giovedì 2 giugno 2011

La famiglia


Mettetevi comodi. Qui si va per le lunghe.

Mia nonna (materna) aveva 11 tra fratelli (pochi) e sorelle (molte), figli di una napoletana e di un signore toscano, di Cortona, di molto aplomb e molta severità. Il mio bisnonno toscano, trapiantato a Napoli, usava chiamare i suoi figli, scherzosamente ma neanche troppo, napoletanacci, e fare il giro delle loro camere, a sera, armato di frustino che assestava sulle ginocchia dei figli maschi se osavano dormire con le ginocchia piegate, cosa che, a suo parere, nuoceva allo sviluppo ottimale del fisico. Mia nonna, povera anima, essendo una delle figlie maggiori trascorse la sua giovinezza a fare da mamma ai fratelli, giacché la madre reale non poteva reggere da sola un impegno così gravoso e divideva tutto il suo tempo tra l'essere incinta e l'allattare. Sarà per questo che mia madre è figlia unica?
In ogni caso, quando io e mio fratello eravamo bambini tutte le domeniche e le feste comandate, e spesso anche le sere del sabato, si trascorrevano nella grande casa di famiglia, un appartamento nel centro storico di Napoli, in uno di quei grandi palazzi antichi dalle scale di pietra in cui gli appartamenti medesimi avevano, e hanno, la doppia porta: una esterna, sempre aperta, un'altra di legno e vetro molato, interna, chiusa ma mai a chiave. Ero affascinata da quella porta, dato che vivevo in un appartamento moderno con una volgarissima porta d'ingresso unica e senza vetri. E un po' mi sentivo una sfigata, per questo.
Nella casa in questione vivevano le figure più mitiche della mia infanzia: zia Nina, zia Olga e zia Igea, le tre sorelle di mia nonna non sposate (si diceva zitelle, allora, senza alcun intento denigratorio: tempi in cui la political correctness non ci aveva ancora abituati a camminare sulle uova, con non poca ipocrisia). Se avete visto “La famiglia” di Scola, potete farvene un'idea. Tre anziane signorine, vissute praticamente sempre insieme, legate a filo doppio ma perennemente litiganti, magari non in modo plateale ma pizzicandosi e becchettandosi ogni minuto.
Zia Nina, la più anziana, era stata una donna di rara e longeva bellezza. Belle, a dire il vero, lo erano tutte, tanto che la loro casa veniva chiamata, quando erano ragazze, la casa delle fate. Ma zia Nina lo era di più. E la sua bellezza era stata la sua infelicità. Quando aveva ormai raggiunto la quarantina, veniva ossessivamente corteggiata da ragazzi giovanissimi che, al suo rispondere: “Voi siete troppo giovane, io ho tot anni”, le ribattevano che mentiva per scoraggiarli. E così, inseguita, asfissiata, disperatamente amata, non aveva trovato, passata la gioventù, l'uomo adatto per lei per ragioni anagrafiche, mentre a vent'anni non l'aveva trovato per altri motivi. Perché le sue richieste erano troppo alte. Eh, sì: le tre zie avevano da ridire su tutto. Un pover'uomo veniva scartato perché alla stretta di mano aveva rivelato una durezza della pelle che faceva pensare a lavori manuali (“Tiene la mano callosa”, era stata l'inappellabile sentenza), un altro perché, condotto a pranzo in famiglia dopo qualche fugace e rispettoso incontro, durante una conversazione si era lasciato sfuggire un <'a Maronna> (la Madonna) a mo' di esclamazione, cosa che ne evidenziava l'insufficiente educazione e cultura, un altro ancora perché aveva pochi capelli. Tutti, in ogni caso, per la pecca più macroscopica: non portavano la divisa. Proprio così. Una divisa, una qualunque, purché militare: esercito, marina, aviazione. Ricordo le tre zie che, con occhi cerulei volti al cielo e atteggiamento sognante, raccontavano storie d'amore di altre donne intercalate dall'immancabile: “Si innamorò della divisa”. La divisa era tutto. Era il fascino dell'uomo, era la sua gloria, era un merito. Divisa da ufficiale, s'intende. Così, niente divisa niente matrimonio. Ci avevano provato, le tre, a scoraggiare anche qualche corteggiatore delle sorelle. Un fidanzato ritenuto avaro era stato sottoposto alla prova più ardua: tutta la famiglia riunita a pranzo e, in tempi di magra, al centro della tavola era stato posta una grande insalatiera strapiena di uova. Scopo: fargli credere che ne consumassero in quantità spaventosa e testare così la sua disponibilità a mantenere un tenore di vita analogo. Mia madre racconta che per simulare adeguatamente erano stati inseriti molti gusci vuoti, disposti ad arte per ingannare l'occhio. In effetti il fidanzato notò e si spaventò, ma il matrimonio avvenne ugualmente, con disappunto delle sorelle esigenti.
Zia Nina non si rendeva utile. Non aveva collaborato all'allevamento dei fratelli. Quando le sorelle le chiedevano aiuto, rifiutava sdegnosamente canticchiando canzonatoria: "Trulli trulli, chi li ha fatti se li trastulli" e tornava alle sua abituali occupazioni che consistevano nel prendersi cura di se stessa e delle sue cose. Viveva così, curandosi, imbellettandosi, custodendo gelosamente ogni oggetto che le appartenesse, tanto che da piccole mia madre e sua cugina si divertivano a renderle la vita difficile, arrivando al punto da tagliarle le lenzuola a strisce per godersi il suo sdegno offeso.
Ma torniamo a noi. In quelle domeniche, in quei giorni di festa, Natale, Capodanno, Pasqua, la casa si riempiva di decine di persone. Arrivavano le zie sposate con i mariti e i figli, arrivavano i nipoti adulti con i bambini e un plotone di cugini, cognati, finti parenti (quelli che in realtà erano amici ma si chiamavano zii lo stesso). Arrivava il mondo intero. Una folla. A Natale non c'era ancora l'usanza di fare regali, ma all'Epifania si mettevano su un lunghissimo tavolo tanti piccoli oggetti contrassegnati da un numero e si sorteggiavano in modo che ognuno ricevesse un pensiero. Adoravo quei sorteggi. Ricordo quello più fortunato: vinsi un bel portacipria, ed ero felice come si trattasse di un biglietto per il giro del mondo.
C'era l'incubo pastiera/struffoli: quando non era mia nonna a preparare e portare i dolci, sapevamo che ci attendevano pastiere nere e pessime preparate da una zia poco versata per la pasticceria e struffoli bisunti della stessa matrice.
Ci si riuniva in un grande salotto-camera da pranzo con scuri mobili di legno pesante e intarsiato. E specchiere. Tante specchiere con cornici dorate, due a forma di mezzaluna che ho qui vivide davanti agli occhi, e statuette di bronzo che riproducevano pescatorielli di Gemito, porcellane di Capodimonte, centrini ricamati, velluti color oro vecchio, frutta finta, lampadari con cristalli a goccia, bicchierini da liquore di cristallo intagliatissimo, bottiglie di rosolio.
Spesso, in quelle occasioni, scattava anche la lite. E devo ammettere che io e mio fratello ci divertivamo come pazzi. Prevalentemente la lite aveva come oggetto zio Pino.
Zio Pino era il marito di zia Ada, una delle sorelle di mia nonna, morta in giovane età lasciando solo il consorte con tre figli dei quali uno molto piccolo, per cui sia lui che i figli avevano avuto bisogno dell'assistenza e dell'aiuto delle tre sorelle/zitelle, al punto che, pur non vivendo nella stessa casa, passavano gran parte del loro tempo insieme, e per i ragazzi, di fatto, le zie erano state delle madri. Ma zio Pino aveva pagato l'assistenza a caro prezzo. Disistimato, spesso umiliato, considerato un povero demente, era in realtà un uomo mite e gentile che io adoravo, sempre con un sorriso, sempre con un pensiero dolce, un uomo che andava a far visita negli ospedali ad ammalati che non conosceva portando biscotti e fiori, in un'epoca in cui il volontariato nemmeno si sapeva cosa fosse. Zio Pino veniva costantemente dileggiato in presenza dei suoi figli e talvolta questi, due dei quali ormai adulti, con un lavoro e una vita propria, reagivano di conseguenza. E via con i rimbecchi, le urla, le minacce di ritorsioni economiche, giacché le tre zie usufruivano del loro sostegno. Di quelle liti ricordo due cose: che io e mio fratello ridevamo in modo inconsulto e che mio nonno, un vero filosofo, alternava l'indifferenza al ritmico proferire “Iammucenne 'a casa!” (andiamocene a casa), frase che costellò la giornata della mia prima comunione in seguito sempre ad un'animata discussione. Del resto mio nonno era l'uomo della laconica risposta alla ricorrente domanda di mia nonna... “Che mangiamo?” chiedeva lei; e lui: “Pane e olive” o “formaggio e olive”. Un uomo semplice, tranquillo, buono, molto devoto, soprattutto a San Ciro, che era stato mandato a studiare in seminario da ragazzo, essendo il figlio cadetto, e ne era poi fuggito, dato che ai tempi era stato piuttosto vivace, un gagà sempre tirato a lucido, elegante, col suo bastoncino bianco e il cappello sulle ventitré.
Feste comandate, dicevamo. Ma anche la serata settimanale in quella casa. Pasticceria da tè, cartucce, paste di mandorle, caffè molto lento, d'estate sciroppo d'orzata. E si guardava Canzonissima, stuzzicandosi con zio Roberto, uno dei pochi fratelli, tifosissimo di Claudio Villa, mentre noi bambini amavamo Gianni Morandi e le zie si dividevano tra il Reuccio e il giovane dalla faccia pulita. Su zio Roberto potrei scrivere un libro. Ma se non voglio costringervi a fare notte sarà meglio che rimandi il discorso su di lui a un altro post.
In questo momento mi sovviene nitido il ricordo di un pomeriggio in cui, insolitamente, il parentado era riunito a casa mia. Esasperati dalle lunghe ore di conversazioni per noi noiosissime, io e mio fratello cominciammo a vagare per casa snocciolando a guisa di cantilena, pure musicata alla bell'e meglio, tutte le frasi fatte che le mie zie ripetevano a intervalli regolari. Il loro linguaggio era costellato di modi di dire, motti, detti proverbiali, talvolta, come ho scoperto poi, tipicamente napoletani, talaltra schiettamente familiari, visto che negli anni non ho trovato nessun altro che li conoscesse. E così, ciondolavamo ripetendo in fila cose come: salutami la fibbia, disse don Fabio – sembra Maria vecchia – prendiamo la palla al balzo – mo' vene Nicola – pare Mastu Giuvanne ciento carrozze – se so' rotte 'e giarretelle – a stracci e a petacce... e così via. Roba da formare un intero tomo dedicato alle locuzioni partenopee. Mia madre ci lanciava occhiate di fuoco. Ma sapete com'è: quando ti prende la stupidera, è la fine.

Questo racconto è nato da uno scambio di commenti su un bellissimo post di Gambetto, che mi ha fatto venire in mente che non ho mai parlato di questa assurda famiglia. E visto il tema toccato là, devo aggiungere che le zie si vantavano, essendo figlie di un toscano e di origini addirittura, a quanto pare, nobili, di esprimersi in un dialetto (per la verità molto italianizzato) “pulito” che nulla aveva a che fare con quello basso, “del popolo”, da loro definito “riò riò” (boh?). Io per parte mia ricordo l'enorme quantità di quelli che oggi so essere dei francesismi, le parole assolutamente desuete come “tiretto” per cassetto, i prestiti toscani come “beccaio” per macellaio e tutti gli affascinanti nomi degli esercizi commerciali, francesi anche quelli, dalla boulangerie alla charcuterie, anche se poi il fruttivendolo era il verdummaio. E il lattaio consegnava il latte a casa, il vinaio faceva lo stesso col vino; e i divani erano sempre sofà e gli autisti chaffeur, i vassoi si chiamavano guantiere e il barattolo di latta buatta (dal francese boîte)...

Ma mi fermo qui. E continuerò (forse) in altra occasione.

Nel mezzo del ricordo, ci va questo piatto napoletano che di più non si potrebbe, assolutamente inadatto alla stagione, che era un cavallo di battaglia di mia nonna. Io, che ero una bambina schifiltosissima a cui non piaceva nulla e che si nutriva d'aria, mi ci leccavo i baffi.

Ogni famiglia ha la propria versione. Questa è quella di mia nonna, Nunzia, donna che stimo infinitamente perché aveva un carattere forte e solido, era una femminista ante litteram, faceva la capo contabile in un'epoca in cui la maestra era la sola strada professionale consentita a una donna, e viveva come voleva nonostante avesse la testa piena delle fisime, dei pregiudizi e delle ottuse regole di creanza che le erano stati inculcati. Tutti riassunti nella frase che doveva spiegare ogni obiezione e divieto a comportamenti considerati poco commendevoli dalla buona società: "Pare brutto". Non inviti un tizio odioso e cattivo alla Cresima? Pare brutto. Non ti metti il cappello? Pare brutto. Non scrivi un biglietto di ringraziamento a una persona detestabile? Pare brutto.

 In tutto ciò, mia nonna riusciva anche ad essere una formidabile cuoca.

Mezzanelli lardiati

Per 4 persone:

320 g di mezzanelli, preferibilmente lunghi, da spezzare
160 g di lardo di ottima qualità (qui lardo di maiale nero casertano)
350 g di pomodorini del piennolo
un grosso spicchio d’aglio
prezzemolo
un cucchiaio d’olio
sale
parmigiano e pecorino romano grattugiati

Usando un coltello a lama pesante, tritare il lardo fino a ridurlo ad una crema uniforme, senza che ne rimanga alcun pezzetto intero.
In una padella d’alluminio sciogliere il lardo con un cucchiaio d’olio e far rosolare l’aglio tritato finissimo. Aggiungere i pomodorini, interi, e lasciar cuocere per non più di cinque minuti a fuoco vivo. Regolare di sale.
Cuocere i mezzanelli (dopo averli spezzati, se lunghi, in pezzi di dieci centimetri circa) in abbondante acqua bollente salata, tenendoli molto al dente. Quindi scolarli e versarli nella padella con il condimento e un mestolino della loro acqua di cottura. Farli saltare brevemente, aggiungendo una spolverizzata di prezzemolo tritato e i due formaggi grattugiati.

27 commenti:

  1. Che bella famiglia! Mentre leggevo il tuo post mi immaginavo tutti: zia Olga, zia Nina, il nonno con il frustino .... Bellissimo racconto :) E buonissimo questo piatto""" Bravissima! bacioni, Titti

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  2. CHE BELLO QUESTO POST!
    LASCIACI PIU' SPESSO DI QUESTI RACCONTI IN MEZZO ALLE RICETTE

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  3. Bellissimo post, hai descritto così bene i componenti della famiglia e la loro casa che mi sembrava di vederli... e la pasta della nonna così invitante da bucare il monitor per rubare una forchettata se potessi.

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  4. Racconto meraviglioso di una famiglia speciale.
    Saluti, da una tua attentissima lettrice poco commentatrice

    p.s. scrivi ancora e ancora e ancora della tua famiglia.

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  5. AH zia Nina, l'adoro e la capisco. Saremmo state grandi amiche io e lei

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  6. grazie, mi hai fatto fare un tuffo nel passato, le famiglie del sud in fondo si somigliano un po' tutte.. tanti figli, zii, cugini e... litigate festive!
    e la pasta poi, era quella che preparava mia nonna per nonno e per me quando ero lì con loro. bravissima!

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  7. @Titti: e questa è solo una minima parte della complicata storia. Peggio de "I Buddenbrook":)

    @Mariangela: ora che ho cominciato coi ricordi di famiglia sarà difficile che mi fermi...

    @Donatella: però fatta da lei era moooolto più buona.

    @Thequeenofsoul: grazie, e fatti leggere più spesso!

    @Lydia: non credo. Tu sei una spupazzatrice di bambini di prim'ordine :)

    @Chefclaude: grazie.

    @Anonimo: grazie, anche per la visita. Mi dici ill tuo nome?

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  8. Bello tutto, racconto e ricetta. Che piacere

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  9. scusami, è vero non mi sono firmata, sono un tantino imbranata con post, web ecc.. in pratica frequento internet solo per leggere ricette (e rifarle o rielaborarle) e questo vostro è tra i miei siti preferiti! ancora complimenti. Teresa

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  10. Gli ultimi due libri letti non hanno avuto con l'incipit delle prime pagine lo stesso effetto attenzione-compartecipazione che ho avuto stamane nello scorrere queste righe che alla fine mi hanno lasciato un bel sorriso soddisfatto.
    Potresti anche dire:"ma che ha da ridere?!" :P ehehehehehehe
    Facilmente potrei citarti le analogie con le domeniche a casa di mia nonna qui a Napoli o da quella ad Agerola, la carrellata sul parentame è altrettanto ricca di episodi e modi di dire che mi porto dietro in una valigia al momento mai piena, eppure queste affinità hanno un ruolo minore.
    Mi piace la sensibilità con la quale scrivi, non compiaciuta, non malinconamente evocativa ma lucida di chi rilegge la propria memoria traendone divertimento senza cedere mai ad un sentimentalismo stereotipato. Poi è ovvio che certe realtà io le sento molto vicine ma, ripeto, se mai dovessi scrivere un libro lo prenoterei da adesso in libreria.
    Lo stesso effetto me lo fece il post sul terremoto dell'Irpinia. Insomma che tu sia una brava cuoca questo è chiaro (appppprrrroposito...sappi che sto studiando e non scherzo alcune tue preparazioni...poi se son rose....), che tu sappia scrivere lo è altrettanto ma la vera qualità è fare entrambe le cose con l'anima e con una fiera onestà intellettuale. Questa, sia chiaro, non emerge per demerito di altre tue blasonate college del web ma per qualità effettiva il che è decisamente raro.
    Detto ciò ti ringrazio per le belle parole avute nei miei confronti e quindi penso adesso che mi sono anche meritato la lettura più attenta della ricetta...in modo da capire quale distanza "relativa" esista tra le nostre famiglie :P
    PS
    Per quel lardo...sempre via Ruoppolo vero....se si c'ero Sabato scorso...:))))

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  11. accetto subito l'invito per dire che anch'io sono pronta a prenotare una copia del tuo libro...anzi, rilancio, più di una. così lo posso anche regalare.
    il tuo post (poi sono andata a leggere anche quello di gambetto, commovente) mi ha scatenato tutta una serie di ricordi che giacevano come la bella addormentata nella mia mente. e ho sorriso tanto.
    Io sono calabrese, non voglio dire che le famiglie nostre somigliano a quelle napolatane (in giro c'è gente che potrebbe anche offendersi), ma quanto a banchetti infiniti e aneddoti penso che anche noi abbiamo qualcosa da dire.
    Quel tanto da dire che ogni famiglia ha, tu lo hai detto in modo magistrale.
    Un abbraccio

    (non posso non mandarti un abbraccio, mia figlia ha il tuo stesso nome!)

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  12. @Corrado: ciao, ci si vede presto :)

    @Teresa: ma figurati, di niente.

    @Gambetto: via Ruoppolo, yes :). Per il resto, sai, la scrittura è sempre stata il mio pallino e per anni ho pensato che nella vita non avrei voluto fare altro che scrivere. Ti stupiresti di conoscere quella parte del mio passato durante la quale frequentavo certi ambienti(ni) letterari; è stato allora che ho capito due cose: a) che non facevano per me. Non sono adatta né alle PR né al pubblico; b) che, purtroppo, è richiesto essere dei buoni piazzisti di se stessi, cosa che non mi riesce proprio. Ti dico solo che, di coloro che conoscevo e frequentavo, il solo che abbia avuto visibilità e spazio è stato quello più insopportabilmente pieno di sé e anche, a mio parere, quello che valeva di meno. Oggi è piuttosto noto. Mentre ricordo almeno altre due persone di talento e grande sensibilità che avrebbero meritato assai più di lui e sono ancora lì che arrancano. E' stato così che ho deciso di tirare i remi in barca.

    @Thequeenofsoul: grazie a te, di nuovo. Mio marito è di origini calabresi, e tira fuori certi aneddoti veramente imperdibili :). Spero che a tua figlia piaccia il suo nome perché a me il mio non è mai piaciuto (nome di nonna paterna, come usava...).

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  13. Beh, ne so qualcosa anch'io di famiglie numerose... non come la tua però! Ahahaah, bellissimo racconto! E ricetta da segnare...un bacione

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  14. Purtroppo la cosa è amaramente comprensibilie. Nell'editoria dei fornelli, anche li la storia non cambia basta sapersi vendere bene, un bel progetto grafico, la 'Carla Bruni' di turno in posa ammiccante in copertina c'è, et-voilà il successo è servito indipendentemente dal valore assoluto del libro.
    Considera che tuttavia per la letteratura il problema non è nemmeno forse la sola immagine, la vera carenza è nel pubblico di lettori la cui qualità media è decisamente mediocre.
    Comunemente sento dire:"Leggo molti libri..." il che ti fa sempre ben sperare, poi capisci che le colonne d'Ercole sono rappresentate da Moccia e qualche Ken Follet del momento...e li pensi che il tuo interlocutore faceva meglio a restare in silenzio :P
    Per carità non voglio fare distinzioni banali, ne constatare in quanti aprono la pagina di cultura del Corriere o di Repubblica...ma certe volte i quadri sono davvero imbarazzanti.
    Detto ciò mi fermo che sto deviando su altro e perdo di vista il tuo bel post. Non che il mio commento possa aggiungere qualcosa ma se mai ti rivenisse "in mente" il desiderio di pubblicare qualcosa hai tutto il mio appoggio e la mia stima :)

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  15. Bellissimo post. Pieno di sensibilità e di equilibrio. Un quadro vivido e intenso. Una lettura davvero piacevole. Giovanna, scrivi. Quel che dici sull'ambiente e le persone che lo frequentano è vero, verissimo. Ma scrivere non comporta necessariamente frequentare arrivisti narcisisti solipsisti :)Il tuo racconto ha un'intensità rara e l'equilibrio tra ricordo e nostalgia, poesia e lieve ironia che hanno i grandi scrittori.

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  16. Che post meraviglioso! È stato un piacere ritagliarsi 10 minuti dal costante affanno quotidiano per leggere della tua famiglia :)

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  17. @Kiara: sono passata dall'eccesso alla penuria in pochi anni, visto che mia madre è figlia unica e ho un solo fratello :)

    @Gambetto e
    @Patrizia: ma sapete, io non mi lamento, mi limito a constatare. Mi è successo quello che mi è accaduto anche altre volte: un giorno mi sono guardata intorno e mi sono domandata: "che ci faccio, io, qui?". Sono contenta che sia andata così. Credo che ciascuno di noi debba aver chiaro per quali "luoghi" è più adatto, se ci si forza a stare in luoghi non congeniali si è infelici. Grazie a entrambi per la stima e l'incoraggiamento, in ogni caso.

    @Azabel: grazie. Ti assicuro che io mi sono divertita a ricordare. Erano anni che non ripensavo a quelle riunioni di famiglia.

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  18. Meraviglioso. Le porte doppie. E pare brutto. Questa espressione la uso continuamente, anche se non vivo più a Napoli. È insostituibile. Come (sigh) tantissime altre napoletanità che hai magistralmente descritto.

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  19. Giovà un libro devi scrivere! mi hai ammaliato con questa storia familiare!
    la psata è fantastica, ti invidio mia nonna non sapeva cucinare manco la pasta, mio nonno si racconta (è morto quando ero molto piccolo) un cuoco fantastico per il pesce
    le zie zitelle mi ricordano un paio di zie cilentane 'acquisite'...
    un abbraccio!

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  20. Non sarà letteratura, magari è solo un bel documento, e scritto bene. Che riesce a mettere insieme in modo perfetto scrittura e cibo, cioè a realizzare quello che molti lasciano solo nelle intenzioni (o nell’intuizione intellettualoide: il cibo come linguaggio di una koiné affettiva, famigliare, ecc.ecc.).
    Lasciamo perdere cosa si scrive e cosa si legge: dice bene chi sottolinea che il problema è che non si sa leggere. Potrei anche aggiungere che non si sa vedere, non si sa ascoltare, non si sa gustare: le distinzioni mancano, mancano proprio quelle distinzioni che rendono le persone “persone”, cioè libere di formarsi da sé, piuttosto che stampate in qualche ruolo (che serve a qualcun altro).
    Inoltre più passa il tempo e più sono convinto del fatto che non ci sia nulla che faccia così bene a chi scrive come avere un’altra vita, saper fare un altro mestiere, avere un’altra autonomia di linguaggio, e coltivarne uno proprio, indipendente. E quindi vivere in un mondo sfacciatamente reale.
    Non esistono gli scrittori che scrivono e basta: e che cosa cavolo avrebbero da raccontare? E infatti l’editoria sforna (in ogni campo) titoli da macero di gente che crede che un paio di trucchetti e il marketing siano più che sufficienti.
    In realtà non hanno proprio niente di personale da dire, e dall’altra parte non c’è nessuno in grado di leggere il nulla dilatato dietro ad una gigantesca ammucchiata di parole.

    Invece qui, dalla parte di chi ne ha da raccontare (e penso soprattutto ai blogger), una bella idea sarebbe raccoglierle e sviscerarle queste narrazioni di famiglie e cibo, del sud, del nord, anche senza troppe velleità letterarie, farlo anche solo per il gusto del ricordo, della partecipazione, della condivisione.

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  21. @Izn: "pare brutto" credo abbia segnato indelebilmente l' infanzia di molti di noi. Oggi ricordiamo anche quell'espressione con tenerezza, come tutte le cose lontane, le "buone cose di pessimo gusto", ma è solo per la distanza, credo :)

    @Gio: in qualche modo le zie credo siano delle figure emblematiche. Non si spiega altrimenti il fatto che io abbia ritrovato le loro gemelle cinematografiche nel film di Scola.

    @Chefclaude: darti ragione è diventata ormai una consuetudine che rischia di essere scambiata per piaggeria, ma le cose stanno come hai detto.
    In qualunque direzione si voglia andare o ci si trovi ad andare, credo di aver capito che la vita ti porta un po' dove vuole. Ogni tanto ti guardi intorno e ti domandi come è successo che tu ti trovi qui e non altrove, almeno a me accade così. Oggi faccio cose alle quali non avrei pensato soltanto tre o quattro anni fa, e ho imparato ad accogliere i cambiamenti e accettare di essere spinta in direzioni impreviste. Lo ripeto: a me va bene che sia andata com'è andata. C'è una razionalità, negli eventi, anche quando sul momento non riusciamo a scorgerla. Non è fatalismo, è cercare di trarre il meglio da ciò che arriva, è conservare l'ampiezza della curiosità, è mantenersi aperti.

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  22. Adoro questi post... una sorta di "Grande Fratello" ante litteram: ma come si fa a non "impicciarsi" di una famiglia con tali personaggi? :-)
    Mi hai ricordato i libri di ricordi che ho battuto a macchina a mio nonno negli ultimi anni della sua vita e che mi hanno permesso di conoscere personaggi della mia famiglia che non ho mai conosciuto o che ho conosciuto quando avevo pochi anni e ricordo a malapena.
    E mi hai ricordato anche "Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo", quello che ritengo il suo miglior libro e che ti consiglio di leggere (mi pare di avertene già accennato un paio d'anni fa): strepitoso. I suoi parenti hanno tanto in comune con i tuoi...
    La ricetta? Una sorta di cugina dell'Amatriciana... ma più ricca e gustosa, se possibile :-)

    P.s.: ora aspetto i post relativi a tutti gli altri parenti :-D

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  23. molta tenerezza..ecco cosa mi ispira, data la similitudine con la mia di famiglia. Sono stata cresciuta a forza di "Pare brutto" (del resto i miei nonni di Sapri erano..) zie zitelle, battibecchi. Io leggo i tuoi post da sempre Giovanna. Non so cosa un editore cerchi. Fatto sta, che io personalmente mi incanto a leggere i tuoi post. Conditi dalle tue ricette ovviamente.

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  24. Dimenticavo: mia suocera "PARE BRUTTO" ce l'ha tutt'ora stampato a caratteri cubitali sulla porta d'ingresso :-D

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  25. io comunque "pare brutto" lo dico qualche volta...se vado in calabria lo sento dire una frase sì e una no (ma qualche volta una frase sì e l'altra pure).
    ma a Napoli, mi chiedevo, c'è l'usanza di fare la spesa, avere sempre delle megascorte di cibo in frezer, preparare SEMPRE pasti abbondanti perché così "SE VIENE QUALCUNO..." si è pronti? mio marito, pugliese, impazzisce quando andando a fare la spesa metto nel carrello cose che noi solitamente non mangiamo, però - dico io - se viene qualcuno siamo a posto...

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