giovedì 30 settembre 2010

Non esistono più le mezze stagioni!


A chi mi chiede "Le vacanze? Tutto bene?" chiedo sempre la domanda di riserva, le mie poche ferie le ho passate a fare da commis al mio fidanzato che mi ha schiavizzato nella maniera più vergognosa :) Ovviamente lui vi dirà che mi sono impossessata della sua cucina, che sono una sanguinaria...bla...bla...bla. Vi risparmio i particolari, potreste morire dalle risate.
In buona sostanza non mi sono riposata affatto, approfitto delle ultime melanzane sperando che il freddo non arrivi mai.


Paccheri con pesce bandiera, melanzane e pomodorini confit

360 g. di Paccheri Vicidomini
250 g. di pesce bandiera a dadini
1 melanzana a dadini disidratata in forno senza condimento per circa 20 minuti
16-18 falde di pomodorini confit
1 spicchio d'aglio
un cucchiano di scorza d'arancia grattugiata
qualche fogliolina di basilico
olio extra vergine
sale

Cuocere i paccheri in abbondante acqua salata, nel frattempo preparare il condimento:
schiacciare lo spicchio d'aglio e farlo scaldare in poco olio, fuori dal fuoco aggiungere la scorza d'arancia. Scolare i paccheri, metterli in padella con il condimento, aggiungere le melanzane, il basilico il pesce bandiera ed i pomodorini confit. Spadellare brevemente e servire.

domenica 26 settembre 2010

Oggi si replica


Perdonate la ripetizione. Ripubblico questa ricetta, con relativa foto, perché con esse partecipo al concorso "Foodblogger in scena al salone del Gusto" organizzato da Pasta Garofalo e da Leiweb.

Bucatini con broccoletti neri, guanciale, patate e pecorino

Per 3 persone:

240 g di bucatini
3 fascetti di broccoletti neri
una fetta di guanciale spessa 1 cm, tagliata a dadini
due patate medie
pecorino bagnolese non troppo stagionato
uno spicchio d'aglio
peperoncino, olio, sale

Saltare i broccoletti neri con olio, aglio e peperoncino, quindi portarli a cottura stufandoli con l'aggunta di un po' d'acqua.
In una padella d'alluminio, rosolare a secco il guanciale fino a renderlo un po' croccante. Togliere il guanciale lasciando nella padella il suo grasso, aggiungere un po' d'olio e rosolarvi le patate tagliate a dadini minuscoli, a fiamma viva. Spegnere il fuoco e unire alle patate i broccoletti e il guanciale.
Lessare la pasta al dente, saltarla in padella con il condimento e mantecarla con abbondante pecorino grattugiato e un po' della sua acqua di cottura.

giovedì 23 settembre 2010

Chi cerca trova


Credo che questo sia il dessert che ho sempre cercato. Quello che va giù senza che te ne accorga. Che ti lascia una sensazione di freschezza e leggerezza dopo una cena. Che ha un gusto netto, pulito e semplice. Si prepara in anticipo ed è pure facile.
Insomma, oserei definirlo perfetto.
Mica me la canto e me la suono, eh? La ricetta non è mia ma di Alfonso Caputo, della Taverna del Capitano di Marina del Cantone, anche se, come sempre, ci ho messo un po' le mani per adattarmela.
La ricetta delle cialdine invece è di Lisa, e torna utile in tante occasioni.


Soffio al limone

Per circa 10 stampini da 60 ml

Per la gelatina di limone:

3 limoni
90 gr. di zucchero
2 cucchiai di miele

Per il Soffio al limone:

3 albumi
250 gr. di panna
65 gr. di zucchero
scorza grattugiata di un limone
4-5 cucchiai di gelatina di limone
3 g di gelatina (colla di pesce). Se si usa una gelatina non professionale, tipo Paneangeli, ridurre la dose a 1,5 gr.

Per le cialdine:

25 gr. di farina
120 gr. di zucchero
70 gr. di mandorle tritate
50 gr. di burro fuso
25 gr. di succo di limone
25 gr. di limoncello

Prelevare le scorze dei limoni con un pelapatate e tritarle. Tagliarne a julienne qualcuna da usare come decorazione. Sbollentarle le in acqua in ebollizione per 30 secondi, quindi sgocciolarle e ripetere l’operazione per tre volte cambiando l’acqua.
Far cuocere per una ventina di minuti le scorze così trattate con lo zucchero, il miele e il succo dei tre limoni. Si otterrà una consistenza sciropposa che diventerà gelatinosa con il raffreddamento. Tenere da parte. Prelevare le scorzette tagliate a julienne e conservarle per la decorazione.

Far ammorbidire la colla di pesce in acqua fredda.
Mettere i 65 gr. di zucchero in una casseruola dal fondo spesso, inumidire lo zucchero uniformemente con poca acqua e portarlo a 121°.
Montare gli albumi a neve ferma; unire a filo lo zucchero cotto continuando a montare. Aggiungere la colla di pesce sciolta in un pentolino appena tiepido dopo averla ben strizzata. Continuare a far girare nello sbattitore fino a raffreddamento unendo anche la scorza di limone grattugiata e 4-5 cucchiai (secondo il gusto) della gelatina di limone precedentemente preparata. Delicatamente, con una spatola, unire poi al composto la panna semimontata. Prima unirne un terzo, poi, appena amalgamata, il resto.
Versare in stampini di silicone e riporre in freezer fino a rassodamento.
Sformare i dessert ancora congelati e lasciarli a temperatura ambiente per 5 minuti prima di servirli.


Preparazione delle cialdine

Mescolare il burro fuso con le mandorle tritate. Aggiungere lo zucchero, il succo di limone e il limoncello, amalgamando bene, infine unire la farina setacciata. Far riposare in frigo per far rassodare il composto.
Foderare una placca con carta da forno, prelevare una nocciolina del composto e stenderlo sulla placca con le dita inumidite in modo da formare dei dischetti. Distanziarli bene, perché si allargheranno molto in cottura. Cuocere a 170° fino a colorazione dorata.

Disporre una cialdina sul piatto, sovrapporre il soffio al limone, decorare con cialdine più piccole, scorzette di limone e foglioline di menta.

lunedì 20 settembre 2010

Se i 'mericani scoprono la pizza (vera)


Non andrò a vedere "Mangia prega ama". Non è il genere di film che mi attira. L'unica curiosità sarebbe quella di vedere le scene girate da Michele, la storica pizzeria di Napoli che è da sempre la mia preferita, e della quale ho già parlato.
Nonostante abbia trovato qualche pizzeria che posso frequentare senza sforzo, Michele per me resta il numero uno, l'alfiere della tradizione dell'autentica pizza napoletana, e mi preoccupa la popolarità che gli ha conferito il film oltreoceano: se prima si faceva un'ora di fila, adesso ne occorreranno almeno due. Mi preoccupa ma in qualche modo mi diverte: avendo dovuto ascoltare per anni le gigantesche corbellerie sparate in trasmissioni televisive e su riviste culinarie sulla pizza, trovo curioso leggere, oggi, il brano dedicato alla pizza di Michele nel romanzo dal quale il film è tratto. Lo riporto in fondo al post. Curioso che gli americani si accorgano che la pizza napoletana dev'essere sottile eppure morbida, quando ho sentito affermare con piglio assertivo da sedicenti gourmet che ha da essere sottile e croccante (orrore e raccapriccio) o alta e morbida (obbrobrio e ludibrio).
Ho la nomea, presso amici e conoscenti di altre città, di essere una alla quale non piace la pizza. Sciocchezze. E' una nomea che nasce dal fatto che ogni volta che organizzano una cena in pizzeria io prendo altro: un piatto di spaghetti, un filetto, qualsiasi cosa pur di sfuggire a pizze cartonate che se ne stanno rigide nel piatto o a impasti pesanti come piombo che fanno la gioia della colite o ancora a cuscini rigonfi sui quali si adagiano esausti filetti di pomodoro acido e formaggi sospetti che sembrano reperti degni di CSI.
Il fatto, invece, è che a me la pizza piace troppo; mi piace tanto che la voglio perfetta e non la sopporto se è inferiore agli standard che mi aspetto. In questi casi, come in altre cose della vita, preferisco rinunciare se non posso avere il meglio. Mangereste il surrogato di cioccolato pur di mangiare qualcosa che somigli al cioccolato una volta al mese in più?
E allora mi viene voglia di dire due o tre cose sulla pizza, vergognandomi anche un po' perché mi sembrano ovvietà, ma a giudicare dai discorsi dei sedicenti gourmet di cui sopra, non lo sono.

- La pizza napoletana è sottile, il più sottile possibile, eppure morbida. E' questa la sua caratteristica, altrimenti a fare i piazzaioli saremmo buoni tutti. L'impasto al centro dev'essere quasi privo di spessore e a farla da padrone dev'essere il condimento. Solo il bordo (il cornicione), privo di condimento, dev'essere gonfio. Ecco perché mangiare gli spicchi con le mani è complicato: la punta centrale si affloscia facendo cadere sugo e olio sulle nostre delicate manine. Se la si deve mangiare con le mani, bisogna piegarla.

- Sulla Margherita ci va il fiordilatte. La mozzarella è inadatta, avendo la tendenza a rilasciare troppo liquido anche se refrigerata (orrore e raccapriccio bis). Oggi molte pizzerie propongono la pizza cosiddetta DOP, con la mozzarella di bufala, appunto. Ma la tradizione vuole il fiordilatte, e come sempre accade la tradizione ha delle giuste ragioni.

- La pizza senz'olio è un abominio. Questa affermazione è per me un postulato. Non dimostrata né dimostrabile. La pizza senz'olio è un abominio. Punto.

- Il basilico è un ingrediente. Vi sembra una precisazione inutile? Non lo pensereste se aveste litigato, come mio marito, con un pizzaiolo romano che asseriva di fare la pizza meglio dei napoletani e che, oltre ad avergli presentato una galletta biscottata immangiabile, gli ha inflitto una Margherita priva di basilico sostenendo, alle sue rimostranze, che tanto il basilico è una decorazione (e poi si chiedono perché ordino spaghetti).

- Sulla pizza non si può mettere tutto quello che si vuole. Il disco di pasta non è un mero supporto che può ospitare qualsiasi intruglio. Sono accettate varianti aggraziate e pensate, ma resta il fatto che le pizze tradizionali sono la Marinara (aglio, olio, origano, pomodoro) e la Margherita. O le pizze bianche con lo strutto.

- Corollario del punto precedente: non esiste la Napoletana. Quella che a Roma e altrove chiamano Napoletana, a Napoli, non a caso, si chiama Romana. E' la variante con acciughe. Se venite a mangiare la pizza qui e chiedete una Napoletana, vi guarderanno con giustificato sgomento.

- Lo dico? E' talmente scontato che non sembra valerne la pena, ma lo dico lo stesso: solo forno a legna. Qualche bolla bruciacchiata sul cornicione ci VA. Una volta ci si trovava anche qualche pampuglia bruciata, sulla pizza. La pampuglia è un truciolo di legno usato per alimentare il fuoco. Vabbe', sulle pampuglie faccio lo sconto, ma tutto il resto resta (il bisticcio è voluto).

- Se qualcuno ordina in mia presenza una pizza con la nutella, sparo a pallettoni.

E' tutto ciò che mi viene in mente in questo momento.
Sto diventando vecchia e intollerante e rosico su ogni cosa. E mi piace pure ;-)


Da "Eat, pray, love" di Elizabeth Gilbert:

Giovanni and Dario, my Tandem Exchange twins, are originally from Naples. I cannot picture it. I cannot imagine shy, studious, sympathetic Giovanni as a young boy amongst this—and I don't use the word lightly — mob. But he is Neapolitan, no question about it, because before I left Rome he gave me the name of a pizzeria in Naples that I had to try, because, Giovanni informed me, it sold the best pizza in Naples. I found this a wildly exciting prospect, given that the best pizza in Italy is from Naples, and the best pizza in the world is from Italy, which means that this pizzeria must offer ... I'm almost too superstitious to say it ... the best pizza in the world? Giovanni passed along the name of the place with such seriousness and intensity, I almost felt I was being inducted into a secret society. He pressed the address into the palm of my hand and said, in gravest confidence, "Please go to this pizzeria. Order the Margherita pizza with double mozzarella. If you do not eat this pizza when you are in Naples, please lie to me later and tell me that you did."

So Sofie and I have come to Pizzeria da Michele, and these pies we have just ordered — one for each of us — are making us lose our minds. I love my pizza so much, in fact, that I have come to believe in my delirium that my pizza might actually love me, in return. I am having a relationship with this pizza, almost an affair. Meanwhile, Sofie is practically in tears over hers, she's having a metaphysical crisis about it, she's begging me, "Why do they even bother trying to make pizza in Stockholm? Why did we even bother eating food at all in Stockholm?"
Pizzeria da Michele is a small place with only two rooms and one nonstop oven. It's about a fifteen-minute walk from the train station in the rain, don't even worry about it, just go. You need to get there fairly early in the day because sometimes they run out of dough, which will break your heart. By 1 p.m., the streets outside the pizzeria have become jammed with Neapolitans trying to get into the place, shoving for access like they're trying to get space on a lifeboat. There's not a menu. They have only two varieties of pizza here — regular and extra cheese. None of this new age southern California olives-and-sun-dried-tomato wannabe pizza twaddle. The dough, it takes me half my meal to figure out, tastes more like Indian nan than like any pizza dough I ever tired. It's soft and chewy and yielding, but incredibly thin. I always thought we only had two choices in our lives when it came to pizza crust — thin and crispy, or thick and doughy. How was I to have known there could be a crust in this world that was thin and doughy? Holy of holies! Thin, doughy, strong, gummy, yummy, chewy, salty pizza paradise. On top, there is a sweet tomato sauce that foams up all bubbly and creamy when it melts the fresh buffalo mozzarella, and the one sprig of basil in the middle of the whole deal somehow infuses the entire pizza with herbal radiance, much the same way one shimmering movie star in the middle of a party brings a contact high of glamour to everyone around her. It's technically impossible to eat this thing, of course. You try to take a bite off your slice and the gummy crust folds, and the hot cheese runs away like topsoil in a landslide, makes a mess of you and your surroundings, but just deal with it.
The guys who make this miracle happen are shoveling the pizzas in and out of the wood-burning oven, looking for all the world like the boilermen in the belly of a great ship who shovel coal into the raging furnaces. Their sleeves are rolled up over their sweaty forearms, their faces red with exertion, one eye squinted against the heat of the fire and a cigarette dangling from the lips. Sofie and I each order anotehr pie — another whole pizza each — and Sofie tries to pull herself together, but really, the pizza is so good we can barely cope.

giovedì 16 settembre 2010

Mia faza, mia raza



Chiunque sia stato in Grecia avrà, prima o poi, sentito questa frase: "Italiani, Greci: mia faza, mia raza" (una sola faccia, una sola razza). Affermazione in fondo vera, visto che a Creta mi scambiano regolarmente per greca mandandomi nel panico più assoluto quando si aspettano che capisca la loro lingua. Mentre in realtà capisco solo i menù dei ristoranti, come ho avuto modo di dire: ho studiato solo l'inglese; quanto al francese, al tedesco, al greco, allo spagnolo e al portoghese datemi un menù e me la caverò alla grande, per ogni altra forma comunicativa ricorrerò ad un imbarazzante miscuglio anglo-italo-napoletano (mica per niente da queste parti abbiamo sopportato dominazioni da parte di chiunque; ci siamo fatti mancare giusto gli svedesi che forse ci avrebbero fatto anche bene).
Ogni volta che ci penso mi viene in mente una battuta dal film del 1987 Appuntamento al buio, di Blake Edwards: "Lei parla davvero il francese, o solo uno str**zo francese da menù?": ecco, io sono quella dello str**zo francese da menù.
Tornando in argomento, visto che "Italiani, Greci: mia faza, mia raza", ho tirato fuori una neapolitan-greek connection. Ho usato le pere mastantuono per preparare la cosiddetta "confettura del benvenuto" (io la conosco con questo nome, qui ci vorrebbe Jean-Michel), una confettura che si prepara in Grecia e viene offerta agli ospiti ma spesso viene offerta anche come dessert al ristorante, in accompagnamento allo yogurt.
E' una confettura sciropposa, deve restare quasi liquida, e infatti prevede l'aggiunta di acqua e glucosio, ed è anche dolcissima: la sua destinazione ideale è in accompagnamento allo yogurt greco naturale, mangiata così è favolosa. Buonissima quella preparata con le mele cotogne tagliate a "trucioli"; in attesa di trovare queste ultime, mi sembra che la pera mastantuono, truciolata pure lei, abbia fatto la sua degna figura. Con la cotogna ha in comune il fatto di essere piccola, dura e buonissima.

Edito: per maggiori informazioni su questo tipo di confettura, leggere il bel post di Jean-Michel.


Confettura del benvenuto italo-greca (con pere mastantuono)

1,5 kg di pere mastantuono o di altro tipo, ma molto sode (il peso si riferisce a frutta già sbucciata e mondata)
750 ml di acqua
750 g di zucchero
1/2 tazza di glucosio (125 ml circa)
2 cucchiai di succo di limone

Mettere in una casseruola su fiamma bassa l'acqua con lo zucchero e il succo di limone, far sciogliere completamente lo zucchero e lasciar cuocere per 10 minuti. Aggiungere le pere sbucciate, pulite e tagliate a trucioli (bastoncini non molto sottili) e lasciarle cuocere per 10 minuti. Togliere dal fuoco, versare tutto in una terrina coperta con pellicola e far riposare per una notte.
Il giorno dopo, rimettere in pentola solo lo sciroppo, tenendo da parte la frutta sgocciolata, che dovrebbe essere già pronta (dev'essere consistente, non morbida). In caso contrario, versare nella pentola anche la frutta. Unire il glucosio e far cuocere fino ad addensamento dello sciroppo. Attenzione: non deve addensarsi troppo o, una volta raffreddato, sarà troppo duro e non avrà la consistenza semiliquida richiesta a questa preparazione. Tenetevi indietro con la cottura. Invasate ancora bollente in barattoli sterilizzati, tappate, capovolgete e lasciate rafreddare completamente.
Qualora la consistenza non sia quella desiderata (dopo il raffreddamento) si può sempre rimettere lo sciroppo sul fuoco e farlo addensare ulteriormente.

lunedì 13 settembre 2010

La bisvalida


I più giovani lo sanno cos'è una bisvalida?
Non so come sia messo oggi il mercato delle figurine da collezione, quelle che si incollano negli album e che sono prodotte prevalentemente dalla Panini. Non so se le figurine sono ancora di moda e se ancora usa fare scambi selvaggi con amici e compagni di scuola pur di completare la propria collezione. Ma un tempo esistevano appunto le preziosissime bisvalide, figurine, cioè, che valevano il doppio di quelle normali. Il doppio per far cosa? E chi se lo ricorda! La sola cosa che mi ricordo è la scritta grigia sul retro: "valida" oppure "bisvalida".
E questa è una ricetta bisvalida. E' un antipasto, ma, se si omette il prosciutto e si abbonda con lo sciroppo, può essere un dessert. Si può anche aggiungere un po' di zucchero alla bavarese, volendo farne un dessert più "normale", ma meglio sarebbe aggiungere un po' di meringa all'italiana.
Insomma, fatene ciò che volete :-)
A me è servita sostanzialmente come alibi per fare i fichi caramellati, che programmo ogni anno e poi, mentre mi oriento nella mia ritrovata e caotica cucina, non faccio mai perché nel frattempo i fichi sono spariti.

Bavarese di robiola con fichi caramellati

Per 6 piccoli stampini:

300 g di robiola
110 g di panna fresca
3,5 g di gelatina (se del tipo professionale, altrimenti 2 g)
sale, pepe nero

Per i fichi caramellati:
1 kg di fichi piccoli e sodi
300 g di zucchero
qualche cucchiaio di Porto rosso secco
buccia di limone

Per servire:
1 fettina di prosciutto crudo a persona

Lavare bene i fichi e metterli in una terrina con lo zucchero e la buccia di limone a striscioline. Mescolare molto delicatamente, coprire con pellicola e far riposare per una notte.
Il giorno dopo, sgocciolare i fichi e tenerli da parte; prelevare tutto lo sciroppo che si è formato e metterlo in un tegame largo dal fondo spesso, su fuoco medio, e lasciarlo cuocere finché comincia ad assumere un leggero colore ambrato. A questo punto aggiungere i fichi e rigirarli nello sciroppo, facendoli ricoprire completamente, per due minuti.
Invasare i fichi ancora bollenti, con il loro sciroppo, e aggiungere in ogni vaso un cucchiaio di Porto.

Per la bavarese, lavorare bene la robiola con una frusta a mano; aggiungervi 90 g di panna liquida, amalgamandola bene, salare e pepare.
Sciogliere la gelatina (messa a bagno in acqua fredda e strizzata) nei 20 g di panna restanti, appena intiepiditi. Aggiungere il tutto al composto di panna e robiola e versare negli stampi. Congelare.

Sformare le bavaresi ancora congelate e lasciarle ammorbidire in frigo per 10-15 minuti. Servirle sovrapponendovi un paio di spicchi di fichi, irrorando col loro sciroppo, e accompagnando con il prosciutto.

venerdì 10 settembre 2010

Un minuto di silenzio fatto di parole


Avrei dovuto pubblicare una ricetta, oggi.
Ma oggi si celebrano i funerali di un uomo per bene che stranamente era anche un sindaco e ancor più stranamente restava per bene anche da sindaco.
E in questi casi di solito si osserva un minuto di silenzio. Questo post è il mio minuto di silenzio, ma che sia un minuto solo, per tutti, perché il silenzio non aiuta, quando di mezzo c'è la criminalità organizzata. Il silenzio è il miglior amico degli assassini degli uomini per bene.
Ce n'è pure troppo, di silenzio.
Che amo la Campania nonostante tutto, non lo scoprite oggi. Che il Cilento mi sta nel cuore, nemmeno. E mi sta nel cuore perché è bellezza, è pace, ha un suo carattere ancora autentico non sopraffatto né dalla crescita del turismo né dalla speculazione e se ce l'ha è merito anche di persone come Angelo Vassallo, che l'hanno protetto a costo della vita.
Perciò, questo è davvero un brutto, brutto giorno. Speriamo solo che provochi un innalzamento dell'attenzione, riflessioni, risposte. Che dia frutti, e non avvelenati.

martedì 7 settembre 2010

Traboulando


Una passeggiata per il centro storico di Lione, classificato dall'UNESCO Patrimonio dell'Umanità, è un'esperienza singolare davvero.



Visitare la vecchia Lione significa, infatti, infilarsi in casa d'altri, sostanzialmente :-) L'elemento che caratterizza la Vieux Lyon sono gli straordinari cortili medievali o rinascimentali degli edifici e le traboules, vale a dire lunghi passaggi coperti o scoperti che collegano tra loro diverse strade passando attraverso i cortili medesimi, ornati da fontane, pozzi, mensole scolpite, scale a spirale.







A volte ho avuto l'impressione di essere tornata in Marocco, di entrare in una kasbah: stessa oscurità, stessi stretti pozzi di luce.



Lione è il regno di Bocuse. Ma lui, Bocuse, l'ho visto solo su una delle facciate affrescate degli edifici lungo la Saone, uno dei due fiumi che bagnano Lione (l'altro è il Rodano):




A una trentina di chilometri da Lione, verso nord, si trova uno dei più deliziosi borghi medievali che abbia mai visto, e ne ho visti tanti: Perouges. Uno di quei posti dove ti viene voglia di praticare il farniente a livelli di professionalità altissimi: ciondolare per le stradine ciottolose come se non avessi un pensiero nella vita e goderti i colori, le vecchie pietre, una birra nella piazzetta.
Bellissimo villaggio, davvero. Anche se il più bello di tutti resta quel Saint-Guilhem-le-Desert scoperto per caso, anni fa, nell'Herault. Un vero gioiello.
























Una volta che ci si è diretti verso nord, tanto vale allungarsi fino al Monastero Reale di Brou, splendido. Ammetto che ho un'inconfessabile passione: la pietra. Mi piace guardare quadri, affreschi, sculture lignee, ma la pietra scolpita, i capitelli, i doccioni e gli elementi decorativi medioevali in pietra in genere, mi fanno impazzire. Qui non siamo nel Medio Evo bensì nel XVI secolo, però ancora nel gotico, quello flamboyant (fiammeggiante).








Per arrivare in Provenza provenendo da Lione abbiamo scelto di attraversare le spettacolari Gole dell'Ardèche, caratterizzate da alte falesie calcaree e dallo spropositato numero di bagnanti e canoisti che le frequenta in agosto. Ne vale la pena.
















Stavolta ho proprio finito. Non mi resta che fare qualche segnalazione.

Lione è terra di grandi chef e ristoranti blasonati. A Roanne, a un'ottantina di chilometri, c'è Troisgros. Inavvicinabile. Però la Maison Troisgros ha aperto da qualche tempo un piccolo albergo di campagna a Iguerande, La colline du colombier, che ha un suo ristorante. Rustico ma delizioso, in un paesaggio assai bucolico, propone una cucina tradizionale con dei menù di tre portate a 36 euro. La cena sarà piacevolissima sotto tutti gli aspetti. Il coulant al cioccolato, per fare un esempio, che spadroneggia in qualunque menù, era, stavolta, il migliore che avessi mai mangiato.
Inserire in rubrica alla voce: fare i fighi fingendo di essere andati da Troisgros ;-)

In Provenza abbiamo avuto una cena molto interessante (e costosissima) da Chez Bru, bistellato, ma lo scopro solo oggi, altrimenti ci sarei andata più cauta :-) Mio marito l'ha adorata (la cena), a me è semplicemente piaciuta. La cucina è un po' troppo "di tendenza", diciamo che a volte la tecnica mi è sembrata prevalere sui sapori. Ma siamo comunque a livelli molto alti, intendiamoci: questione solo di gusti personali. Il ristorante è splendido: un minimal-chic di campagna in mezzo agli ulivi.
Inserire in rubrica alla voce: concedersi lussi che non ci si potrebbe permettere ;-)

Grain de Sel a Saint-Remy, invece, è un antico amore. Lo conobbi quando era solo un minuscolo bistrot dalla cucina fantasiosa e profumata, ora è un ristorantino più sofisticato, la cucina è più inventiva, ma resta un posto adorabile dai prezzi più ragionevoli. Si può anche scegliere, a 27 o a 29 euro, uno dei cosiddetti "Grandes assiettes" che consentono di assaggiare un campionario dei piatti più rappresentativi.
Inserire in rubrica alla voce: mangiar bene e "moderno" senza restarci secchi.

Se invece si va alla ricerca di un pasto più semplice e veloce, raccomando la Brasserie du Commerce, in Place de la République, sempre a Saint Remy. Enormi insalate condite con grazia, un bell'assortimento di tartare di ottima qualità e di ingente quantità, tutti i piatti sono abbondantissimi e, pur trattandosi di una semplice brasserie, curati e belli da vedere.
Inserire in rubrica alla voce: abboffarsi senza darlo a vedere ;-)

Arles, vi avverto, è una città che potrebbe essere bellissima se non fosse (caso raro) sporca e maltenuta. Anche i ristoranti invogliano poco, a vederli. Noi andavamo di fretta e ci siamo fermati in quello che aveva un aspetto più decente, La mule blanche in Rue du Président Wilson 9. Non aspettatevi chissà che: piatti tradizionali e semplici, ma buoni e a prezzi onesti.
Inserire in rubrica alla voce: rimedi alla disperazione.

Per finire, non può mancare un bar à tapas, visto che ce ne sono tanti tra Nimes, Arles e la Camargue. Io ne ho provato uno a Aigues Mortes che si chiama La bodega (Rue Pasteur 20) e mi è piaciuto. Le sarde e i gamberi erano freschissimi, ottime le melanzane alla provenzale, buono il polpo alla catalana, un po' troppo dolce la sangria.
Inserire in rubrica alla voce: quanto ci piace spiluccare.

mercoledì 1 settembre 2010

Di laghi, villaggi, abbazie, mucche e stelle (Michelin)


Annecy ce l'avevo in mente da un po'. Galeotta fu qualche foto vista in rete: quando adocchio piccole cittadine fiorite solcate da canali, perdo la testa ;-)
E' a un passo dall'Italia, a un tiro di schioppo dal Monte Bianco, e giace su un delizioso lago che dicono essere il più pulito d'Europa. Una cosa è certa: il lago è pieno di villeggianti sguazzanti, di "spiagge" (rive erbose adibite alla balneazione), pedalò, canoe, barche elettriche e qualunque aggeggio utile alla navigazione e NON inquinante che vi venga in mente.
E se il lago è un bijou, il villaggio è un piccolo incanto di minuscoli canali, edifici antichi e arte, godibile persino nel bel mezzo della folla agostana.
Ma se la folla suddetta dovesse crearvi problemi, non avete che da fare il giro del lago. Troverete dei villaggi di quattro case, sulle sue sponde, meno affascinanti ma graziosi e riposanti, dove fare colazione al sole mentre contemplate lo specchio d'acqua circondato dai boschi o optare per un tuffo nelle acque veramente trasparenti.
Oppure "allungarvi" fino al Lago di Bourget e, fatta una capatina a Aix-Les-Bains, salire ad ammirare il panorama del lago sul Col de la Forclaz per poi visitare l'Abbazia di Hautecombe che essendo anche il mausoleo di Casa Savoia, ci porta ricordi non esaltanti, ma se lo fa perdonare per la spettacolare collocazione. Del resto, siamo in Alta Savoia.
E mi raccomando: fate una deviazione verso il canale di Savieres, che sbocca nel lago: nel piccolissimo villaggio di Chanaz non c'è nulla da fare se non giri in barca, ma vi resterà negli occhi a lungo. Garantito.

Il lago di Annecy e il villaggio:


























Sul Col de la Forclaz:






Nei giorni di mercato, ad Annecy, è dura... ;-)














L'arco romano a Aix-Les-Bains.



L'abbazia di Hautecombe:





Chanaz, sul canale di Savieres:














Sul lago di Annecy, a Veyrier, "opera" uno degli chef pluristellati di Francia, Marc Veyrat. Io NON ho mangiato da lui; la tentazione era forte, ma i prezzi di un tre stelle Michelin sono tali da farmi venire gli scrupoli di coscienza. Ci sono solo passata davanti...



In compenso, mi sono concessa una cena all'Auberge du Pere Bise, a Talloires, sempre sul lago. Sophie Bise ha una sola "misera" stellina, e se la fa pagare adeguatamente. La cena è stata notevole. Se avete voglia di una serata speciale, Sophie fa per voi, ma tenete bene a mente che in confronto ai ristoranti stellati francesi, i nostri hanno prezzi da trattoria o quasi. In questo caso, vale la pena per la cucina e per la bellissima posizione a bordo lago.

La copertina del menù di Sophie:



Il suo amuse-bouche:



La posizione, dicevamo...






Si possono fare anche delle piacevoli scoperte ficcandosi in un ristorante a caso, seguendo l'ispirazione.
Sul Lago di Bourget ci siamo imbattuti fortunosamente in un ristorante veramente gradevole e con prezzi più ragionevoli (ma non aspettatevi regali, non se ne fanno). Si chiama Beaurivage, e anche in questo caso oltre alla cucina, curata e saporita, il panorama del lago ha il suo bel perché.



Qualche dritta gastronomica per la Provenza (ma piccola) ve la darò nel prossimo post, su Lione e le gole dell'Ardeche.
Solo per masochisti o lettori eccezionalmente pazienti. Poi si torna alla cucina, prometto :-)