Mettetevi comodi: questa è una storia che comincia tanto, tanto tempo fa. Nel 1962; anzi, no: per vostra fortuna la parte che mi riguarda comincia più tardi, nel 1970. Parla di una bambina che andava alle elementari e al sabato correva a casa dopo la scuola sperando di arrivare in fretta, più in fretta, di fare in tempo e non perdere Hit Parade, la trasmissione radio condotta da Lelio Luttazzi. Al primo posto in classifica c'era Let it be, dei Beatles. La bambina che ero entrava in casa come una freccia, accendeva la radio e aspettava il momento magico in cui si sarebbero diffuse nella stanza le note di quella canzone che adorava.
Ero proprio una creatura, e prima di Let it be seguivo poco classifiche a canzoni. Si vede che stavo crescendo, perché quella, di canzone, mi fece un buco nel cuore. Non me ne stancavo mai. Non capivo una parola di inglese e allora ne cercavo spasmodicamente il testo in italiano sulle riviste ma, con la tipica cialtroneria nazionale all'epoca aggravata dalla diffusa ignoranza dell'inglese, ogni traduzione era profondamente diversa dalle altre. Come che sia, io ero vittima di un grave principio di febbre beatlesiana che sarebbe durata poi, come malattia conclamata, per tutta la vita. Ma il mio tempismo faceva davvero pietà: scoprivo i Beatles e loro si scioglievano, andando ognuno per la propria strada con conseguenze disastrose sul mio equilibrio infantile.
Piansi. Piansi tanto, per giorni e giorni, chiudendomi nella mia camera appena mi era possibile per dare sfogo al dolore. Il primo vero dolore della mia vita me l'hanno dato quattro sconosciuti di Liverpool e una nipponica svitata che molti ancora oggi incolpano di tutto e che io di certo incolpavo allora. E che, per irrazionale che sia, confesso di tenere sulla bocca dello stomaco ancora oggi, come una padellata di peperoni troppo agliata.
Poi, a un certo punto, smisi di piangere e cominciai a farmi una cultura.
Possedevo un registratore a cassette, uno di quei catorci con un suono pessimo e un microfono esterno che prendevano una voce melodiosa e ti restituivano un gracchiare indecifrabile. Mi appostavo accanto alla radio con le dita pronte sui due tasti per avviarlo e registravo canzoni, qualsiasi canzone dei Beatles che venisse trasmessa. Intanto ero passata alle scuole medie, avevo una microdotazione mensile in denaro e tra i miei primi acquisti autodecisi ci furono le cassette del cosiddetto "doppio rosso" e di quello "blu": due antologie delle canzoni dei Beatles che mi svincolarono dalla registrazione compulsiva e mi salvarono parzialmente dal ricorso all'otorino.
E, sempre intanto, tra una "Love me do" e una "A day in the life" che sembravano rispettivamente del giurassico e del tremila e invece distavano tra loro pochissimi anni, solo un soffio temporale, ero diventata una ragazzina preadolescente innamorata e volevo sposare Paul McCartney. Che però, disdetta, era già abbondantemente sposato. Oltre al piccolo dettaglio che era più vecchio di me di oltre diciotto anni. Bazzeccole, oggi. Un dramma, quando di anni ne hai tredici. Lui intanto metteva su una proficua carriera solista. Mi sussurrava alle orecchie una melodica "My love", mi faceva venir voglia di ballare con "Mrs. Vandebilt", e dopo un primo periodo in cui aveva virato verso un look da barbone, si riprendeva la sua immagine fresca, bella ed elegante. Viveva la sua animata vita, scriveva e cantava le sue canzoni mentre io crescevo, l'innamoramento lasciava il posto ad altri simili ma più reali (fatta eccezione per quello per Robert Redford, che faceva da sottofondo a quelli reali, ma cosa volete che sia), ma l'innamoramento musicale restava e prosperava. I dischi in casa sostituivano le cassette-ciofeca, e crescevano, crescevano insieme a me.
All'esame di terza media la professoressa di inglese mi fece dei gran complimenti per la pronuncia e la conoscenza di vocaboli non comuni, ignara del fatto che: sì, ero una brava studentessa, ma una secchiona non lo sono mai stata. I miei insegnanti di inglese si chiamavano Paul, John, George e Ringo, e un po' anche i testi di un'opera rock di cui ero appassionatissima: Jesus Christ Superstar. Parlavo l'inglese di Liverpool. Conoscevo ogni testo a menadito, potevo cantare l'intero repertorio dei Fab Four in ordine cronologico senza interruzione e studiavo persino con loro nelle orecchie. Beata gioventù, col suo portentoso potere di concentrazione.
Intorno ai diciott'anni, e per tre o quattro anni, cantai in una band di amici. Cover dei Beatles, of course. Avevo nel frattempo scoperto altro. Tanto altro. Mi agitavo inquieta tra Pink Floyd, Genesis con Peter Gabriel, EL&P, cantautori italiani, Van der Graaf Generator. Gli amori immaginari erano finiti, quelli infelici erano cominciati. I fidanzamenti sbagliati pure. Meglio sarebbe stato se avessi sposato Paul, scommetto. Ma lui, il Sir, lui c'era sempre. Da solo o accompagnato dai suoi ex compagni. C'era nel mio impianto hi-fi faticosamente ottenuto già nel 1975, c'era nell'affetto e nell'ascolto. E nel periodo in cui cantavo le sue, le loro canzoni con la mia band fatta in casa, arrivò il colpo di pistola che si portò via John Lennon. Era il dicembre del 1980 e io sentii che un pezzo della mia gioventù era stato asportato. Brutalmente. Proprio come se qualcuno mi avesse dato un orribile morso staccandomi un pezzo di carne. Non un organo vitale, magari, ma un pezzo grosso che aveva lasciato un avvallamento, e non sarebbe mai ricresciuto. Non era il secondo dolore della mia vita perché nel frattempo ce n'erano stati altri tre o quattro molto seri, ma di certo fu il quinto o il sesto. Bambina avevo smesso di esserlo, ragazzina pure, ma qualunque cosa io fossi lo ero un po' anche grazie ai Beatles e a Sir Paul in particolare. Lui stava là, sullo sfondo della mia vita, sempre, quando lo ascoltavo in loop e quando fingevo di non vederlo per un po', in altre faccende affaccendata. Lui c'era sempre. Me lo portavo dietro come i miei riccioli o il mio spigoloso carattere. Aveva quarant'anni, e proprio quando avrei avuto l'età per sposarlo, avevo anche l'età per non volerlo più :).
A metà degli anni '80 feci un bellissimo viaggio in Inghilterra (non il primo) e vi inclusi un breve soggiorno a Liverpool. Un pellegrinaggio, in realtà: seguii i tour organizzati che ripercorrevano i luoghi beatlesiani, visitai il museo ai Beatles dedicato, vidi ciò che restava del Cavern, e Penny Lane, e Strawberry Fields. A Londra, naturalmente passai per Abbey Road, facendo la foto di rito sulle strisce pedonali, e per Savile Row, dove si era svolto il famoso concerto sul tetto che è nel film "Let it be", e passeggiai facendo finta di nulla (malamente) davanti alla casa cittadina di Paul, a St. John's Wood. Là incontrai un ragazzo tedesco che, solo pochi giorni prima, era stato invitato ad entrare dal baronetto del mio cuor, che gli aveva offerto una tazza di tè e qualche chiacchiera. Invidia nera. Io mi limitai a farmi qualche foto ricordo e a strappare una foglia dal platano del giardino suo di Lui (sì, lo so che non si fa; I beg your pardon, Sir. Almeno puoi dirmi se era un platano?) consapevole che, tanto, se Paul avesse invitato ME ad entrare sarei stata più muta della leggendaria muta di Portici, persa nella contemplazione di un mito fattosi carne e sangue sotto i miei increduli occhi, parlante, sorridente e tè-bevente.
Poi, mentre mi distraevo per qualche annetto facendo altri progetti (la quasi citazione di Lennon è voluta: "Life is what happens to you while you're busy making other plans"), come, che so, laurearmi e cominciare a lavorare, d'un tratto Paul di anni ne aveva 47 e arrivava, oh my God, in Italia.
In Italia! A Roma! No, non lo voglio dire che impresa fu procurarmi due biglietti nell'era preinternettiana. Non ha importanza: Paul veniva a tenere un concerto in Italia; fosse stata l'ultima cosa che avrei fatto nella mia vita, avessi dovuto fare free climbing sul Quirinale, risalire il Tevere a nuoto colluttando con le pantegane, elemosinare, non arrivo a dire prostituirmi ma quasi, io dovevo essere là. Dovevo vedere e ascoltare il mito del mio sempre, dal vivo, per la prima volta.
Era il 1989. Di quel concerto ricordo le emozioni, perché alla fine dopo anni sono loro ciò che ti resta. L'eccitazione, l'apparizione, la voce. E io che pensavo: è lui, non ci posso credere, è vero, esiste e sta cantando e suonando anche per me. Era il primo tour in cui aveva ripreso a eseguire le canzoni dei Beatles. Credo di essere finita in un mondo parallelo, quella sera. Un mondo in cui la maturità era un gioco stupido, la saggezza una grande cretinata e lasciarsi andare dentro l'astrazione l'unica cosa assennata. Tutte cose che ritengo siano valide anche in questo mondo qua, perciò quello parallelo in cui ero finita devo dire che mi piaciucchiava parecchio.
L'ho rivisto nel 1991 a Napoli, Paul. Al palasport. Incredibile: niente per quasi trent'anni e poi eccolo là due volte di fila. Addirittura sotto casa mia, e per ottenere i due biglietti, quella volta, 6 ore in coda davanti a un negozio che si chiamava Top Music, elemosinando davvero, non i quattrini, ma un aiuto, perché il negozio aveva deciso di non dare più di un biglietto a persona, così dovetti implorare una passante di entrare a prenderne un altro, una volta che la fila si fu alleggerita.
La sorte, però, non ci assiste per sempre. E per ritrovare di nuovo my friend Paul ho dovuto aspettare fino ad ora. Fino al 26 novembre. Bologna. Ma nei vent'anni che sono trascorsi mica se n'è andato. Mai. Mi è stato sempre vicino come fanno gli amici veramente fedeli, a sottolineare tanti momenti, a prendersi cura di me con la grazia sollecita di un signore che invecchia con stile ma preserva uno spirito giovane e leggero, fatto di musica.
E così, l'altra sera era di nuovo davanti a me, come se nulla fosse cambiato. Sì, il viso più cascante, i capelli sicuramente bianchi, sotto quel castano chiaro che li ricopre artificialmente; ma a 69 anni è snello ed elegante come l'altroieri, così british, ed è un monumento da quando di anni non ne aveva nemmeno trenta, ma si porta sulle spalle la sua ieraticità senza fatica, lieve. Ed io, davanti a lui, sono tale e quale alla ragazzina che fui. Mi scoppia il cuore, quando gioca con l'ukulele accennando Something e poi Something diventa d'improvviso una tempesta di suoni, e dietro scorrono delle magnifiche, magnifiche foto di George; mi si inumidiscono gli occhi quando, solo con la chitarra, MI canta Blackbird; mi sento piena di gioia e vita quando si siede al piano e mi regala Maybe I'm amazed, come la suonasse esattamente per me, prendendo la mira su un immaginario bersaglio situato tra la punta inferiore del mio sterno e la faringe; poi dirige un coro di migliaia e migliaia che cantano tutti insieme una canzone che ho sentito sempre mia, Hey Jude, e canto anch'io; e sono tre ore di concerto, trentanove brani, la voce che si fa via via più stanca ma l'entusiasmo di un ragazzo la sorregge. Avrà cantato alcune canzoni per la ventimilesima volta, eppure è coinvolto come fosse la prima, e poi solo un pazzo pieno di passione, di genio, di coraggio e di bella incoscienza può decidere di osare Helter Skelter al secondo bis, dopo una trentina di brani sforzati, urlati, faticati; Helter Skelter, che ammazzerebbe voci ventenni.
La felicità è ritrovarlo intatto compagno di strada che ti ha camminato sempre al fianco, while you were busy making other plans.
E lo sai che è come essere di fronte alla Madonna, al mito, alla storia; ma è un amico, questo è, Sir Paul. Ti ha cambiato la vita, perché ciò che hai vissuto non sarebbe stato uguale senza quella costante, coinvolgente, unica colonna sonora, che conosci meglio delle pieghe della tua pelle, e gli sei grata, e gli vuoi bene, e la bambina che nel 1970 piangeva tutte le sue lacrime è stata risarcita per ognuna, molto più di quanto fosse equo e desiderabile.
E poi, andiamo, lui è Paul McCartney. Non ci sarà mai niente di meglio, mai niente di più. Lui è quella testolina che si scuoteva col caschetto accattivante quando imparavo a leggere, coreggiando i suoi yeah yeah yeah. E' la canzone forse più coverizzata al mondo, una cosetta chiamata Yesterday. E' un canzoniere sterminato, probabilmente unico. E' quello che sarebbe un bassista, ma passa dalla chitarra al piano alla batteria senza mezza incertezza. E' la voce pulita e sicura che vince un Grammy a 68 anni per una performance live. E' la storia del rock.
Ed io, che posso fare per restituirgli in parte ciò che mi ha dato? Niente. Solo scegliere di non pubblicare in questo post il pollo all'aglio che volevo condividere, perché lui è vegetariano, e io non posso fargli questo.
Opterò per una zuppa, piccolo compenso per chi ha avuto la forza di sorbirsi tutta la precedente sbrodolatura autobiografica.
Very neapolitan, assai poco british. Un giorno potrei offrirtela per pranzo, Paul, while you're busy making other plans? Parleremo di musica, canticchieremo canzoni che hanno fatto la tua, la mia storia, un poco piangiucchierò per l'emozione. E giuro che non ti chiederò di sposarti.
Anche perché ci sono andata vicino. Ho sposato colui che, nella mia band beatlesiana, suonava il basso, come te. Va bene, quando canta mette in fuga le colonie feline, ma me ne sono fatta una ragione. E poi, per quello ci sei tu.
Zuppa di fagioli di Controne e friarielli
Per 3-4 persone:
300 g di fagioli di Controne
500 g di friarielli già mondati
2 + 1 spicchi d'aglio
un gambo di sedano, con le foglie
una decina di pomodorini
olio
un peperone crusco (facoltativo)
peperoncino di Controne macinato, o del comune peperoncino
(Se non avete a pranzo Paul, metteteci anche un po' di guanciale ;-). Se invece lui c'è, non mettetecelo ma invitate anche me).
Lessare i fagioli, che non necessitano di ammollo, in abbondante acqua, finché non sono teneri ma non disfatti.
Rosolare in padella due spicchi d'aglio con un po' d'olio, aggiungere i pomodorini tagliati a metà e cuocere a fuoco vivo per cinque minuti.
Versare nei fagioli, salare, far insaporire per una decina di minuti, sobbollendo, con l'aggiunta di sedano e abbodante peperoncino.
A parte, saltare in padella con l'altro spicchio d'aglio e olio i friarielli precedentemente sbollentati per pochissimi minuti. Salarli, quindi unirli ai fagioli. Servire la zuppa tiepida, con un giro d'olio crudo.
Ero proprio una creatura, e prima di Let it be seguivo poco classifiche a canzoni. Si vede che stavo crescendo, perché quella, di canzone, mi fece un buco nel cuore. Non me ne stancavo mai. Non capivo una parola di inglese e allora ne cercavo spasmodicamente il testo in italiano sulle riviste ma, con la tipica cialtroneria nazionale all'epoca aggravata dalla diffusa ignoranza dell'inglese, ogni traduzione era profondamente diversa dalle altre. Come che sia, io ero vittima di un grave principio di febbre beatlesiana che sarebbe durata poi, come malattia conclamata, per tutta la vita. Ma il mio tempismo faceva davvero pietà: scoprivo i Beatles e loro si scioglievano, andando ognuno per la propria strada con conseguenze disastrose sul mio equilibrio infantile.
Piansi. Piansi tanto, per giorni e giorni, chiudendomi nella mia camera appena mi era possibile per dare sfogo al dolore. Il primo vero dolore della mia vita me l'hanno dato quattro sconosciuti di Liverpool e una nipponica svitata che molti ancora oggi incolpano di tutto e che io di certo incolpavo allora. E che, per irrazionale che sia, confesso di tenere sulla bocca dello stomaco ancora oggi, come una padellata di peperoni troppo agliata.
Poi, a un certo punto, smisi di piangere e cominciai a farmi una cultura.
Possedevo un registratore a cassette, uno di quei catorci con un suono pessimo e un microfono esterno che prendevano una voce melodiosa e ti restituivano un gracchiare indecifrabile. Mi appostavo accanto alla radio con le dita pronte sui due tasti per avviarlo e registravo canzoni, qualsiasi canzone dei Beatles che venisse trasmessa. Intanto ero passata alle scuole medie, avevo una microdotazione mensile in denaro e tra i miei primi acquisti autodecisi ci furono le cassette del cosiddetto "doppio rosso" e di quello "blu": due antologie delle canzoni dei Beatles che mi svincolarono dalla registrazione compulsiva e mi salvarono parzialmente dal ricorso all'otorino.
E, sempre intanto, tra una "Love me do" e una "A day in the life" che sembravano rispettivamente del giurassico e del tremila e invece distavano tra loro pochissimi anni, solo un soffio temporale, ero diventata una ragazzina preadolescente innamorata e volevo sposare Paul McCartney. Che però, disdetta, era già abbondantemente sposato. Oltre al piccolo dettaglio che era più vecchio di me di oltre diciotto anni. Bazzeccole, oggi. Un dramma, quando di anni ne hai tredici. Lui intanto metteva su una proficua carriera solista. Mi sussurrava alle orecchie una melodica "My love", mi faceva venir voglia di ballare con "Mrs. Vandebilt", e dopo un primo periodo in cui aveva virato verso un look da barbone, si riprendeva la sua immagine fresca, bella ed elegante. Viveva la sua animata vita, scriveva e cantava le sue canzoni mentre io crescevo, l'innamoramento lasciava il posto ad altri simili ma più reali (fatta eccezione per quello per Robert Redford, che faceva da sottofondo a quelli reali, ma cosa volete che sia), ma l'innamoramento musicale restava e prosperava. I dischi in casa sostituivano le cassette-ciofeca, e crescevano, crescevano insieme a me.
All'esame di terza media la professoressa di inglese mi fece dei gran complimenti per la pronuncia e la conoscenza di vocaboli non comuni, ignara del fatto che: sì, ero una brava studentessa, ma una secchiona non lo sono mai stata. I miei insegnanti di inglese si chiamavano Paul, John, George e Ringo, e un po' anche i testi di un'opera rock di cui ero appassionatissima: Jesus Christ Superstar. Parlavo l'inglese di Liverpool. Conoscevo ogni testo a menadito, potevo cantare l'intero repertorio dei Fab Four in ordine cronologico senza interruzione e studiavo persino con loro nelle orecchie. Beata gioventù, col suo portentoso potere di concentrazione.
Intorno ai diciott'anni, e per tre o quattro anni, cantai in una band di amici. Cover dei Beatles, of course. Avevo nel frattempo scoperto altro. Tanto altro. Mi agitavo inquieta tra Pink Floyd, Genesis con Peter Gabriel, EL&P, cantautori italiani, Van der Graaf Generator. Gli amori immaginari erano finiti, quelli infelici erano cominciati. I fidanzamenti sbagliati pure. Meglio sarebbe stato se avessi sposato Paul, scommetto. Ma lui, il Sir, lui c'era sempre. Da solo o accompagnato dai suoi ex compagni. C'era nel mio impianto hi-fi faticosamente ottenuto già nel 1975, c'era nell'affetto e nell'ascolto. E nel periodo in cui cantavo le sue, le loro canzoni con la mia band fatta in casa, arrivò il colpo di pistola che si portò via John Lennon. Era il dicembre del 1980 e io sentii che un pezzo della mia gioventù era stato asportato. Brutalmente. Proprio come se qualcuno mi avesse dato un orribile morso staccandomi un pezzo di carne. Non un organo vitale, magari, ma un pezzo grosso che aveva lasciato un avvallamento, e non sarebbe mai ricresciuto. Non era il secondo dolore della mia vita perché nel frattempo ce n'erano stati altri tre o quattro molto seri, ma di certo fu il quinto o il sesto. Bambina avevo smesso di esserlo, ragazzina pure, ma qualunque cosa io fossi lo ero un po' anche grazie ai Beatles e a Sir Paul in particolare. Lui stava là, sullo sfondo della mia vita, sempre, quando lo ascoltavo in loop e quando fingevo di non vederlo per un po', in altre faccende affaccendata. Lui c'era sempre. Me lo portavo dietro come i miei riccioli o il mio spigoloso carattere. Aveva quarant'anni, e proprio quando avrei avuto l'età per sposarlo, avevo anche l'età per non volerlo più :).
A metà degli anni '80 feci un bellissimo viaggio in Inghilterra (non il primo) e vi inclusi un breve soggiorno a Liverpool. Un pellegrinaggio, in realtà: seguii i tour organizzati che ripercorrevano i luoghi beatlesiani, visitai il museo ai Beatles dedicato, vidi ciò che restava del Cavern, e Penny Lane, e Strawberry Fields. A Londra, naturalmente passai per Abbey Road, facendo la foto di rito sulle strisce pedonali, e per Savile Row, dove si era svolto il famoso concerto sul tetto che è nel film "Let it be", e passeggiai facendo finta di nulla (malamente) davanti alla casa cittadina di Paul, a St. John's Wood. Là incontrai un ragazzo tedesco che, solo pochi giorni prima, era stato invitato ad entrare dal baronetto del mio cuor, che gli aveva offerto una tazza di tè e qualche chiacchiera. Invidia nera. Io mi limitai a farmi qualche foto ricordo e a strappare una foglia dal platano del giardino suo di Lui (sì, lo so che non si fa; I beg your pardon, Sir. Almeno puoi dirmi se era un platano?) consapevole che, tanto, se Paul avesse invitato ME ad entrare sarei stata più muta della leggendaria muta di Portici, persa nella contemplazione di un mito fattosi carne e sangue sotto i miei increduli occhi, parlante, sorridente e tè-bevente.
Poi, mentre mi distraevo per qualche annetto facendo altri progetti (la quasi citazione di Lennon è voluta: "Life is what happens to you while you're busy making other plans"), come, che so, laurearmi e cominciare a lavorare, d'un tratto Paul di anni ne aveva 47 e arrivava, oh my God, in Italia.
In Italia! A Roma! No, non lo voglio dire che impresa fu procurarmi due biglietti nell'era preinternettiana. Non ha importanza: Paul veniva a tenere un concerto in Italia; fosse stata l'ultima cosa che avrei fatto nella mia vita, avessi dovuto fare free climbing sul Quirinale, risalire il Tevere a nuoto colluttando con le pantegane, elemosinare, non arrivo a dire prostituirmi ma quasi, io dovevo essere là. Dovevo vedere e ascoltare il mito del mio sempre, dal vivo, per la prima volta.
Era il 1989. Di quel concerto ricordo le emozioni, perché alla fine dopo anni sono loro ciò che ti resta. L'eccitazione, l'apparizione, la voce. E io che pensavo: è lui, non ci posso credere, è vero, esiste e sta cantando e suonando anche per me. Era il primo tour in cui aveva ripreso a eseguire le canzoni dei Beatles. Credo di essere finita in un mondo parallelo, quella sera. Un mondo in cui la maturità era un gioco stupido, la saggezza una grande cretinata e lasciarsi andare dentro l'astrazione l'unica cosa assennata. Tutte cose che ritengo siano valide anche in questo mondo qua, perciò quello parallelo in cui ero finita devo dire che mi piaciucchiava parecchio.
L'ho rivisto nel 1991 a Napoli, Paul. Al palasport. Incredibile: niente per quasi trent'anni e poi eccolo là due volte di fila. Addirittura sotto casa mia, e per ottenere i due biglietti, quella volta, 6 ore in coda davanti a un negozio che si chiamava Top Music, elemosinando davvero, non i quattrini, ma un aiuto, perché il negozio aveva deciso di non dare più di un biglietto a persona, così dovetti implorare una passante di entrare a prenderne un altro, una volta che la fila si fu alleggerita.
La sorte, però, non ci assiste per sempre. E per ritrovare di nuovo my friend Paul ho dovuto aspettare fino ad ora. Fino al 26 novembre. Bologna. Ma nei vent'anni che sono trascorsi mica se n'è andato. Mai. Mi è stato sempre vicino come fanno gli amici veramente fedeli, a sottolineare tanti momenti, a prendersi cura di me con la grazia sollecita di un signore che invecchia con stile ma preserva uno spirito giovane e leggero, fatto di musica.
E così, l'altra sera era di nuovo davanti a me, come se nulla fosse cambiato. Sì, il viso più cascante, i capelli sicuramente bianchi, sotto quel castano chiaro che li ricopre artificialmente; ma a 69 anni è snello ed elegante come l'altroieri, così british, ed è un monumento da quando di anni non ne aveva nemmeno trenta, ma si porta sulle spalle la sua ieraticità senza fatica, lieve. Ed io, davanti a lui, sono tale e quale alla ragazzina che fui. Mi scoppia il cuore, quando gioca con l'ukulele accennando Something e poi Something diventa d'improvviso una tempesta di suoni, e dietro scorrono delle magnifiche, magnifiche foto di George; mi si inumidiscono gli occhi quando, solo con la chitarra, MI canta Blackbird; mi sento piena di gioia e vita quando si siede al piano e mi regala Maybe I'm amazed, come la suonasse esattamente per me, prendendo la mira su un immaginario bersaglio situato tra la punta inferiore del mio sterno e la faringe; poi dirige un coro di migliaia e migliaia che cantano tutti insieme una canzone che ho sentito sempre mia, Hey Jude, e canto anch'io; e sono tre ore di concerto, trentanove brani, la voce che si fa via via più stanca ma l'entusiasmo di un ragazzo la sorregge. Avrà cantato alcune canzoni per la ventimilesima volta, eppure è coinvolto come fosse la prima, e poi solo un pazzo pieno di passione, di genio, di coraggio e di bella incoscienza può decidere di osare Helter Skelter al secondo bis, dopo una trentina di brani sforzati, urlati, faticati; Helter Skelter, che ammazzerebbe voci ventenni.
La felicità è ritrovarlo intatto compagno di strada che ti ha camminato sempre al fianco, while you were busy making other plans.
E lo sai che è come essere di fronte alla Madonna, al mito, alla storia; ma è un amico, questo è, Sir Paul. Ti ha cambiato la vita, perché ciò che hai vissuto non sarebbe stato uguale senza quella costante, coinvolgente, unica colonna sonora, che conosci meglio delle pieghe della tua pelle, e gli sei grata, e gli vuoi bene, e la bambina che nel 1970 piangeva tutte le sue lacrime è stata risarcita per ognuna, molto più di quanto fosse equo e desiderabile.
E poi, andiamo, lui è Paul McCartney. Non ci sarà mai niente di meglio, mai niente di più. Lui è quella testolina che si scuoteva col caschetto accattivante quando imparavo a leggere, coreggiando i suoi yeah yeah yeah. E' la canzone forse più coverizzata al mondo, una cosetta chiamata Yesterday. E' un canzoniere sterminato, probabilmente unico. E' quello che sarebbe un bassista, ma passa dalla chitarra al piano alla batteria senza mezza incertezza. E' la voce pulita e sicura che vince un Grammy a 68 anni per una performance live. E' la storia del rock.
Ed io, che posso fare per restituirgli in parte ciò che mi ha dato? Niente. Solo scegliere di non pubblicare in questo post il pollo all'aglio che volevo condividere, perché lui è vegetariano, e io non posso fargli questo.
Opterò per una zuppa, piccolo compenso per chi ha avuto la forza di sorbirsi tutta la precedente sbrodolatura autobiografica.
Very neapolitan, assai poco british. Un giorno potrei offrirtela per pranzo, Paul, while you're busy making other plans? Parleremo di musica, canticchieremo canzoni che hanno fatto la tua, la mia storia, un poco piangiucchierò per l'emozione. E giuro che non ti chiederò di sposarti.
Anche perché ci sono andata vicino. Ho sposato colui che, nella mia band beatlesiana, suonava il basso, come te. Va bene, quando canta mette in fuga le colonie feline, ma me ne sono fatta una ragione. E poi, per quello ci sei tu.
Zuppa di fagioli di Controne e friarielli
Per 3-4 persone:
300 g di fagioli di Controne
500 g di friarielli già mondati
2 + 1 spicchi d'aglio
un gambo di sedano, con le foglie
una decina di pomodorini
olio
un peperone crusco (facoltativo)
peperoncino di Controne macinato, o del comune peperoncino
(Se non avete a pranzo Paul, metteteci anche un po' di guanciale ;-). Se invece lui c'è, non mettetecelo ma invitate anche me).
Lessare i fagioli, che non necessitano di ammollo, in abbondante acqua, finché non sono teneri ma non disfatti.
Rosolare in padella due spicchi d'aglio con un po' d'olio, aggiungere i pomodorini tagliati a metà e cuocere a fuoco vivo per cinque minuti.
Versare nei fagioli, salare, far insaporire per una decina di minuti, sobbollendo, con l'aggiunta di sedano e abbodante peperoncino.
A parte, saltare in padella con l'altro spicchio d'aglio e olio i friarielli precedentemente sbollentati per pochissimi minuti. Salarli, quindi unirli ai fagioli. Servire la zuppa tiepida, con un giro d'olio crudo.
Se usate il peperone crusco, sbriciolatelo sulla zuppa al momento di servire.














