è bisogno o offrite quanto potete, come potete. Diamoci una mano, tutti, prima o poi, potremmo aver bisogno di un aiuto, ed è bello sapere di poter contare sulla solidarietà attiva di una piccola pattuglia nel web.
Questo è il numero di c/c per contribuire:

IBAN: IT86T0617501410000001648580
Intestato a: OFFICINA DI CUCINA S.N.C. FONDI ALLUVIONE 2011 NEGOZIO

Grazie!

giovedì 10 novembre 2011

Curiosità storiche


Qualcuno, vedendo la foto qui sopra, penserà e dirà: che schifo. Reazione comprensibile: già le carni stufate non fanno una figura dignitosa nelle foto di una dilettante dello scatto quale io sono, questo stufato in particolare, poi, è inguardabile per sua natura.
Però è il mio preferito. E poi è una ricetta "storica", una delle prime che abbia mai postato nel web. Era il 2003. E pochi giorni fa una vecchia conoscenza mi ha chiesto quando l'avrei ripubblicata qui: dopo tre anni di blog, la mancanza era davvero grave.
La ricetta ha origini avvolte nell'incertezza. Qualche parente la estorse al cuoco di una trattoria nella quale l'aveva assaggiato. Ce ne parlò con entusiasmo, ci passò ingredienti e procedimento, e battezzò il piatto "Kitekat" per la sua indubbia somiglianza estetica con il cibo per gatti. Non so chi fosse il parente, quale la trattoria, non conosco l'identità del cuoco, ma il piatto è diventato una ricetta di famiglia. Fondamentale è il taglio di carne, e qui casca l'asino. O nasce il busillis. Perché, com'è noto, i tagli cambiano nome non solo da regione a regione ma persino da provincia a provincia. A Napoli il taglio che serve si chiama piccione, ma so che altrove con il nome di piccione si indica altra parte del manzo, che può essere usata per arrosti, anche ripieni. Quello napoletano non potrebbe mai: è un taglio brutto a vedersi, pieno di nervi, con una larga fascia (credo tendinea, ma chissà?) che lo attraversa e che è pressocché impossibile da tagliare. Infatti bisogna ripulire la carne accuratamente da ogni parte coriacea, e lo si potrà fare solo ricavandone bocconcini minuscoli e con tanta, tanta fatica e altrettanta pazienza. Di solito se ne occupa, obtorto collo, il consorte.
Espletata questa tediosa operazione, si otterranno però risultati molto soddisfacenti, perché questa carne ha il pregio di diventare tenerissima, praticamente di burro, senza asciugarsi minimamente. Se trovate altri tagli in grado di garantirvi un risultato analogo, usate pure quelli.

Kitekat

un piccione di manzo o altro taglio tenerissimo e sugoso, che si presti alle lunghe cotture
due o tre spicchi d'aglio
poco vino bianco
rosmarino
prezzemolo
due tuorli d'uovo
sale
olio

Rosolate la carne con l'olio e l'aglio. Bagnatela poi con il vino bianco e, quando evapora, unite un bel trito di rosmarino e prezzemolo. Coprite, salate e lasciate cuocere finché la carne non sarà ben tenera. Deve sciogliersi in bocca. Anche la pentola a pressione va benissimo.
Al momento di servire, battete un paio di tuorli d’uovo con prezzemolo tritato abbondante e versateli sulla carne rigirando velocemente su fuoco basso.

venerdì 4 novembre 2011

Caldo novembre



Dopo l'incursione di Lisa, che spero sia la prima di una lunga serie (ma farà bene a sperarlo lei, perché sa che altrimenti le ritorsioni saranno orribili :)) tornate ad accontentarvi delle mie minchiatine anche in questo caldo novembre.
Così caldo, per ora, che ho ancora voglia di piatti freschi ed estivi, ma questa voglia convive col desiderio di ricominciare con i piatti di "peso" e confortanti, come il ragù e gli stufati (a breve ne arriverà uno che per me è storico). 
E così, eccovi una ricetta che, come molte altre, viene dai tempi eroici del forum di CucinaIt. Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che sia della mia amica Benedetta Lugli (che se legge mi confermerà).

Carpaccio di polpo verace

un polpo da circa 1,5 kg
2 coste di sedano
una carota 
2 foglie di alloro
zenzero fresco
un limone 
olio extra vergine di oliva 
sale
pepe nero in grani

Lessare il polpo fino a che sia ben tenero, in acqua con il sedano, la carota, l'alloro e qualche grano di pepe nero .
Lasciarlo raffreddare nella sua acqua, scolarlo, spolverizzarlo con il sale e lo zenzero grattugiato, spruzzarlo con qualche goccia di limone, poi inserirlo in una lattina vuota di olio da frittura, di quelle cilindriche, che avrete ovviamente privato di uno dei due fondi e lasciato unta. Pressatelo molto bene, metteteci sopra un peso (io di solito uso il batticarne circolare che ci va alla perfezione e lo "premo" sul polpo fermandolo con del nastro adesivo, molto stretto, ai bordi della lattina) appoggiato sopra della pellicola per alimenti, e riponetelo in frigo per una notte almeno. Al momento di servire, asportate l'altro fondo della lattina e spingete fuori il polpo, tagliatelo sottilissimo con un'affettatrice. Accompagnatelo con qualche foglia di insalata e conditelo a piacere. Io ho usato una salsina ottenuta frullando olio, basilico, poco timo limonato e succo e scorza di limone.