Mettetevi comodi. Qui si va per le lunghe.
Mia nonna (materna) aveva 11 tra fratelli (pochi) e sorelle (molte), figli di una napoletana e di un signore toscano, di Cortona, di molto aplomb e molta severità. Il mio bisnonno toscano, trapiantato a Napoli, usava chiamare i suoi figli, scherzosamente ma neanche troppo, napoletanacci, e fare il giro delle loro camere, a sera, armato di frustino che assestava sulle ginocchia dei figli maschi se osavano dormire con le ginocchia piegate, cosa che, a suo parere, nuoceva allo sviluppo ottimale del fisico. Mia nonna, povera anima, essendo una delle figlie maggiori trascorse la sua giovinezza a fare da mamma ai fratelli, giacché la madre reale non poteva reggere da sola un impegno così gravoso e divideva tutto il suo tempo tra l'essere incinta e l'allattare. Sarà per questo che mia madre è figlia unica?
In ogni caso, quando io e mio fratello eravamo bambini tutte le domeniche e le feste comandate, e spesso anche le sere del sabato, si trascorrevano nella grande casa di famiglia, un appartamento nel centro storico di Napoli, in uno di quei grandi palazzi antichi dalle scale di pietra in cui gli appartamenti medesimi avevano, e hanno, la doppia porta: una esterna, sempre aperta, un'altra di legno e vetro molato, interna, chiusa ma mai a chiave. Ero affascinata da quella porta, dato che vivevo in un appartamento moderno con una volgarissima porta d'ingresso unica e senza vetri. E un po' mi sentivo una sfigata, per questo.
Nella casa in questione vivevano le figure più mitiche della mia infanzia: zia Nina, zia Olga e zia Igea, le tre sorelle di mia nonna non sposate (si diceva zitelle, allora, senza alcun intento denigratorio: tempi in cui la political correctness non ci aveva ancora abituati a camminare sulle uova, con non poca ipocrisia). Se avete visto “La famiglia” di Scola, potete farvene un'idea. Tre anziane signorine, vissute praticamente sempre insieme, legate a filo doppio ma perennemente litiganti, magari non in modo plateale ma pizzicandosi e becchettandosi ogni minuto.
Zia Nina, la più anziana, era stata una donna di rara e longeva bellezza. Belle, a dire il vero, lo erano tutte, tanto che la loro casa veniva chiamata, quando erano ragazze, la casa delle fate. Ma zia Nina lo era di più. E la sua bellezza era stata la sua infelicità. Quando aveva ormai raggiunto la quarantina, veniva ossessivamente corteggiata da ragazzi giovanissimi che, al suo rispondere: “Voi siete troppo giovane, io ho tot anni”, le ribattevano che mentiva per scoraggiarli. E così, inseguita, asfissiata, disperatamente amata, non aveva trovato, passata la gioventù, l'uomo adatto per lei per ragioni anagrafiche, mentre a vent'anni non l'aveva trovato per altri motivi. Perché le sue richieste erano troppo alte. Eh, sì: le tre zie avevano da ridire su tutto. Un pover'uomo veniva scartato perché alla stretta di mano aveva rivelato una durezza della pelle che faceva pensare a lavori manuali (“Tiene la mano callosa”, era stata l'inappellabile sentenza), un altro perché, condotto a pranzo in famiglia dopo qualche fugace e rispettoso incontro, durante una conversazione si era lasciato sfuggire un <'a Maronna> (la Madonna) a mo' di esclamazione, cosa che ne evidenziava l'insufficiente educazione e cultura, un altro ancora perché aveva pochi capelli. Tutti, in ogni caso, per la pecca più macroscopica: non portavano la divisa. Proprio così. Una divisa, una qualunque, purché militare: esercito, marina, aviazione. Ricordo le tre zie che, con occhi cerulei volti al cielo e atteggiamento sognante, raccontavano storie d'amore di altre donne intercalate dall'immancabile: “Si innamorò della divisa”. La divisa era tutto. Era il fascino dell'uomo, era la sua gloria, era un merito. Divisa da ufficiale, s'intende. Così, niente divisa niente matrimonio. Ci avevano provato, le tre, a scoraggiare anche qualche corteggiatore delle sorelle. Un fidanzato ritenuto avaro era stato sottoposto alla prova più ardua: tutta la famiglia riunita a pranzo e, in tempi di magra, al centro della tavola era stato posta una grande insalatiera strapiena di uova. Scopo: fargli credere che ne consumassero in quantità spaventosa e testare così la sua disponibilità a mantenere un tenore di vita analogo. Mia madre racconta che per simulare adeguatamente erano stati inseriti molti gusci vuoti, disposti ad arte per ingannare l'occhio. In effetti il fidanzato notò e si spaventò, ma il matrimonio avvenne ugualmente, con disappunto delle sorelle esigenti.
Zia Nina non si rendeva utile. Non aveva collaborato all'allevamento dei fratelli. Quando le sorelle le chiedevano aiuto, rifiutava sdegnosamente canticchiando canzonatoria: "Trulli trulli, chi li ha fatti se li trastulli" e tornava alle sua abituali occupazioni che consistevano nel prendersi cura di se stessa e delle sue cose. Viveva così, curandosi, imbellettandosi, custodendo gelosamente ogni oggetto che le appartenesse, tanto che da piccole mia madre e sua cugina si divertivano a renderle la vita difficile, arrivando al punto da tagliarle le lenzuola a strisce per godersi il suo sdegno offeso.
Ma torniamo a noi. In quelle domeniche, in quei giorni di festa, Natale, Capodanno, Pasqua, la casa si riempiva di decine di persone. Arrivavano le zie sposate con i mariti e i figli, arrivavano i nipoti adulti con i bambini e un plotone di cugini, cognati, finti parenti (quelli che in realtà erano amici ma si chiamavano zii lo stesso). Arrivava il mondo intero. Una folla. A Natale non c'era ancora l'usanza di fare regali, ma all'Epifania si mettevano su un lunghissimo tavolo tanti piccoli oggetti contrassegnati da un numero e si sorteggiavano in modo che ognuno ricevesse un pensiero. Adoravo quei sorteggi. Ricordo quello più fortunato: vinsi un bel portacipria, ed ero felice come si trattasse di un biglietto per il giro del mondo.
C'era l'incubo pastiera/struffoli: quando non era mia nonna a preparare e portare i dolci, sapevamo che ci attendevano pastiere nere e pessime preparate da una zia poco versata per la pasticceria e struffoli bisunti della stessa matrice.
Ci si riuniva in un grande salotto-camera da pranzo con scuri mobili di legno pesante e intarsiato. E specchiere. Tante specchiere con cornici dorate, due a forma di mezzaluna che ho qui vivide davanti agli occhi, e statuette di bronzo che riproducevano pescatorielli di Gemito, porcellane di Capodimonte, centrini ricamati, velluti color oro vecchio, frutta finta, lampadari con cristalli a goccia, bicchierini da liquore di cristallo intagliatissimo, bottiglie di rosolio.
Spesso, in quelle occasioni, scattava anche la lite. E devo ammettere che io e mio fratello ci divertivamo come pazzi. Prevalentemente la lite aveva come oggetto zio Pino.
Zio Pino era il marito di zia Ada, una delle sorelle di mia nonna, morta in giovane età lasciando solo il consorte con tre figli dei quali uno molto piccolo, per cui sia lui che i figli avevano avuto bisogno dell'assistenza e dell'aiuto delle tre sorelle/zitelle, al punto che, pur non vivendo nella stessa casa, passavano gran parte del loro tempo insieme, e per i ragazzi, di fatto, le zie erano state delle madri. Ma zio Pino aveva pagato l'assistenza a caro prezzo. Disistimato, spesso umiliato, considerato un povero demente, era in realtà un uomo mite e gentile che io adoravo, sempre con un sorriso, sempre con un pensiero dolce, un uomo che andava a far visita negli ospedali ad ammalati che non conosceva portando biscotti e fiori, in un'epoca in cui il volontariato nemmeno si sapeva cosa fosse. Zio Pino veniva costantemente dileggiato in presenza dei suoi figli e talvolta questi, due dei quali ormai adulti, con un lavoro e una vita propria, reagivano di conseguenza. E via con i rimbecchi, le urla, le minacce di ritorsioni economiche, giacché le tre zie usufruivano del loro sostegno. Di quelle liti ricordo due cose: che io e mio fratello ridevamo in modo inconsulto e che mio nonno, un vero filosofo, alternava l'indifferenza al ritmico proferire “Iammucenne 'a casa!” (andiamocene a casa), frase che costellò la giornata della mia prima comunione in seguito sempre ad un'animata discussione. Del resto mio nonno era l'uomo della laconica risposta alla ricorrente domanda di mia nonna... “Che mangiamo?” chiedeva lei; e lui: “Pane e olive” o “formaggio e olive”. Un uomo semplice, tranquillo, buono, molto devoto, soprattutto a San Ciro, che era stato mandato a studiare in seminario da ragazzo, essendo il figlio cadetto, e ne era poi fuggito, dato che ai tempi era stato piuttosto vivace, un gagà sempre tirato a lucido, elegante, col suo bastoncino bianco e il cappello sulle ventitré.
Feste comandate, dicevamo. Ma anche la serata settimanale in quella casa. Pasticceria da tè, cartucce, paste di mandorle, caffè molto lento, d'estate sciroppo d'orzata. E si guardava Canzonissima, stuzzicandosi con zio Roberto, uno dei pochi fratelli, tifosissimo di Claudio Villa, mentre noi bambini amavamo Gianni Morandi e le zie si dividevano tra il Reuccio e il giovane dalla faccia pulita. Su zio Roberto potrei scrivere un libro. Ma se non voglio costringervi a fare notte sarà meglio che rimandi il discorso su di lui a un altro post.
In questo momento mi sovviene nitido il ricordo di un pomeriggio in cui, insolitamente, il parentado era riunito a casa mia. Esasperati dalle lunghe ore di conversazioni per noi noiosissime, io e mio fratello cominciammo a vagare per casa snocciolando a guisa di cantilena, pure musicata alla bell'e meglio, tutte le frasi fatte che le mie zie ripetevano a intervalli regolari. Il loro linguaggio era costellato di modi di dire, motti, detti proverbiali, talvolta, come ho scoperto poi, tipicamente napoletani, talaltra schiettamente familiari, visto che negli anni non ho trovato nessun altro che li conoscesse. E così, ciondolavamo ripetendo in fila cose come: salutami la fibbia, disse don Fabio – sembra Maria vecchia – prendiamo la palla al balzo – mo' vene Nicola – pare Mastu Giuvanne ciento carrozze – se so' rotte 'e giarretelle – a stracci e a petacce... e così via. Roba da formare un intero tomo dedicato alle locuzioni partenopee. Mia madre ci lanciava occhiate di fuoco. Ma sapete com'è: quando ti prende la stupidera, è la fine.
Questo racconto è nato da uno scambio di commenti su un
bellissimo post di Gambetto, che mi ha fatto venire in mente che non ho mai parlato di questa assurda famiglia. E visto il tema toccato là, devo aggiungere che le zie si vantavano, essendo figlie di un toscano e di origini addirittura, a quanto pare, nobili, di esprimersi in un dialetto (per la verità molto italianizzato) “pulito” che nulla aveva a che fare con quello basso, “del popolo”, da loro definito “riò riò” (boh?). Io per parte mia ricordo l'enorme quantità di quelli che oggi so essere dei francesismi, le parole assolutamente desuete come “tiretto” per cassetto, i prestiti toscani come “beccaio” per macellaio e tutti gli affascinanti nomi degli esercizi commerciali, francesi anche quelli, dalla boulangerie alla charcuterie, anche se poi il fruttivendolo era il verdummaio. E il lattaio consegnava il latte a casa, il vinaio faceva lo stesso col vino; e i divani erano sempre sofà e gli autisti chaffeur, i vassoi si chiamavano guantiere e il barattolo di latta buatta (dal francese boîte)...
Ma mi fermo qui. E continuerò (forse) in altra occasione.
Nel mezzo del ricordo, ci va questo piatto napoletano che di più non si potrebbe, assolutamente inadatto alla stagione, che era un cavallo di battaglia di mia nonna. Io, che ero una bambina schifiltosissima a cui non piaceva nulla e che si nutriva d'aria, mi ci leccavo i baffi.
Ogni famiglia ha la propria versione. Questa è quella di mia nonna, Nunzia, donna che stimo infinitamente perché aveva un carattere forte e solido, era una femminista ante litteram, faceva la capo contabile in un'epoca in cui la maestra era la sola strada professionale consentita a una donna, e viveva come voleva nonostante avesse la testa piena delle fisime, dei pregiudizi e delle ottuse regole di creanza che le erano stati inculcati. Tutti riassunti nella frase che doveva spiegare ogni obiezione e divieto a comportamenti considerati poco commendevoli dalla buona società: "Pare brutto". Non inviti un tizio odioso e cattivo alla Cresima? Pare brutto. Non ti metti il cappello? Pare brutto. Non scrivi un biglietto di ringraziamento a una persona detestabile? Pare brutto.
In tutto ciò, mia nonna riusciva anche ad essere una formidabile cuoca.
Mezzanelli lardiati
Per 4 persone:
320 g di mezzanelli, preferibilmente lunghi, da spezzare
160 g di lardo di ottima qualità (qui lardo di maiale nero casertano)
350 g di pomodorini del piennolo
un grosso spicchio d’aglio
prezzemolo
un cucchiaio d’olio
sale
parmigiano e pecorino romano grattugiati
Usando un coltello a lama pesante, tritare il lardo fino a ridurlo ad una crema uniforme, senza che ne rimanga alcun pezzetto intero.
In una padella d’alluminio sciogliere il lardo con un cucchiaio d’olio e far rosolare l’aglio tritato finissimo. Aggiungere i pomodorini, interi, e lasciar cuocere per non più di cinque minuti a fuoco vivo. Regolare di sale.
Cuocere i mezzanelli (dopo averli spezzati, se lunghi, in pezzi di dieci centimetri circa) in abbondante acqua bollente salata, tenendoli molto al dente. Quindi scolarli e versarli nella padella con il condimento e un mestolino della loro acqua di cottura. Farli saltare brevemente, aggiungendo una spolverizzata di prezzemolo tritato e i due formaggi grattugiati.