giovedì 25 febbraio 2010

Brevemente, news


Giusto per segnalare che la strega mia amica e socia è stata appena colta nell'esercizio delle sue funzioni, immortalata e recensita su Scatti di gusto.
A breve verranno pubblicate là anche le ricette dei paccheri e dei nastri di pasta fresca dei quali si parla nell'articolo in questione.
E Lisa mi delega a dirvi che è a disposizione per le ricette degli altri piatti, per chi fosse interessato. E probabilmente appena visto questo post mi taglierà la gola perché ho pubblicato la sua foto :-)
Sempre su Scatti di gusto trovate la mia tartelletta al limone, rosmarino e frutti di bosco.
Enjoy :-)


martedì 23 febbraio 2010

Bagordi pugliesi



Non lo vorrei nemmeno dire, quello che ho mandato giù nello scorso fine settimana.
Per pudore. Per decenza. Farei bene a tacerlo. Ma un tale profluvio di bontà merita un post, ne meriterebbe anche due o tre, per omaggiare la mia amica che non si smentisce mai, che ha sempre attenzioni a iosa, che cucina divinamente e costituisce, con suo marito, la più straordinaria coppia di ospiti e di persone che possa capitare di incontrare.
Vi ho già parlato di lei, Anna Maria Scarangella, a proposito del suo delizioso budino di peperoni, delle altre ricette che le ho rubato (qui, qui) e della fantastica tiella di riso, patate e cozze.
Stavolta Anna Maria ha preparato un altro pranzo da re, e mi ha anche concesso di pubblicare la ricetta di uno dei suoi buonissimi piatti.

L'antipasto è stato questo sformatino di broccoli con salsa di burrata, delizioso.




A seguire, sono arrivate le linguine con la gallinella (tra l'altro il pesce era fantastico: averne, di fornitori affidabili...)


E il risotto al peperone con ragù di mare, veramente squisito (più giù la ricetta, da rifare prestissimo):



Infine un filetto di gallinella al vapore con un profumatissimo purè di patate al limone.



Ho detto "infine"? Si fa per dire, perché dopo sono comparse in tavola burrate, stracciatella, manteca. Che vi devo dire, ho una dipendenza da queste delizie di latte che posso appagare solo di rado, dal momento che vanno mangiate in loco. Le burrate a Napoli arrivano acidule e vecchiotte. Sono tornata con una scorta delle medesime fornita sempre da Anna Maria, e dal momento che, se le avessi mangiate tutte, sarei stata a dieta burratosa per una settimana, una parte l'ho "trattata" per utilizzarla per preparare qualche ricetta che vi proporrò a breve.

Il risotto al peperone con ragù di mare di Anna Maria

250 g di riso Arborio
2 grossi peperoni gialli
200 g di seppioline pulite
200 g di polipetti puliti
qualche scampo o gambero
200 g di pomodori maturi
1 lt di brodo vegetale
1 cipolla
1 spicchio d'aglio
1 mazzetto di erbe aromatiche (timo, prezzemolo,erba cipollina)
mezzo bicchiere di vino bianco
sale,pepe nero

Abbrustolire e spellare i peperoni, frullarli nel mixer. Portate a bollore il brodo, spellare, dopo averli scottati, i pomodori, tagliarli a dadini e metterli a sgocciolare. Preparare il sughetto facendo rosolare l'aglio in poco olio, unire polipetti e seppioline, bagnare col vino bianco e un po' di erbe tritate, quasi a fine cottura aggiungere gli scampi sgusciati, sale e pepe. In un'altra casseruola fare ammorbidire in poco olio la cipolla, unire il riso, farlo tostare, poi aggiungere metà del peperone frullato, portare a cottura utilizzando il brodo cui avrete aggiunto le teste degli scampi.
A fine cottura aggiungere il resto della purea, regolare di sale e pepe.
Oliare degli stampini leggermente scaldati, distribuire il risotto pressando leggermente, tenerlo in forma per circa 30 secondi e sformarlo al centro del piatto. Contornare col sugo di pesce , i pomodori a cubetti e il trito di erbe.


No, il fine settimana gastronomico non è finito qui, perché il giorno dopo siamo andati a pranzo all'Oasis di Vallesaccarda, ristorante che da anni si è conquistato una solida reputazione e dal quale mancavo da dieci anni. E' in Campania, non in Puglia, ma strategicamente collocato a metà strada tra Napoli e il paese in cui vivono Anna Maria e Donato, e così...

Mi piace molto la cucina VERAMENTE del territorio dell'Oasis. Come al solito, non recensisco niente, dico solo che merita una visita, merita che dopo la visita ci si ritorni e apprezzo molto la sua filosofia culinaria semplice e solida.

Il bocconcino di benvenuto era una polpettina con uvetta e pinoli su una crema di fagioli bianchi irpini.


Gli antipasti: carpaccio di filetto di vitellone con veli di caciocavallo, agrumi, noci e fior di sale affumicato. Delizioso. L'olio, fantastico, dava una marcia in più (del resto, era Ravece...)




Il piatto misto della casa (salumi e una ricottina di fuscella da piangere):




Le scarole con uvetta, pinoli e bottarga di tonno:




I primi. Secondo me sono i loro piatti forti. Tutti splendidi.
Ravioli di burrata e erbette con manteca campana e tartufo nero irpino:



Spaghettoni Garofalo con alici salate di Menaica, pomodori secchi, colatura di alici di Cetara e pane abbrustolito:




Candele Setaro spezzate con lardo, cacio e pepe_




Ecco, qualche riserva l'avrei sul secondo: questo filetto di maiale con peperoni all'aceto e caramello salato all'arancia era un po' troppo secco.




La piccola pasticceria (si può fare di più... :-)




E solito discorso a parte per i dolci. Non certo cattivi, ma piuttosto poveri di personalità e, complessivamente, dimenticabili.

La concentrazione di caffè con gelato al caffè:



Il fondente al cioccolato con salsa allo yogurt di frutti di bosco:



In sintesi, un pranzo con alcuni notevoli picchi, soprattutto sui primi (felice della mia scelta: i ravioli di burrata li sognerò a lungo, ma anche gli altri primi hanno il loro bel perché), materie prime veramente di qualità e la capacità di trattarle senza prevaricarle.

Oasis sapori antichi, Vallesaccarda - tel: 0827 97021

venerdì 19 febbraio 2010

Non l'ho fatto apposta


Non lo voglio nemmeno nominare, quel certo signore francese, se no poi dicono che sono fissata (e in effetti lo sono, infatti l'ho già nominato qua e , e qua e ), però se lui entra di prepotenza nella mia cucina non è colpa mia, ci si mettono pure il caso e il mio disordine.
Il fatto è che il mio esimio consorte si lamenta. Vorrebbe che in casa ci fosse sempre qualcosa di dolce da mangiucchiare, magari con un bicchiere di latte, e in particolare reclama madeleines (la sua passione) e biscotti, e dice che io queste cose non le faccio mai.
Ha ragione. Le faccio raramente. Così raramente che, avendo finalmente deciso di preparargli le agognate madeleines, ho avuto un bel daffare a cercare di ricordarmi quale ricetta usassi, e non ci sono riuscita. Ma il caso ha voluto che non avessi riposto, dopo l'esperimento-Satine, il libro di quel signore francese che continuo a rifiutarmi di nominare. E, tra desserts scoppiettanti e monoporzioni ammiccanti, hanno fatto capolino tra le pagine le umili e profumate madeleines.
Perché non provarle? No, dico: c'è una ragione per la quale non avrei dovuto, oltre quella di non passare per fissata? Avevo qualche perplessità sulle dosi, lo zucchero mi sembrava troppo, ma ho voluto rispettare la ricetta e ho fatto bene. Contrariamente alle aspettative, non sono affatto stucchevoli.
Sono più buone il giorno dopo, l'ho appena constatato :-)
E allora, eccole, le madeleines di quellollà...

Madeleines (Pierre Hermé)

250 g di farina
8 g di baking powder
3 g di buccia grattugiata di limone o qualche goccia di essenza
275 g di zucchero
12 g di zucchero invertito
250 g di uova
250 g di burro chiarificato, fuso.

Battere leggermente le uova con una frusta a mano senza montarle, solo per amalgamarle. Aggiungervi gli zuccheri, sempre mescolando con la frusta a mano. Unire poi la farina, delicatamente, con una spatola, e infine il burro, poco alla volta (vi sembrerà che non si amalgami, lavorate bene e abbiate fede).
Tenere l'impasto in frigo mentre si ungono gli stampini. Disporre l'impasto negli stampi, riempiendoli solo per due terzi, e riporre gli stampi nel frigo per qualche ora. Il motivo ve l'ha spiegato Lydia: la volete la gobba, vero?
Cuocere in forno ventilato a 210° fino a doratura. Nel mio sono occorsi otto minuti.

lunedì 15 febbraio 2010

Non siamo angeli (anzi)

Prima di parlare dell'argomento di oggi, una premessa non è necessaria: è solo una mia esigenza, e chi lo desidera può saltarla a pie' pari.
Come senz'altro sa chi ha letto qualcuno dei post che ho dedicato ai ristoranti, non scrivo recensioni. Non solo non lo so fare, ma non lo VOGLIO fare. A me interessa far sapere a quei pochi che mi leggono che il tale o il talaltro posto mi è piaciuto, che la cucina è soddisfacente, che le materie prime sono di qualità. Amo il consiglio, che si tratti di darlo o riceverlo, come tra amici. Non vado oltre il "buono/no buono" di Andyluottiana memoria (in una trasmissione che si chiamava "L'altra domenica", se la ricorderanno i più attempati). Non sto a fare sofismi sull'apparecchiatura o su ciò che c'è all'esterno (addirittura!) di un ristorante, può piacermi una trattoria "ignorante" (come la chiamerebbe Lisa) o un ristorante stellato, non me ne importa un asterisco di fare la figura della tizia trendy che gira per tavole blasonate o che va a provare il locale di moda del momento. Mi piace mangiare bene, che si tratti di una penna all'arrabbiata o di un dessert raffinato. Punto.
E non nascondo di provare una certa insofferenza, per non dire repulsione, verso la pletora di recensori autolegittimati che elargiscono pareri come fossero diamanti, facendoli discendere da cieli iperurani; pareri levigati, minuziosi, spesso nervosi, talora rosicanti, pareri un tanto al chilo o gratuiti, poco me ne importa: ciò che mi infastidisce è il tono. Il linguaggio.
Tono e linguaggio di chi è lontano da noi, o si sente tale, di chi vuol suggerire che può (può che cosa? Non chiedetelo a me), di chi assume la propria legittimità a fare o disfare la fortuna di un ristorante come un diritto divino, e ancor più fa sorgere il sospetto che quella legittimità se la conferisca da solo perché altrimenti non gliela conferirebbe nessuno.
Mannaie e accette che frullano nell'aria, o lodi incomprensibilmente sperticate, il tutto in un italiano involuto e contorto fino a risultare criptico. Discorsi autoreferenziali. Parlarsi addosso per sembrare ciò che non si è. Darsi un tono, un ruolo, una ragione per esserci.
Non dico che i recensori/critici siano tutti così, ce n'è qualcuno che non avverte la necessità di essere incomprensibile o sguaiato per risultare credibile, ma mi pare di veder crescere in giro il numero dei tromboni spocchiosi che parlano per il gusto di sentire il suono della propria voce o il coro garrulo e ciarliero dei consensi. Ciucci e presuntuosi, come si dice a Napoli. E sempre più preferisco un'isola in cui essere lost insieme a quattro amici e mangiare Tzatziki a colazione, se ci va, :-), amici coi quali preparare una carbonara o cenare nel ristorante sotto casa senza sentire il bisogno di cercare lo stellato per poi correre alla tastiera a lodare o storcere il naso secondo l'umore o la convenienza (storcere il naso, però, fa più figo, siamo franchi).
Be', se devo scegliere un posto dove mangiare, preferisco il passaparola disinteressato. O qualche guida utile e affidabile (perché qualcuna ancora ce n'è).
Nessuno mi paga, nessuno mi offre pasti gratis, se lo facessero me ne vergognerei come se stessi rubando qualcosa e sarebbero anche tonti, visto che il mio gradimento verso un ristorante non gli porterà certamente orde di clienti adoranti.
Bene. Il pistolotto, tengo a dirlo, è l'espressione di un sentire comune mio e di Lisa, e nasce da una serie di considerazioni sul panorama attuale. Val la pena di dirlo, visto che, come asseriva qualcuno, io e lei siamo sempre d'accordo...
Sono stata abbastanza acida? Me lo auguro, non vorrei smentirmi, e poi se non lo fossi stata, Lisa mi toglierebbe il saluto. Anche Lydia, sospetto. :-)

E veniamo alla sostanza, che si chiama Il ristoro degli angeli, ed è un piccolo ristorante di Salerno nel quale sono capitata per caso in un sabato di acquisti.
Bel menù, semplice il giusto, creativo il giusto; nessuna spocchia (astenersi tromboni), ottimi ingredienti per piatti cotti alla perfezione. Sì, mi hanno colpita le cotture, tutte perfette: quella dell'ottimo spaghettone (il piatto migliore, secondo me), del riso, della triglia e del tonno. Niente cotto trenta secondi in più o in meno del dovuto. Eccellente l'abbinamento di sapori degli spaghettoni, un po' più incolore il riso, delizioso il tonno, piacevolissima la triglia.
Come al solito, qualche appunto sui dolci: buono e friabilissimo il cannolo al limone, troppo duro il parfait (e troppo collosa la salsa al cioccolato).
Conto onestissimo, pure troppo.
Ve lo consiglio di cuore, senza pretese di autorevolezza.

Spaghettone cacio e pepe con pesto di broccoli e profumo di mare:




Riso Acquerello mantecato all'Aglianico e pecorino di Pienza:




Triglia croccante, carciofi alla mentuccia, battuto di pomodori e olive:




Trancio di tonno al rosa, cipolla rossa caramellata, verdurine al limone:



Parfait al cioccolato, mousse al caffè, salsa di arancia:




Cannolo al limone, salsa alla verbena e zeste candite:




Il ristoro degli angeli
Via Francesco Conforti, 16 - Salerno
Tel. 089.2960329

venerdì 12 febbraio 2010

Nel negozio di giocattoli


Lo so, è da sceme, e certe volte mi sento ridicola e mi vergogno profondamente. Ma quando mi capita di scovare qualche ingrediente di difficile reperimento, è così che mi sento: come una bambina in un negozio di giocattoli. Perciò immaginatevi l'entusiasmo quando, per la prima volta dopo tre anni, ho trovato il Castelmagno.
La volta precedente era accaduto durante una fiera enogastronomica. Evento, perciò, irripetibile. Stavolta invece ho trovato un negozio minuscolo che ha molti formaggi non campani, oltre che l'intera gamma dei salumi di maialino nero casertano, birre artigianali e tanti altri tesori inestimabili. L'ignaro gestore non sa ancora cosa stia per capitargli, ma lo scoprirà presto. Forse già domani.

Col Castelmagno ho fatto questo risotto, e visto che si trattava di un Castelmagno molto stagionato e alquanto tosto, l'ho ingentilito con la zucca. Zero inventiva, zero mortaretti, solo un onesto e confortante risotto.

Risotto al Castelmagno, zucca e noci

Per 4 persone:
340 g di riso Carnaroli
350 g di polpa di zucca
150 g di Castelmagno
80 g di noci sgusciate e tritate
una cipolla e mezza
brodo vegetale
vino bianco
sale, olio

Tagliare la zucca a dadini minuscoli e saltarla in una casseruola con olio e mezza cipolla tritata, quindi portarla a cottura aggiungendo, se necessario, un po' d'acqua e regolando di sale.
Toglierla dalla casseruola, prelevarne due terzi e frullarla con il suo condimento, allungando, se occorre, con un filo d'olio o un po' d'acqua. Tenere da parte il resto.
Far appassire l'altra cipolla, tritata, in un po' d'olio, senza che colorisca. Unire il riso, tostarlo, quindi sfumare con il vino bianco e far evaporare. Cuocere il risotto come al solito, aggiungendo lentamente il brodo. A pochi minuti dalla fine della cottura unire i dadini di zucca e, a cottura completata, mantecare con il Castelmagno grattugiato e aggiungere le noci tritate.
Servire su piatti sui quali avrete deposto una cucchiaiata di crema di zucca.

lunedì 8 febbraio 2010

Mea culpa


Quando si sbaglia bisogna ammetterlo, per quanto possa essere doloroso o vergognoso o persino mortificante. Io ho sbagliato.
E' dal 2004, credo, che ogni anno, anche due volte all'anno, con le amiche o col consorte calo come un manipolo di lanzichenecchi sul negozio di Pierre Hermé in Rue Bonaparte a Parigi (sì, ce ne sono altri, ma ormai Rue Bonaparte è un appuntamento fisso). Eppure non avevo mai assaggiato un suo classico, il Satine, perché non mi piace il frutto della passione.
Solo che il frutto della passione fa la parte del leone nella versione al bicchiere del Satine ("Emotion satine"), mentre nella versione a trancio, quella che sembra un cheesecake, ha un ruolo minimo.
Quest'anno ho assaggiato questo secondo Satine, ed è stato amore al primo morso: la crema di formaggio era senz'altro la più delicata e gradevole crema di formaggio che sia mai passata per il mio palato, e il connubio con l'arancia le dava una freschezza unica. Che poi erano DUE creme di formaggio, e nemmeno me ne ero accorta.
Sono tornata da Parigi con un solo pensiero in mente: consultare "PH 10" (il più completo libro di ricette di Pierre Hermé) nella speranza che il Magnifico vi avesse inserito il Satine.
C'era.
E poiché non avevo voglia di una torta, ho preso la ricetta e l'ho cacciata in un bicchiere, omettendo la base di pasta sucrée (che comunque nel trancio è sottilissima).
E adesso so che quando si tratta di Hermé, mia personale ossessione, non devo lasciarmi fuorviare dal pregiudizio verso questo o quell'ingrediente. Perché il Satine è meraviglioso.

Il bicchiere che ho usato è proprio semplice, per niente civettuolo, perché dovevo rischiare la sua incolumità mettendolo nel forno e non volevo esporre al pericolo qualche bicchierino più grazioso.

Satine di Pierre Hermé
(riadattato alle mie esigenze, e imploro clemenza per il mio sacrilegio)

Le dosi sono quelle originali, molto abbondanti. Credo ne vengano fuori una ventina di bicchieri o anche qualcuno in più. Io ho preparato un quinto di dose delle creme per ottenere sei bicchieri.

Per il biscuit cuillére (in italiano si dice biscotto al cucchiaio? O biscotto savoiardo?)

25 g di farina
25 g di fecola di patate
73 g di albumi
1 g di albumi in polvere
45 g di zucchero
40 g di tuorli
4 g di zucchero invertito

Montare ben fermi gli albumi con la polvere di albumi e lo zucchero. Versare i tuorli e lo zucchero invertito negli albumi, montando ancora per qualche secondo.
Unire al composto la farina setacciata insieme alla fecola, usando una spatola e sollevando delicatamente.
Stendere il composto su una placca 30 x 40 rivestita di carta forno e cuocere in forno per 5 minuti a 230-240°. Lasciar raffreddare, staccare dalla carta e avvolgere in pellicola. Si può congelare.

Per la crema cheesecake:

1056 g di Philadelphia (usate quello classico, meglio se in vaschetta: è più cremoso)
310 g di zucchero
50 g di farina
250 g di uova
38 g di tuorli
75 g di panna

Usando la foglia del mixer, a bassa velocità, lavorare il formaggio con lo zucchero e la farina. Unire i tuorli e le uova leggermente battuti e infine la panna.

Per la crema leggera al formaggio:

36 g d'acqua
114 g di zucchero
63 g di tuorli
336 g di Philadelphia
21 g di zucchero a velo
420 g di panna semimontata
9 g di gelatina (professionale; se usate quella da supermercato, tipo Panenageli, riducete la dose; credo che 6 grammi dovrebbero andare bene)

Ammorbidire la gelatina in acqua fredda.
Cuocere l'acqua e lo zucchero a 121°. Versarla sui tuorli montando ad alta velocità e poi lasciar raffreddare continuando a battere a velocità media.
Fondere il formaggio a bagnomaria senza scaldarlo troppo, unirvi lo zucchero a velo, quindi la gelatina ben strizzata. Aggiungere il tutto al composto di tuorli, mescolando delicatamente, quindi unire la panna semimontata.

Per la composta di arance:

650 g di arance sbucciate
1 kg di acqua
500 g di zucchero
140 g di marmellata d'arance

Affettare sottilissime le arance e metterle in un recipiente in modo che formino uno strato di 1,5 cm di altezza al massimo. Versarvi sopra l'acqua bollita con lo zucchero, coprire con pellicola e lasciar riposare per 24 ore.
Sgocciolare bene le arance, pesarne 425 g, ridurle in poltiglia e mescolarle con la marmellata fino ad ottenere un composto omogeneo.

Per la lucidatura:
(se non avete la pectina NH, che NON è la pectina normale da marmellate, potete sostituire la lucidatura con una qualsiasi gelatina neutra, però non avrà il leggero profumo di questa)

250 g d'acqua
buccia di mezza arancia
buccia di mezzo limone
1/4 di baccello di vaniglia Bourbon
100 g di zucchero
7 g di pectina NH
10 g di succo di limone
2 foglie di menta spezzettate

Scaldare a 45° l'acqua con le bucce e la vaniglia. Aggiungere lo zucchero e la pectina, portare a ebollizione e far bollire per tre minuti. Fuori dal fuoco aggiungere il succo di limone e la menta, lasciare in infusione per mezz'ora, quindi filtrare. Conservare in frigo.

Per il cioccolato bianco al fior di sale:
(per la decorazione)

320 g di cioccolato bianco
6 g di fior di sale

Col matterello, pestare il fior di sale e usarne poi solo i granelli sottili.
temperare il cioccolato bianco, stenderlo in strato sottilissimo sull'acetato, cospargerlo col fior di sale, coprirlo con un altro foglio di acetato e lasciar solidificare.

Montaggio:

150 g di polpa di frutto della passione ridotta in purea


Spennellare il biscuit con la purea di frutto della passione.
Ritagliare dei dischetti di biscuit e porne uno sul fondo di ogni bicchiere.
Riempire i bicchieri fino a metà altezza con la crema cheesecake e cuocere a bagnomaria nel forno a 90° per 20-30 minuti: la crema deve essere abbastanza solida da sostenere gli altri strati che verranno aggiunti, ma NON dev'essere rappresa. Controllatela di tanto in tanto, nel forno: deve "muoversi", ma se inclinate il bicchiere non deve colare.
Lasciar raffreddare completamente.
Versarvi sopra la crema leggera al formaggio, in uno strato un po' più basso del primo, e riporre nel freezer.
Quando è rassodata, stendervi sopra uno strato sottile di composta d'arance e rimettere nel freezer.
Infine rimettere la lucidatura sul fuoco e farla tornare liquida. Spennellarla sulla superficie dei bicchieri quando è ancora fluida ma non così calda da sciogliere gli strati sottostanti.
Riporre in frigo per qualche ora, in modo che i bicchieri si scongelino.
Prima di servire, decorare con pezzi irregolari di cioccolato al fior di sale.

mercoledì 3 febbraio 2010

Niente giochi di parole


...sul cavolo. Ve li risparmio. Perché di cavolfiore oggi si tratta.
Ne ho trovato uno bellissimo, freschissimo e candidissimo al solito Farmer's market. Nel frattempo avevo anche arraffato, nell'ultima incursione a Parigi, un piccolo libro di ricette il cui invitante titolo prometteva "Robuchon facile". Ricette di Joël Robuchon a prova di cretina, insomma una allettante prospettiva per una come me :-)
Ne ho tratto questa crema di cavolfiore, che nella versione dell'autore è una crema fredda, ma a gennaio meritava di essere provata in versione calda, e il risultato mi è piaciuto.
Ho apportato qualche modifica qua e là, nelle dosi (che mi lasciavano perplessa) e non solo.

Crema di cavolfiore all'olio di curry

500 g di cimette di cavolfiore
150 g di cipolla
15 g di burro
brodo di pollo o di verdure
150 ml di panna fresca
100 ml di yogurt greco
100 ml di latte
sale, pepe

Per l'olio al curry (da preparare in anticipo):

2 spicchi d'aglio
5 g di curry in polvere
un rametto di rosmarino
la buccia di un'arancia, a strisce
20o ml di olio

Per guarnire:

cimette di cavolfiore
succo di mezzo limone
100 ml d'olio
sale

Sbianchire le cimette di cavolfiore in acqua bollente per 30 secondi.
Scaldare il burro in una casseruola e aggiungere la cipolla, lasciandola insaporire per due minuti senza che si colori. Aggiungere il cavolfiore, quindi coprire a filo con il brodo caldo e lasciar cuocere, coperto, per 20 minuti circa a fuoco basso. Unire quindi il latte, la panna e lo yogurt mescolati insieme. Lasciare sul fuoco per due minuti, salare e pepare.
Passare la preparazione al mixer fino ad ottenere una crema perfettamente liscia.

Per l'olio al curry, mettere tutti gli ingredienti in un barattolo di vetro ben chiuso e infornare il barattolo a bagnomaria per 3 ore a 80° (la quantità è maggiore di quanta ne occorra, ma l'olio è molto profumato, ideale da usare anche per le insalate e le verdure in genere).

Cuocere le cimette di cavolfiore per la decorazione in acqua bollente salata per una decina di minuti, in modo che siano ben tenere., sgocciolarle e metterle a marinare in una terrina con il succo di limone, l'olio e il sale.

Servire la crema di cavolfiore con qualche goccia di olio al curry e le cimette marinate.

lunedì 1 febbraio 2010

La past@ postat@ vincente è...


Ebbene sì, non ci è voluto nemmeno tanto tempo, in fondo.
E stavolta non ci sono volute nemmeno interminabili trattative per trovare un accordo tra i cinque fumantini membri della giuria (vale a dire lo staff al completo di Tzatziki a colazione) e concludere così il contest Post@ la past@, in collaborazione con Garofalo.
In men che non si dica, quasi all'unanimità (alleluja! Una maggioranza assoluta è già un notevole risultato, credetemi), abbiamo deciso di attribuire i seguenti premi:

Primo premio:

Cacio e pepe alla giudia di Arteteca's kitchen.

Il mio commento? Mi è piaciuta molto per la coerenza nello sposare due ricette entrambe di tradizione romana, per il metodo di cottura, l'abbinamento e l'innovazione discreta, non invadente.

Secondo premio:


Il commento in pratica equivale al precedente: coerenza nel mantenersi all'interno della tradizione siciliana, abbinamento interessante, innovazione senza frizzi e lazzi, composta e misurata.

Terzo premio, per la miglior fotografia:

Virginia per la sua foto dei bigoli con le acciughe.

Il commento non è necessario, le ragioni le vedete da voi. :-)




Complimenti ai vincitori e grazie a tutti per la partecipazione. E grazie anche alla Garofalo, che ha preso parte in modo attivo, cortese e sollecito all'iniziativa.
Al prossimo contest!