lunedì 28 giugno 2010

Three is megl che uàn


Soprattutto se i three sono quelli giusti e si fanno le cose per bene e in allegria.
Ma partiamo dal principio, cioè dalla foto qua sopra: che ci fa Lisa occhieggiante da una cucina a vista che non è quella del Munaciello?
La cucina è quella di questo ristorante, bello, elegante, minimalista ma accogliente:



Il ristorante si chiama "Il meglio di Jo", si trova a Viareggio, e Jo è Gionata Rossi, grande cuoco, persona adorabile, amico generoso.
Il signore che vedete nella foto qui sotto. Ed è lui che ha avuto l'idea di mettere insieme i three (che son megl che uàn): se stesso, Paolo Parisi e la "nostra" Lisa, per una serata in cui il cibo si ispirasse, almeno in parte, all'arte di Maurizio Cattelan, di cui il nostro cuocone è un ammiratore, in occasione della XIV Biennale Internazionale di Scultura di Carrara.
Così, i tre folli, perché simpaticamente folle è ognuno di loro tre, hanno proposto un insolito menù con alcuni azzardi estetici (vedere ad esempio i bignè neri di Lisa) e ne è venuta fuori una cena interessante, spiazzante, notevole.
Potevamo, io e Lydia, socie e complici di Lisa, perderci l'evento? E certo che no, altrimenti perché mai Gionata ci definirebbe "la santissima trinità"? :-))) (Jacopo, tu ci chiami solo totem, non c'è gara, aggiornati).



Il rotolino di alici con zuppetta di pomodoro di Lisa (che non lodo perché se no sembra che ce la cantiamo e ce la suoniamo) e, a seguire, "La morte della seppia" (vi dico: meravigliosa) e "A volte succedAno", di Gionata. Sì, avete letto bene: nomi immaginifici per piatti originali; succedAno gioca sull'ambiguità tra "succedono" e "succedaneo":



Poi è stata la volta di Paolo Parisi (che qui fa da sfondo al pane preparato da Gionata che, a proposito, il pane lo fa davvero bene):



Paolo ha preparato ragù di gallina, gallina affumicata e carne di capra. Eccezionali, la gallina affumicata su tutto.





E poi è arrivato di nuovo il turno di Lisa, che ha concluso con la sua passione, i dolci.


Una bavarese di yogurt e caprino con ciliegie al Pinot Nero, una granita al frutto della passione con meringhette alla fragola, gelatine al latte e gelatine di frutta e i bigné neri con chantilly.






Una gran bella serata, per la quale ringrazio di cuore i tre moschettieri e soprattutto Gionata, ideatore della follia e anfitrione di prim'ordine.
La nostra socia Lydia s'è messa in posa col Parisi, nemmeno a dirlo :-)



Per concludere, una nota personale: questi girasoli mi aspettavano al ristorante. Era il 24 di giugno, mio onomastico, e il consorte, rimasto a Napoli a lavorare, non potendo raggiungermi a Viareggio mi ha fatta raggiungere da questo pensiero solare. Un uomo da sposare, peccato che l'abbia sposato già...



Per inciso, avevo già pranzato da Gionata con Lisa prima di conoscerlo, e entrambe avevamo apprezzato moltissimo la sua cucina curatissima e fantasiosa. Se vi trovate in Versilia, non ve ne dimenticate.

Il meglio di Jo - Via Paolina Bonaparte 215 - 55049 Viareggio - Tel.: 0584 48337

mercoledì 23 giugno 2010

Una pasta che si finge insalata


Odio le insalate di pasta. Mi piace molto quella di riso, ma la pasta in insalata mi sembra inutile, slegata dal condimento, non ne ho trovata ancora una che mi convinca.
Nei giorni di caldo afoso che hanno preceduto il ritorno della pioggia, ho preparato una pasta estiva e "limonosa" che ricorda le insalate ma non è un'insalata. E mi è piaciuta.
Sì, lo so. Ho rotto col limone e le arance, infilo gli agrumi dappertutto. Ognuno ha le sue fissazioni, che vi devo dire?
Ad essere onesta, la prossima volta ometterò i calamari crudi perché il loro sapore viene sopraffatto dal resto. Diventano inutili. Come un'insalata di pasta :-)

Calle con calamari, limone e acciughe

Per 4 persone:

320 g di calle
4 calamari di medie dimensioni
4 piccoli filetti d'acciuga
3 cucchiai di succo di limone
olio
sale
prezzemolo

Eviscerare e lavare i calamari, poi tagliarli ad anelli molto sottili.
Scaldare abbondante olio e sciogliervi i filetti d'acciuga, quindi unire metà degli anelli di calamari e farli saltare per un minuto. Salare e cospargere col prezzemolo tritato.
Emulsionare 3 cucchiai d'olio con altrettanti di succo di limone.
Lessare le calle al dente, spadellarle brevemente con i calamari cotti, aggiungere l'olio emulsionato col limone, mescolare e spegnere immediatamente. Completare coi calamari crudi e servire.

lunedì 21 giugno 2010

Invecchiando si diventa noiosi



Questo post è la prova di quanto l'età mi stia facendo diventare noiosa e attaccata come una patella alle mie tradizioni.
In questo post non c'è niente di sperimentale. Anzi. E' quanto di più lontano ci sia da una sperimentazione. E' una ricetta di base, semplice, elementare, tradizionale con un paio di varianti che anche l'ultimo dei cialtroni avrebbe potuto provare perché scontate, istintive. Infatti, da ultima dei cialtroni, ve le propongo. Roba lontanissima dalla cucina concettuale, roba a creatività zero, roba che la mia amica e socia Lisa definirebbe "ignorante" (e, nel suo linguaggio, non è affatto una definizione critica).
Per me l'estate è, oltre che una sofferenza infinita (odio il caldo), la stagione dei fagioli freschi. Borlotti o spollichini.
La parola spollichini è l'italianizzazione del napoletano "spullecarielli", termine che indica, appunto, i fagioli freschi tipo cannellini, con cui si prepara una zuppa che, contrariamente alla tradizionale pasta e fagioli napoletana, non è "azzeccosa" (densa) ma "sciacquarella". La zuppa è semplicissima e naturalmente nulla vieta di fare con gli spollichini la pasta e fagioli, più liquida di quella tradizionale, ma anche no: io l'ho fatta asciutta e, se fatta riposare, diventerà "azzeccosa" comunque.



I fagioli freschi sono, per me, il meglio dell'estate. Ci ho preparato la classica zuppa, la classicissima pasta e due variazioni sul tema molto banali, come vi dicevo: una con bottarga di tonno e buccia d'arancia, l'altra con colatura di alici. Perché i fagioli col mare vanno a nozze.
Per una pasta con gli spollichini 100% partenopea, la pasta mista è d'obbligo (andate a leggere il bel post che ha scritto Lydia sull'argomento). Al massimo si può fare una concessione ai tubetti (lisci, nemmeno a dirlo).
Una variante ulteriore (salernitana, mi risulta) è far riposare la pasta e, quando è bella densa, passarla in forno, ben distesa in una teglia, in modo che faccia una crosticina, e poi cospargerla generosamente di olio al peperoncino.
La zuppa di spollichini divide l'umanità in due partiti :-) : quello che ci mette l'origano e quello che preferisce il basilico. Io appartengo al secondo, perché per me l'origano va nei fagioli alla maruzzara (magari un'altra volta ne parliamo).
Quanto alla pasta, quella coi fagioli freschi, in quanto estiva, non prevede (almeno nella versione di casa mia) pancetta, osso di prosciutto o cotiche.

In ogni caso, alla fine la mia versione preferita è stata quella con bottarga e buccia d'arancia. Numero uno, secondo me.



Zuppa di spollichini

Per 4 persone:

2 kg di spollichini (sgranati si ridurranno alla metà)
2 spicchi d'aglio
un bel gambo di sedano con le foglie
una decina di pomodorini (non microscopici)
peperoncino
basilico
olio, sale

Sgranare i fagioli, metterli in una pentola coperti d'acqua (circa il doppio del volume dei fagioli) e cuocerli per circa un'ora o, comunque, finché non sono teneri ma con la buccia ancora consistente.
Nel frattempo, far saltare in una padella l'aglio schiacciato e il peperoncino con l'olio, quando l'aglio è rosolato aggiungere i pomodorini, spaccati, e farli cuocere a fuoco vivo per quattro o cinque minuti.
Scolare i fagioli conservando la loro acqua di cottura, metterli in pentola insieme al sughetto di pomodorini e aglio e al sedano tagliato a pezzi, aggiungendo parte dell'acqua di cottura in base alla consistenza che si vuole ottenere. Far cuocere per altra mezz'ora circa, completare con basilico spezzettato e servire la zuppa preferibilmente tiepida accompagnata da freselle.

Pasta con gli spollichini

Per 4 persone:
300 g di pasta mista
metà della zuppa di spollichini preparata come sopra

Per le varianti:
colatura di alici o bottarga di tonno e buccia d'arancia

Lessare la pasta in abbondante acqua bollente salata per 4 o 5 minuti. Scolarla e versarla nella zuppa bollente, eventualmente aggiungendo parte dell'acqua di cottura. Spegnere il fuoco quando la pasta è ancora molto al dente e far intiepidire o raffreddare completamente.
Per le varianti, basta aggiungere un filo di colatura d'alici su ogni porzione o della bottarga di tonno a scaglie con la buccia d'arancia grattugiata.

giovedì 17 giugno 2010

Un disco rotto


Rassegnazione. Servono rassegnazione e pazienza.
Due temi saranno (sono) predominanti in questi giorni: le creme e l'autore della ricetta che segue. Che non cito. Perché mi vergogno di citarlo per la terza volta in pochi giorni. Sembro un disco rotto, mi faccio l'eco da sola. Chi desidera scoprire chi sia l'innominato non ha che da cliccare sul link, ma forse nessuno ne ha bisogno.
Qui si parla di una crema salata. L'innominato la serve con dei pioppini sott'olio, io li ho sostituiti, vista la stagione, con una dadolata di pomodori, metà crudi, metà semi-confit (tagliati a metà, disposti in una teglia con la parte tagliata in alto, cosparsi solo con poco zucchero e sale e un filo d'olio, infornati a 80° per 3 ore).
La ricetta è elementare. E proprio buona. Raccomandata come antipasto della disperazione quando si hanno invitati e si è già sommersi dal lavoro, può risolvere anche una qualunque cena, da completare con un'insalata mista, per esempio. Io ho usato del provolone abbastanza giovane.





Crema cotta di Provolone del Monaco

Per 4 persone:

400 ml di panna fresca
100 g di Provolone del Monaco
4 tuorli
noce moscata, sale

Frullare insieme tutti gli ingredienti e suddividere il composto in 4 stampini di ceramica.
Cuocere in forno, a bagnomaria, a 130° per circa 30 minuti.

lunedì 14 giugno 2010

Poche idee ma confuse


Credo che non mi piaccia il crème caramel. "Il" o "la"? Cielo, che angosciante quesito. Ho sempre detto "il", ma ora che devo scriverlo il dubbio mi attanaglia.
Come si evince dalla prima frase, c'è un altro dubbio che mi attanaglia: sarà vero che non mi piace? Be', non è un dolce che mi venga naturale scegliere dalla carta di un ristorante o da un libro di ricette. Eppure nella vita è più saggio avere dubbi inutili che certezze assolute. Come si dice? Mai dire mai.
Quando ho visto in un libro di Philippe Conticini di qualche anno fa ("Tentations", edizioni Marabout) una ricetta di crème caramel dall'intrigante titolo: "Crème renversée à tomber par terre", non ho potuto resistere. Ho dovuto scoprire se, perché, come un qualunque crème caramel potesse provocare a chicchessia uno stato di deliquio tale da, come diremmo noi nel nostro domestico idioma, "sbattere a terra", una perdita dei sensi, un mancamento.
Tutte cose che, per quanto concerne me, possono essere provocate solo da:
- una vincita alla lotteria;
- la notizia (mai abbastanza attesa) che un certo signore si è ritirato dalla vita pubblica e rinchiuso in un monastero trappista;
- l'uscita di un libro di ricette di mille pagine scritto a quattro mani da Mauro Uliassi e Gennaro Esposito;
- mangiare della panna montata di bufala mentre assisto a un concerto di un artista che il deliquio me lo procura già da solo.
C'è stato, il mancamento? Forse quello no, però ho sottoposto il crème caramel suddetto all'assaggio del marito, che è un amante del genere e, lui sì, lo sceglie al ristorante.
"Com'è?"
"Buonissimo" (laconico).
"Sì, ma ha qualcosa di diverso da quelli che mangi di solito?"
"Sì, sì" (sempre meno loquace, e considerando che era al lavoro col cucchiaino questo era già un segnale incoraggiante).
"E cosa?"
"E' morbidissimo, meno budinoso, e molto delicato".
Ecco la parte della sua risposta che ho trovato interessante.
Insomma, se vi fidate di Conticini e di un appassionato crèmecaramelofago, questa è la ricetta.

P.S.: Ho aggiornato, alla luce del gioco-test (qui e qui), l'elenco delle aziende di Campania Ferax, inserendo i pastifici.

Crème caramel di Conticini (o, come dice lui, crema rovesciata da sbattere a terra :-)))
Per 6 persone:

1 l di latte parzialmente scremato
2 bacche di vaniglia incise e raschiate
130 g di zucchero (nella ricetta originale 150)
5 uova e 3 tuorli

Per il caramello:

200 g di zucchero
4 cucchiai d'acqua

Far bollire il latte con le bacche di vaniglia (e i loro semi raschiati) e lasciare in infusione per una notte.
Riscaldare il forno a 140°.
Sbattere per 30 secondi le uova e i tuorli con lo zucchero.
Per il caramello, far fondere lo zucchero con l'acqua, a fuoco medio. Dopo l'ebollizione, alzare la fiamma e far caramellare fino ad un colore biondo intenso.
Distribuire il caramello sul fondo degli stampini (da 8 cm di diametro).
Scaldare il latte alla vaniglia e versarlo ancora caldo sul composto di uova e zucchero, mescolare, filtrare e lasciar riposare per 10 minuti. Quindi eliminare la schiuma che si è formata in superficie. Mettere gli stampini in una placca, versare la crema negli stampini, versare acqua nella placca fino a un terzo dell'altezza degli stampini.
Coprire gli stampi con alluminio, per evitare che la crema si colori, e cuocere per un'ora.
Far raffreddare, poi riporre in frigo per circa dodici ore.
Passare il coltello intorno agli stampini per sformare.

giovedì 10 giugno 2010

Cos'è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione



Uè, non fraintendiamo: la frase del Perozzi non è riferita a me, però mi piacerebbe. Diciamo che mi faccio gli auguri da sola perchè se arrivo incolume alla fine del mese ringrazierò San Gennaro.
Capita a tutti il classico periodo in cui non si sa nemmeno dove sbattere la testa, vorresti il dono dell'ubiquità, aneli alla clonazione: ecco questo è QUEL momento. E' quasi un classico per una come me che se le va a cercare con il lanternino. Per dirne una in questo momento ho un ginocchio ammaccato ed un uovo in testa... e mi torna in mente un'altra frase del mitico Perozzi:
"Restai a chiedermi se l'imbecille ero io che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui che la pigliava come una condanna ai lavori forzati, o se lo eravamo tutti e due".

Il machete non basta più, è il momento della katana :)

Cannoli di pane cafone con ricotta di bufala, alici di Cetara e scorza di limone

500 g di pane cafone cotto a legna
20 g di ricotta di bufala per ogni cannolo
alici di Cetara sott'olio
scorza di limone non trattato
poco albume
sale se occorre

Congelate per almeno 2 ore il pane, usando l'affettatrice tagliatelo sottile, formate i cannoli avvolgendo il pane intorno agli appositi cannelli, sigillate la chiusura aiutandovi con poco albume. Passate in forno i cannoli a 170° fino a doratura.
Per il ripieno, lavorate a crema la ricotta, unite le alici tritate al coltello e la scorza di limone. Mettete la farcia in una sac à poche e riempite i cannoli. Un'ottima alternativa alle alici è la colatura. Decorate con pistacchi o polvere di pomodoro.


Sandwich di alici impanate con mozzarella, basilico e pomodoro confit


Alici eviscerate ed aperte a libro
mollica di pane tostata
mozzarella di bufala
foglie di basilico
falde di pomodoro confit
olio di arachidi
sale

Passate la mollica di pane al mixer ottenendo delle briciole non troppo piccole, passatevi le alici premendo bene per far aderire la panatura. Friggete in olio a 170°. Asciugate su carta assorbente. Farcite le alici con un pezzetto di mozzarella, una falda di pomodoro confit ed una foglia di basilico, fermate il sandwich con uno stecchino.

martedì 8 giugno 2010

E l'avevo detto, io...


Sì, l'avevo detto, del nuovo amore.
Ma gli amori vanno messi alla prova, così Lydia e io abbiamo fatto un'incursione a Capri per accertarci con i nostri occhi (anzi, palati) di ciò che ci sembrava trasparire dal libro di Oliver Glowig. Resoconto dell'esperienza all'Olivo del Capri Palace, molto positiva, qui.
E' che quando ci acchiappa la monomania, ci acchiappa di brutto. Per settimane o mesi non vediamo altro che UN libro, QUELLE ricette, e sfogliamo e risfogliamo finché non giunge una monomania nuova di zecca a soppiantare la precedente. Perciò, pazienza: so già che Lydia sta per glowigare pure lei, puntuale come la riscossione della rata condominiale.
A Capri abbiamo assaggiato questo risotto e, benché qualcosa di simile l'avessi già prodotto in passato, ho dovuto farlo subito. E' intensamente limonoso, proprio come piace a me.
Ho apportato qualche piccola modifica, soprattutto ho ridotto la quantità di burro che viene cotta e, per necessità, ho messo solo gamberi e triglie, ma nella ricetta originale Glowig usa scampi, ostriche, calamari, bianchetti e alici (e le alici le condisce con un po' di colatura). Se volete riprodurre l'originale, vi basterà attenervi a queste varietà di pesce.

Risotto al limone con crudo di pesce

Per il burro al limone:

10 g di cipolla bianca tagliata a brunoise
1/4 di spicchio d'aglio
1 foglia di alloro
5 grani di pepe nero
1 rametto di timo (al limone, se c'è)
45 g di burro salato
1 bustina di zafferano
40 ml di succo di limone filtrato
scorza grattugiata di 1/2 limone

In 10 g di burro salato far appassire aglio e cipolla con alloro, pepe e timo, senza far prendere colore. Aggiungere lo zafferano e il succo, e far ridurre il succo della metà, quindi unire la scroza grattugiata di limone. Spegnere il fuoco e far fondere nella riduzione il resto del burro. Amalgamare con un frusta, passare al cinese e conservare in frigo.

Per il risotto:

320 g di riso Carnaroli
50 g burro al limone
1 l di brodo vegetale
la scorza di 1/2 limone
4 filetti di triglia
8 scampi o gamberi rossi
1/4 di spicchio d'aglio
1 rametto di timo (al limone, se c'è)
4 cucchiaini di pesto
olio, sale, pepe

Tostare il riso in una piccola parte del burro, portare a cottura bagnando gradualmente col brodo. A fine cottura aggiungere la scorza e mantecare con il burro rimanente.
Nel frattempo, condire il pesce con olio, sale, aglio e timo e, quando il risotto è pronto, passare un attimo il pesce sotto il grill per scaldarlo.
Mettere un cucchiaino di pesto in ogni piatto, aggiungere il riso e, su tutto, il pesce crudo. Spolverizzare di pepe e servire.


giovedì 3 giugno 2010

ImPASToiate / 2


Ed eccoci alla seconda parte dell'esperimento a-scientifico condotto da Lydia e me sulla pasta, quella riguardante la pasta venduta a più di 3,50 euro al kg.
Per chi si fosse perso la prima, copio qui le stesse premesse metodologiche:

1 - Il test è onesto ma non serio, nel senso che ci siamo dovute arrangiare con mezzi casalinghi e non abbiamo seguito alcun metodo scientifico. Ci siamo limitate a rilevare le differenze di aspetto, consistenza, spessore, sapore e reazione alla cottura secondo i nostri criteri e il nostro gusto.

2 - Per abitudine e convinzione, noi usiamo marche diverse a seconda del formato. Preferiamo i paccheri di questo e lo spaghetto di quello. Crediamo che i diversi produttori abbiano punti forti e punti deboli, per cui il test, eseguito su un solo formato, non ha certamente un valore assoluto.

3 - Il formato scelto è, secondo noi, non il più idoneo. Siamo convinte che fosse preferibile testare i paccheri. Ma, ahinoi, alcune case i paccheri non li producono affatto. Avremmo potuto scegliere gli spaghetti, ma le differenze di spessore sono veramente enormi, per cui i diversi spaghetti non sarebbero stati comparabili tra loro. Alla fine abbiamo optato per le penne, che più o meno producono tutti. Ma c'è stata la sorpresa/difficoltà anche qui: ri-ahinoi, alcune ditte producono solo penne rigate. Senza intavolare qui un discorso lungo e noioso circa la pasta rigata, occorre dire che per noi chi produce solo quella ha un limite, grosso, e ciò ha inciso nella valutazione finale.

4 - La pasta ci è stata acquistata da un'amica, in modo che noi procedessimo realmente alla cieca. Ha acquistato 12 marche diverse e, per rendere più fattibile il test, ne ha indicato i prezzi e, su nostra richiesta, le ha divise in due gruppi: fino a 3,50 euro al kg e sopra 3,50 euro al kg. Mio marito, che benché sia avvocato si è prestato ad essere notaio per un giorno, ha messo le diverse paste in sacchetti anonimi contrassegnandoli con un numero o una lettera, ha scritto su un foglio la corrispondenza tra numeri-lettere e marche, ha messo il foglio in una busta sigillata e siglata che è stata aperta solo dopo aver completato il test.

5 - Le marche, come dicevo, sono state divise in due fasce di prezzo. L'idea originale era di dividerle in industriali e artigianali, ma dopo aver scoperto che non esiste un disciplinare che stabilisca quali caratteristiche debba avere una pasta per essere definita artigianale, abbiamo optato per la divisione sulla base del prezzo. 5 paste al disotto dei 3,50 al kg compongono il primo gruppo; 7 paste al disopra dei 3,50 al kg il secondo.

6 - Sono stati cotti 20 g di pasta per marca. Tutte allo stesso modo: abbiamo usato pentole da 4 litri con doppio cestello.
La pasta è stata assaggiata senza alcun condimento. Ad assaggiare eravamo in quattro: noi due più due amiche. Ciascuna ha stilato la propria graduatoria, poi abbiamo incrociato le graduatorie in modo da arrivare al risultato collettivo. Infine abbiamo aperto le buste e stilato la classifica definitiva.

E dunque, veniamo alle paste più "lussuose".
I sacchetti, contrassegnati da una lettera:



Le sette penne, crude, per valutarne l'aspetto. Purtroppo in questo secondo scaglione abbiamo dovuto inserire delle penne rigate, perché, pare, alcune aziende non ne producono di lisce.


A prima vista abbiamo notato che la C e la D presentavano un aspetto più ruvido e più, diciamo, incoraggiante. Anche la E, che però appariva più corta. L'aspetto meno confacente alle nostre aspettative ce l'aveva la F, molto sottile, quasi traslucida. Sembrava quasi di cera. Ed era anche più gialla. La B, piuttosto sottile, presentava anche una rigatura larga che francamente (parere assolutamente soggettivo) non mi piaceva.


Ed ecco le penne cotte MOLTO al dente.



Sono seguiti l'assaggio e l'osservazione, poi, anche stavolta, ciascuna ha annotato le proprie considerazioni.
All'assaggio, e anche alla vista, è risultato che la penna A era di ottimo livello, ma la C e la D erano più spesse, più consistenti, "carnose" e sostenute, insomma, in perfetta forma ;-)
La B, piuttosto collosa, sembrava molle fuori e cruda dentro, e inoltre il suo sapore risultava, almeno al mio palato, non gradevole.
La E ci è sembrata una penna "media", paragonabile a quelle collocatesi a metà classifica nella prima parte del test.
La F risultava cotta in maniera non uniforme e poco consistente al morso.
La G, infine, si era molto deformata e presentava una superficie viscida e molliccia, visibile anche nella foto qui sotto:


Complessivamente, il risultato del test non è stato esaltante. Posso dire con convinzione che comprerei più volentieri paste che non hanno primeggiato nella prima parte del test piuttosto che le ultime classificate in questa seconda parte.
Abbiamo infine confrontato le rispettive classifiche e incrociato i risultati, ottenendo questi esiti:

I (ex aequo): penne C e D
III: penne A
IV: penne E
V: penne F
VI (ex aequo): penne B e G

E' seguita l'apertura della busta, siglata dal marito-notaio-per-un-giorno:




Di conseguenza, il risultato finale è stato:
I: Vicidomini e Pastificio dei Campi (C e D)
III: Setaro (A)
IV: Martelli (E)
V: Felicetti monograno Matt (F)
VI: Latini Senatore Cappelli e Mancini (B e G).

Anche stavolta, vi diamo dei prezzi indicativi (variano molto da negozio a negozio):

Vicidomini: 4-5 euro al kg
Pastificio dei Campi: 7-10 euro al kg
Setaro: 4 euro al kg
Martelli: 4,30 euro al kg
Felicetti monograno Matt: 6 euro al kg
Latini senatore Cappelli: 7 euro al kg
Mancini: 4,70-6 euro al kg.

Ancora una cosa: dopo che le penne sono rimaste abbandonate per dieci minuti nei piatti, per curiosità ne ho assaggiate alcune, e devo constatare che a distanza di tempo e pure scondite le vincitrici erano ancora decisamente buone.
Mi preme fare un'ultima osservazione: mi spiace non aver potuto testare, per motivi di irreperibilità, anzi, inesistenza nel catalogo di alcune ditte, i paccheri.
E voglio spezzare perciò una lancia a fattore della ditta terza classificata, la Setaro, perché il suo pacchero è tra i due o tre al top, secondo me.