giovedì 25 agosto 2011

Ritorno ai "maccarune"



Non è tempo per esperimenti, per piatti costruiti, per contorsioni mentali sulla cucina. Per me questo è il tempo della semplicità: sono ancora sotto l'influsso della meravigliosa cucina cretese con le sue golose melanzane, le sue erbe aromatiche, profumate da stordire, e ne vedrete gli effetti di qui a poco.
Per ora ricomincio con un piatto di pasta. Cosa c'è di più ordinario e più speciale? Quando sono all'estero mi mancano solo due cose: la pasta, appunto, e i latticini della mia zona. Ma giuro che mentre sono davanti a delle freschissime sardine grigliate, a uno stifado (vedrete, vedrete...), a una taramasalata, a un dakos, la mancanza è tutt'altro che insopportabile.

Fusilli corti con melanzane e crema di provola

Per 4 persone:

320 g di fusilli bucati corti
2 grosse melanzane
una cipolla di Tropea
250 g di provola fresca affumicata
latte
basilico
olio
sale
pepe

In una padella, fate appassire la cipolla affettata finemente in olio abbondante. Quando è morbida e appena colorita, aggiungete le melanzane tagliate a dadini e portatele a cottura senza farle scurire. Completate con basilico spezzettato e pepe di mulinello.
Cuocete la pasta in acqua bollente salata. Scolatela al dente e giratela per qualche istante in padella col condimento e un po' della sua acqua di cottura, a fuoco vivo.
Nel frattempo, tritate molto finemente la provola e scaldatela a bagnomaria con poco latte (due dita in un bicchiere), portandola a circa 50-55°; non di più perché altrimenti si ammasserà. Frullate con il mixer ad immersione.
Disponete un mestolino di crema di provola sul fondo delle scodelle, sovrapponete la pasta. Servite.

lunedì 22 agosto 2011

Mi fermo, guardo e all'improvviso rido


Un cancello aperto tra oriente e occidente. Un continente a sé, sarei tentata di dire, affascinante, contraddittorio e imperfetto, ed è l'imperfezione la sua caratteristica più catturante.
Abbiamo conosciuto Creta diciassette anni fa e da allora ci siamo stati sette volte, più o meno una volta ogni due anni e mezzo, e quando passa un tempo più lungo tra una visita e l'altra ci sembra che ci manchi qualcosa.
E in origine volevo che questo post fosse una piccola guida cretese, un invito al viaggio che avvertisse che occorre lo spirito giusto per affrontare le strade spesso disastrose, l'anarchia spesso totale, i tempi lenti, le disfunzioni e prendersi a compensazione mille ricompense, l'accoglienza, l'ospitalità, il sorriso e il calore, e il cibo meraviglioso, le verdure succulente, l'olio saporito, il sentore della cannella, lo yogurt che è una droga; e poi l'odore che stordisce delle erbe aromatiche lungo le strade, timo, origano, rosmarino, e le conifere mischiate ai fichi d'India e agli ulivi, e le minuscole chiese sotto i giganteschi platani, e le tamerici che bordano aride ogni spiaggia. E il mare, che ovunque è bellissimo ma in alcuni punti non lo è, non è nè bello nè bellissimo, è tale da non potersi descrivere e da non potersi comparare a nessuna isola caraibica o meta esotica: turchese e verde smeraldo e a tratti, a fasce, viola; e i milioni di colori di rocce che passano dall'ocra al porpora al nero, e i tavolini azzurri e i muri bianchi, e le città veneziane e ottomane con i portoni scolpiti, gli edifici in rovina, i palazzi inaspettati nell'intrico di vicoli oscuri, le logge, le fontane. I minareti. Le moschee. E le sinagoghe. Gli affreschi bizantini maltenuti e raramente visibili. Le danze, la musica. I paesaggi drammatici e infiniti della costa sud, sul Mar Libico, e delle gole impervie che la spaccano in cento baie e piccoli abitati a volte impossibili da collegare con le strade. E tutto questo mi fa venire in mente il verso di una canzone che amo molto, quello che dà il titolo a questo post, perché là mi succede così. Mi fermo, guardo e all'improvviso rido. Anche delle strade assurde. Anche degli autisti fantasiosi. Anche dei ritardi.
Ecco cosa doveva essere, questo post, all'origine.






Ma poi ho cambiato idea, e al viaggio non voglio invitare più. Perché qualcosa mi ha fatto cambiare idea.
E' capitato che quest'anno il turismo a Creta sia diventato troppo e aggressivo. E' capitato che c'era una volta un'isoletta deserta di nome Chrissi, nel Mar Libico, al largo della città di Ierapetra, e a quell'isoletta si poteva arrivare solo con dei barconi (pochi) che ti portavano là al mattino e ti riportavano indietro al pomeriggio, e sull'isoletta c'era solo una taverna fatta di pali di legno, al molo, che chiudeva la sera con l'ultima barca e i cui proprietari se ne tornavano a Creta proprio come i turisti. Un'isoletta senza corrente elettrica e senza acqua. E, sbarcati, si percorreva un sentiero tra i cedri del Libano per attraversarla e si raggiungeva una spiaggia indicata solo da un cartello scritto a mano che recitava "Golden beach", e la golden beach era il paradiso in Terra. Non ho mai visto, e forse non vedrò mai più, un mare come quello della  golden beach a Chrissi. Indescrivibile. E ti assaliva il silenzio. La pace. E non sembrava vero, nulla; sembrava un vagheggiare della mente, astratto e irreale. Il silenzio, i colori indicibili, l'acqua tiepida, l'ombra delle tamerici.




E invece quest'anno i barconi erano tanti ed erano traghetti enormi da cui scendevano fiumi spaventosi di persone fracassone con palloni, racchettoni, radio; e la taverna s'era trasformata in cemento e in un self service, e sulla golden beach il silenzio era lontano come il ricordo della condizione prenatale, c'erano due beach bar che sparavano canzoni latine da trenino di capodanno, coi loro generatori di corrente che rombavano, rombavano. E gente che "usava" il mare e a cui non importava un piffero del silenzio, dell'isola deserta, della pace, dei colori, ma che voleva la riviera adriatica solo con un mare più bello, voleva i cocktail, voleva il tunz tunz, urlava, si riprendeva con la videocamera e mentre si riprendeva un'amica suggeriva: "Però di' dove siamo", e si voltava e domandava: "dove siamo?", perché tanto Cattolica, Santo Domingo o Tahiti, chissenefrega. E non c'era un posto, nemmeno sotto gli alberi, per stare all'ombra e godersi quello che solo pochi anni fa si poteva godere.







Ora, senza volermi domandare a che scopo affrontare un viaggio per cercare ciò che si trova anche a casa propria, a che scopo andare su un'isola disabitata per fare casino come a Cesenatico, a Ostia o a Ischia, dico solo questo: non invito più al viaggio. I posti, qualunque posto, non sono da usare. Bisogna andarci per conoscerli e impregnarsene e appassionarsene, o anche odiarli, ma ci vuole un sentimento. E quello che ho visto, invece, è stato un turismo senza amore. Usare il mare. Usare i luoghi. Usare la gente.






E allora non invito più al viaggio. Bisogna farsi chiamare.
E quei posti, quelle parti di Creta in cui il mare "è tale da non potersi descrivere e da non potersi comparare a nessuna isola caraibica o meta esotica: turchese e verde smeraldo e a tratti, a fasce, viola", non li nomino. Me li tengo per me. Me li custodisco come un segreto perché non cadano nelle mani sbagliate. Come i villaggi di montagna con le donne in nero, il pope che gioca a tavli e le capre; come la città più bella di Creta con i suoi antichi splendori e il suo porto incantevole. Come le baiette microscopiche e nascoste, gli istmi, i promontori, le foreste, gli uliveti, le sorgenti, tante sorgenti. E chi va a Creta con amore, state certi che li scoprirà, perché non andrà a spalmarsi su una spiaggia solo perché è la più pubblicizzata, e non avrà palloni o racchettoni che lo intralcino e saprà sempre in che luogo si trova, non avrà bisogno di chiedere.
E forse quei posti li ritroverò com'erano, tra due o tre anni, e non dovrò aver paura di rivederli.
E mi capiterà ancora di fermarmi, guardare e, all'improvviso, ridere.