lunedì 30 novembre 2009

Notaio, push the button/2 (e speriamo che stavolta sia per sempre)


Post lungo, estenuante (per chi legge) e borbottante come una pentola di fagioli.
A me interessano un sacco di cose; molte sono anche sciocchezzuole, ma sono le mie sciocchezzuole, e ne vado fiera. Qui si parla di una di queste sciocchezzuole, con buona pace di chi civetta col "non mi interessa" anche quando non sa di cosa si tratta.
Anni fa, durante una vacanza in Bretagna, arrivavo toma toma a Quimper, in macchina con mio marito e due amici, quando le nostre orecchie furono sorprese da dei versi strazianti, simili a barriti. Vi giuro che non è una battuta; dissi: "Ma che, c'è il circo?", realmente convinta che ad emettere quei suoni inarticolati fosse un elefante sofferente. E invece avvicinandoci ci rendemmo conto che si trattava del karaoke in piazza, più precisamente di un individuo che pensava (lui) di star cantando "The show must go on".
Mesi fa, invece, scrivevo tutta garrula di essermi appassionata a un talent show e festeggiavo la vittoria del mio beniamino. Be', quest'anno il talent show in questione è precipitato nella fossa delle Marianne. Però biologica (la fossa). L'ho guardato per affezione; alle prime puntate con gli occhi iniettati di sangue per il livello bassissimo dei "talenti" in gara e quello osceno della nuova tutor-giudicessa che avrebbe fatto bene a rimanere a casuccia sua a preparare brodini vegetali al celebre marito. A metà del percorso ho smesso di sentire il sangue ribollire e sono caduta nella catatonia. Rigidità, assenza di movimento, stato di coscienza ridotto al minimo, impossibilità di articolare parole sensate, volontà azzerata. Mi sono riscossa dall'abulia solo quando ho sentito una specie di muggito insistente che ho scoperto essere un tizio che aspirava a entrare in gara riducendo a julienne "The show must go on" come solo l'elefante di Quimper aveva saputo fare. Eppure ho continuato; in ognuno di noi si cela, da qualche parte, un masochista. In me non si cela nemmeno tanto bene. Ora che sta per andare in onda la finale, posso parlarne come fosse tutto già concluso. Era già tutto previsto, la graduatoria finale se volete ve la sparo or ora, che mestizia.
Vincerà uno che i numeri li avrebbe pure ma che alla quarta puntata mi aveva già stancata, sfrangiandomi tutto lo sfrangiabile con le pose da Liz Taylor incrociata con Vladimir Luxuria, e che potrebbe pure combinare qualcosa di buono se si convincesse che per apparire un interprete non è necessario sembrare un capretto sgozzato ogni volta che si fa un acuto e lamentarsi come un bufalo con la colite ulcerosa. E se giudici e pubblico si convincessero che non emana profumo di gigli e viole ogni volta che si palesa, che sviolinarlo neanche fosse una creatura mitologica metà Lennon e metà McCartney non è un atto dovuto e, appunto, sfrangia. E che se uno stecca per buona parte di una (grande) canzone dire che ha emozionato pur steccando è una boiata pazzesca. Diciamo che l'intonazione, per me che sono antica, è il minimo sindacale. A partire da quella si edifica tutto il resto, emozione e comunicazione incluse.
Arriverà secondo uno che ci infeliciterà i prossimi mesi della vita con martellanti passaggi in radio, facendoci rimpiangere "Io, tu e le rose" e anche "Binario" (triste e solitario), ma soprattutto strappandoci una lacrima di nostalgia per i tempi in cui nei bar si udiva solo il tintinnio delle tazzine, anziché il DJ fighissimo che pompa qualunque indegnità incisa su CD e poi si vergogna da matti e piange, piange per tutta la strada fino alla banca (questa è una citazione, diamo a Cesare quel che è di Cesare: Alfred Hitchcock, mica cotiche). Il figuro (voce interessante, se solo non fosse attaccata a un cantante superfluo) ci amareggerà l'esistenza con la complicità della coppia Mori-Celentano nonostante interpreti ogni singolo brano, che sia "Il ballo del qua qua" o "Light my fire", con la stessa stolida insignificanza, più dalle parti del qua qua, onestamente, che dei Doors. E infine, si spera SOLO per i cinque giorni che precederanno la caduta nel dimenticatoio, ci ammorberanno l'aria tre leggiadre fanciulle convinte di essere creature fatate dei boschi che di fatato hanno soprattutto il tocco mortale della Medusa: riducono in pietra tutto ciò che si muove, perché ascoltarle, vederle e desiderare di essere insensibili come granito è tutt'uno. Meno male che in radio quell'agitare incessante di mani nell'aere non si vede, e nemmeno le facce perennemente deformate dalla drammaticità ("noi siamo interpreti, che te credi?") che personalmente mi richiamano alla mente immagini scatologiche ben più che escatologiche. Ma l'armonizzare disarmonico, quello si sente, eccome.
Per tirarmi su ho preparato una bevanda confortante, abbastanza da trasformarmi in essere non senziente per la sera della finale, stato al quale, al momento, agogno come massima aspirazione. Dopo quella di diventare intelligente tutt'a un tratto e decidere di non guardarla.

Comfortably numb (piacevolmente insensibile)
vale a dire, la cioccolata calda di Frederic Bourse

Premetto che questa non è una cioccolata calda come la intendiamo di solito in Italia, densa, quasi solida. E' una bevanda piacevole e profumata che dà il giusto conforto nelle sere invernali.

1 litro di latte
2 bacche di vaniglia
2 stecche di cannella (o, come Bourse l'ha preparata al corso ed io a casa, buccia di limone)
250 g di cioccolato fondente al 64% (ho usato quello al 70)
100 g di zucchero grezzo

Portare il latte a 70° con la vaniglia e la buccia di limone. Spegnere il fuoco, unire il cioccolato e farlo sciogliere. Riportare a 70°. Filtrare, aggiungere lo zucchero e servire.

Trovo la presenza dell'aroma di limone molto gradevole.



giovedì 26 novembre 2009

La luna nera (e le regine delle mozzarelle)


A volte mi prende qualcosa che sta tra l'accidia e il nichilismo, mi viene pure voglia di chiudere il blog perché mi rendo conto di non avere la costanza per seguirlo come fanno tanti volenterosi come i miei soci di Tzatziki, ad esempio. Poi mi dico che il blog se ne sta là e non chiede pane :-) Il bello è proprio questo: che si è liberi, che non è un lavoro, che non ci sono obblighi.
Oggi, per esempio, scrivo un post e avrei potuto scriverne tre, perché in questi giorni ho fatto diverse cose che hanno a che fare con la gastronomia.
Ad esempio, io e Lisa siamo state alla cena del Dissapore Day a Palazzo Petrucci. Una serata piacevole, con gente simpatica, e se lo dico io che sono un mostro di antisocialità, potete crederci. La cena in sè non ha brillato. da Palazzo Petrucci mi aspettavo qualcosa di meglio. Ma c'è stato un momento alto, altissimo, almeno per l'autostima mia e di Lisa, e vado a spiegare il perché.
Era prevista una degustazione alla cieca di mozzarella di bufala: cinque mozzarelle, tra le quali quella del mio adorato Vannulo. Confesso che ero nel panico. Bisognava votare la nostra preferita: mi sarei vergognata di me stessa se non avessi riconosciuto proprio lei, la dea delle mozzarelle, e la possibilità esisteva, dal momento che delle cinque candidate due erano del casertano, due del salernitano (come Vannulo, appunto) e la quinta era una "intrusa" scelta dal ristorante.
Quando io e Lisa ci siamo trovate davanti il piatto con i cinque assaggi, ci siamo guardate come condannate al patibolo. Occhi vuoti, laringe stretta, mani tremanti. Affondo i denti nel primo assaggio e... il panico svanisce.
E' LEI.
Dico: "Ho già capito", e resto a guardare la mia compagna di sventure che affronta l'assaggio, facendo il tifo per lei. Nel frattempo provo le altre e la mia certezza iniziale si conferma. E si conferma anche il fatto che le altre mozzarelle, ottime, non sono all'altezza della vannuliana delizia. Alla fine, anche Lisa si illumina e punta decisamente sulla stessa che ho scelto io. Lei, devo dire, è stata più brava di me, perché l'unica volta che l'ho portata da Vannulo mozzarella non ce n'era; ha assaggiato solo yogurt, panna e gelato, ma le è bastato per conservare la sensazione gustativa tutta speciale di quel latte che ti lascia un retrogusto lungo, e sembra ti foderi le papille.
Alla fine, quella di Vannulo non è stata la più votata, è arrivata solo seconda, ma quando hanno svelato che la avevamo individuata ci è partito spontaneo un urlo da stadio. Peraltro devo dire che la più votata era al penultimo posto in classifica nella mia personale graduatoria. Sono sempre d'accordo con una minoranza, è il destino mio, di Lisa e di Nanni Moretti ;-)
Poi abbiamo seguito un corso sul cioccolato tenuto da Frederic Bourse, un vero signore che ha dovuto fronteggiare domande alle quali io, che sono solo un'appassionata, avrei risposto sciorinando tutto il mio repertorio di male parole, mentre Lisa sarebbe ricorsa direttamente alla violenza fisica. Interessante, il corso, e alcune delle ricette proposte le rifarò senz'altro. Da dimenticare l'ambiente: se i pasticcieri napoletani hanno il livello di competenza mostrato dalle domande che hanno posto, capisco perché usino perlopiù panna finta e semilavorati. Non ci sono più i Fulgente, mi sa (lui l'abbiamo già omaggiato QUI, QUI e QUI). Troppi improvvisati in circolazione. Ecco perché è diventato difficile trovare una sfogliatella presentabile e un babà appetibile...

E passiamo alla scoperta della settimana.
Li avete mai visti, questi?



Io, confesso, non li avevo mai notati, eppure pare che non siano affatto una novità. Sono i broccoletti neri campani: colore grigioverde scuro (anche se dalla foto non si capisce), foglie lunghe, a lancia, che tendono ad arricciolarsi. Sono ignorante, evidentemente, ma li ho scoperti solo adesso, ed è stata una scoperta felice. Si preparano come contorno saltandoli con aglio, olio e peperoncino e poi portandoli a cottura con l'aggiunta di un po' d'acqua e hanno un gusto tondo, non troppo dolce, anzi con una vaga punta di amaro. Mi sono piaciuti moltissimo e ho subito pensato che li avrei visti bene con la pasta. Una pasta ricca che mi sono affrettata a preparare.

Bucatini con broccoletti neri, guanciale, patate e pecorino

Per 3 persone:

240 g di bucatini
3 fascetti di broccoletti neri
una fetta di guanciale spessa 1 cm, tagliata a dadini
due patate medie
pecorino sardo o toscano non troppo stagionato
uno spicchio d'aglio
peperoncino, olio, sale

Saltare i broccoletti neri con olio, aglio e peperoncino, quindi portarli a cottura stufandoli con l'aggunta di un po' d'acqua.
In una padella d'alluminio, rosolare a secco il guanciale fino a renderlo un po' croccante. Togliere il guanciale lasciando nella padella il suo grasso, aggiungere un po' d'olio e rosolarvi le patate tagliate a dadini minuscoli, a fiamma viva. Spegnere il fuoco e unire alle patate i broccoletti e il guanciale.
Lessare la pasta al dente, saltarla in padella con il condimento e mantecarla con abbondante pecorino grattugiato e un po' della sua acqua di cottura.

venerdì 20 novembre 2009

Gusti robusti



Non sono mai stata una grande fan della zucca, forse perché a Napoli zucca significa essenzialmente pasta con la zucca, e io quella pasta la trovo "sciocca" e il dolce della zucca mi risulta anche stucchevole/inutile, più o meno come una canzone di Julio Iglesias :-)
La zucca mi piace in altre versioni, abbinata con ingredienti che le conferiscono il carattere che, secondo me, non ha. Per esempio, mi piace grigliata e condita con olio, aglio, peperoncino, prezzemolo e aceto (parecchio aceto) e mi è piaciuta nella versione che vedete quassù perché è decisamente di gusto intenso. Non troppo adatta ai palati delicati. Come "Sister Ray" dei Velvet Underground, diciamo.
La ricetta è tratta da un libro di Giuseppe Daddio, "Ricett'iss" (gioco di parole tra "ricette" e un'espressione napoletana che significa: "lui disse"), edito da Zafferano.

Brulée di zucca

Per 6 persone:
500 g di zucca mondata
uno scalogno
una manciata di capperi
2 acciughe sott'olio
olio, sale, pepe
brodo vegetale
timo e peperoncino

180 g di panna fresca
120 g di tuorli
75 + 60 g di parmigiano grattugiato
50 g di olio
sale, pepe

Per le sferette di pasta soffiata:

125 g di farina 00
125 g di farina 0 forte
25 g di burro
60 g di uova
75 g di latte
7 g di sale
5 g di zucchero
15 g di parmigiano grattugiato
5 g di lievito (la ricetta originale ne prevede 10)
rosmarino, peperoncino

Rosolare lo scalogno tritato in una pentola con l'olio, i capperi, le acciughe (che vanno sciolte), timo e peperoncino. Aggiungere la zucca tagliata a pezzetti. Lasciarla insaporire e poi bagnare con brodo vegetale portandola a cottura.
Frullare il tutto e passare al cinese. Raffreddare.
Amalgamare bene i tuorli con sale, pepe, 350 g della crema di zucca, i 75 g di parmigiano, la panna e i 50 g d'olio. frullare di nuovo. Versare in tegliette individuali da crème brulée e cuocere in forno a 95° per 30-40 minuti. Far raffreddare, quindi spolverizzare le tegliette con i 60 g di parmigiano e far "caramellare" sotto il grill a 220°.
Per le sferette di pasta soffiata, cominciare a impastare le farine con il lievito, lo zucchero e il latte, unire le uova leggermente sbattute, quindi il burro morbido e infine, quando l'impasto ha già preso corpo, il sale e il parmigiano. Se non si ha una planetaria, impastare finché la pasta è omogenea e batterla energicamente sul piano di lavoro. Al termine della lavorazione aggiungere il rosmarino e il peperoncino tritati finissimi. Far lievitare fino al raddoppio, quindi stendere la pasta a circa mezzo centimetro di spessore, ritagliare dei piccoli cerchietti con un coppapasta e lasciarli lievitare per altra mezz'ora circa. Quindi friggerli in olio ben caldo. Si gonfieranno diventando delle sferette.
Servire la brulée di zucca accompagnandola con le sferette e del peperoncino fresco a julienne.




Vi ricordo di mettere le meningi al lavoro per il contest Post@ la past@. Mi raccomando!



mercoledì 18 novembre 2009

Posta la pasta


Cari bloggers, in qualità di socie di Tzatziki a colazione, vi invitiamo a partecipare ad un contest con la collaborazione di pasta Garofalo.


TZATZIKI A COLAZIONE E PASTA GAROFALO presentano:

POST@ LA PAST@

Regolamento:

- Questo contest è diretto esclusivamente a bloggers, i quali potranno partecipare con ricette della tradizione rivisitate che abbiano come protagonista la pasta.

- Per partecipare, i bloggers dovranno pubblicare la ricetta reinterpretata e la foto con la quale intendono concorrere sul proprio blog (accompagnate dal logo del concorso), indicando la ricetta tradizionale da cui hanno preso spunto, e ne dovranno inserire il link nei commenti a questo post, oltre ad inviare il tutto via mail all’indirizzo tzatzikiacolazione@gmail.com.

- Sarà accettata una sola ricetta per blogger, assolutamente inedita, e dovrà pervenire entro la mezzanotte del 31 dicembre 2009.

- Vi preghiamo di diffondere l'iniziativa pubblicando nella vostra sidebar il logo del contest con relativo link (grazie, grazie, grazie) e invitando chi volete.


- La giuria sarà composta dagli staff congiunti di Tzatziki a colazione, Lost in kitchen e Senzapanna (vale a dire noi medesimi di persona: Daniela, Giovanna, Lisa, Lydia, Roberto).

-Alcune delle ricette partecipanti potranno essere pubblicate sulla fan page di pasta Garofalo.

- Saranno aggiudicati i seguenti premi:
1. primo premio: una confezione D.O.C. con prodotti selezionati della Garofalo ed, udite, udite, il CORRISPETTIVO IN PASTA DEL PESO DEL VINCITORE ;

2. secondo premio: una confezione D.O.C. con prodotti selezionati della Garofalo;

3. la miglior fotografia, purchè a corredo di una ricetta valida, sarà premiata con una confezione D.O.C. con prodotti selezionati della Garofalo.

- La partecipazione al contest e l'invio della ricetta implicano l'accettazione del presente regolamento.

Forza, vi aspettiamo numerosi e gagliardi...

sabato 7 novembre 2009

Magre soddisfazioni


Chi, leggendo il titolo, si aspetta una ricetta light, è capitato nel post(o) sbagliato.
Questo è un post ad alto tasso calorico.
Ho avuto la fortuna di essere, da bambina, magrissima. Così magra che ogni tanto spuntava fuori l'idea di darmi dei ricostituenti. Ai tempi si riteneva che i bambini dovessero essere tondi e in carne. Il tempo ha poi dimostrato che di ricostituenti proprio non avevo bisogno. :-) Mi sono "ricostituita" da sola quando, crescendo, ho cominciato ad apprezzare il cibo, dopo i vent'anni. Per cui, oggi ho alcuni chili di troppo, ma sono consapevole da anni che oltre un certo limite non "cresco", anche perché in fin dei conti non sono una che si abboffa, ma solo una che se ha voglia di qualcosa non se lo nega. Così ho cominciato a infischiarmene. Dieta è una parola che ho cancellato dal mio vocabolario; quando ho la pazienza di dedicarmi a un po' di esercizio fisico dimagrisco, altrimenti resto più o meno uguale; decisamente non magra, ma nemmeno obesa. E ho imparato ad accontentarmi.
Quello che proprio non sopporto è l'ossessione per la linea che spinge a comportamenti maniacali. Ed eccoci giunte all'episodio parigino di quest'estate, quello che vede protagoniste le due modelle o aspiranti tali, al quale ho fatto cenno nei commenti ad un post di qualche tempo fa.
Scena: ristorantino molto grazioso, con piatti semplici ma gustosi. Io e mio marito siamo lì che ci godiamo la nostra cena, quando al tavolo accanto al nostro arrivano due ragazze filiformi, nerovestite, età apparente intorno ai 19-20, capello fresco di falegnameria, trucco da passerella, aria di estrema sicurezza di sè, del genere: entro io, guardatemi. Si avvicina la cameriera per prendere l'ordinazione, e qualcosa comincia ad andare in modo strano. Inizia infatti una trattativa interminabile, roba da far sembrare il Congresso di Vienna un pic nic tra amiconi, della quale non colgo la sostanza data la mia inesistente comprensione del francese parlato. Ma la comprendo quando in tavola arrivano due insalate verdi, rigorosamente solo foglie, rigorosamente scondite, e le due allontanano con sdegno misto a disgusto l'oliera e la saliera.
Torna la cameriera, della quale non posso che invidiare l'aplomb, perché a questo punto il Congresso di Vienna pare finito, ma siamo dalle parti di Yalta. Altra trattativa estenuante, domande, da parte delle due, degne di un terzo grado con tanto di lampada sparata negli occhi. La cameriera propone e le arriva una serie di secchi no accompagnati da scuotimento del capello e sguardi di autentico terrore. Dopo il quarto d'ora di contrattazione rituale, in tavola appare un piatto. Uno solo. Contiene un filetto grigliato. Piccolo, siamo quasi al filet mignon. Nudo. Nè l'ornamento di una foglia, nè una miserrima patata, nè lo spettro di un ortaggio, tanto per fare colore. Una delle due filiformi nerovestite brandisce il coltello e inizia a dividerlo a metà, sotto l'occhio attento dell'altra che le dà indicazioni.
Ora, direte: saranno cavoli loro se vogliono nutrirsi d'aria e pesare quindici chili con gli stivali? E sono cavoli loro sì, precisando però che non è carino sfinire una donna che lavora, la povera cameriera; dopotutto siamo in un ristorante caruccio, non in una beauty farm. Sono cavoli loro, sì. Ma che voglia di dire a quelle due che forse sarebbe stato meglio mettere un filo d'olio sull'insalata e mangiare un filetto a testa invece che buttar giù, tra una ruminata e l'altra, un bel bicchiere di Kyr e una bottiglia di vino rosso, come hanno fatto davanti ai miei occhi attoniti... Ignoranza? Non so. Ossessioni appoggiate sul sentito dire, forse. O forse quando ci si nutre d'aria si sente il bisogno di tenersi su con altro. Molto più calorico di mezzo filetto.
Ma molto meno, immagino, di questi sablés bretons.

Sablés bretons
(Pierre Hermé, da Mes desserts préférés, Agnès Viénot Editions)

Per circa 30 biscotti:
325 g di farina
1 cucchiaio di baking powder o cremor tartaro (al posto del lievito chimico, che da noi è sempre vanillinato)
300 g di burro morbido
175 g di zucchero
1 cucchiaino da tè di fior di sale
5 tuorli leggermente battuti

In un mixer con la foglia, battere il burro finché non è ben cremoso. Unire a filo lo zucchero, poi il sale, infine i tuorli, a filo, continuando a battere finché il composto non è cremoso e uniforme. Servendosi di una spatola, aggiungere la farina setacciata con il lievito, facendola assorbire bene ma senza lavorare troppo la pasta.
Dividere la pasta in due parti e formare due salsicciotti di circa 4 cm di diametro. Avvolgerli nella pellicola e riporli in frigo per almeno 4 ore.
Tagliarli a fette di un cm di spessore e disporle in stampini da muffins o in cerchi. Cuocere i biscotti per circa 18 minuti, o finché non sono dorati, a 165° in forno preriscaldato. Raffreddarli su una gratella.

martedì 3 novembre 2009

Come eravamo (e siamo)



Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana...
Ora dovrebbe partire l'indimenticabile colonna sonora di Guerre stellari, del bravo John Williams. Ma sarebbe fuori luogo, poiché qui si parla di una ricetta per niente stellare, anzi molto semplice.
Tanto tempo fa, dicevo, cominciai a frequentare un forum culinario. Erano i primi approcci ad internet e l'entusiasmo era alto. Si organizzavano raduni e incontri, ogni partecipante portava qualche piatto. Questa è la torta che portai al mio primo raduno, a Roma. Cominciavo allora a fare dolci, e mi venne la balzana idea di fare qualcosa di testa mia. Non che fosse chissà mai quale invenzione: l'abbinamento di gusti era dei più classici, la struttura non era quella di una torta moderna ma solo un escamotage un po' naif per abbinare a una base ormai classica una mousse. Però fui contenta perché era la prima volta che non usavo una ricetta già pronta, per un dolce.
Oggi preparo questa torta rarissimamente perché mi sono invaghita di altre cose. Però è buona e non richiede grande fatica, quindi può tornare sempre utile.
La base è la ricetta della caprese che usava mia madre, diversa dalla caprese classica perché con un contenuto inferiore di cioccolato e con un po' di lievito. L'ho fatta bianca e all'arancia, e l'ho "incastrata" con una spuma alla cannella. Più ovvio di così non si può.
Piccola nota personale: sto scrivendo poco nel blog, ma dopotutto questo è un hobby e un divertimento, e guai a sentirsi vincolati a tempi e a obblighi. Ci sono momenti in cui non ci si diverte e allora ci si allontana un po'. O si è presi da altro. Però l'entusiasmo e la voglia, anche se non sono ai massimi livelli, prima o poi ritornano. Basta aspettare. :-)

Conca d'oro

Ingredienti per una teglia da 24 cm:

BASE:
200 g di burro
140 g di zucchero
5 uova
100 g di cioccolato bianco
200 g di mandorle con la pelle
Buccia grattugiata di 2 grosse arance
Succo di mezza arancia
3 cucchiai di fecola di patate
1/2 cucchiaino di baking powder o cremor tartaro
1 cucchiaino di zenzero in polvere
un bicchierino di Cointreau

SPUMA ALLA CANNELLA:
3 uova
120 g di zucchero
200 g di latte
un baccello di vaniglia
9 g di gelatina professionale in fogli o 6 di gelatina tipo Paneangeli, sempre in fogli
380 g di panna semimontata
1 cucchiaio e mezo di cannella in polvere

Per la base, macinare finemente le mandorle. Far fondere il cioccolato bianco, quindi unirvi il Cointreau e amalgamare. Lavorare il burro ammorbidito con lo zucchero fino a renderlo ben spumoso. Aggiungere i 5 tuorli un cucchiaino alla volta, facendo attenzione a non aggiungere il successivo finché il precedente non è stato assorbito. Unire quindi al composto il cioccolato con il liquore, le mandorle, la buccia delle arance grattugiata finemente, il succo, la fecola, lo zenzero ed infine il lievito. Terminare montando a neve ferma i cinque albumi e mescolandoli con delicatezza al composto.
Imburrare ed infarinare una teglia antiaderente da 24 cm, versarvi il composto ed infornarlo a 170° per 45 minuti. Lasciar raffreddare la torta.
Quando è fredda, tracciare con un coltellino affilato un cerchio al centro del dolce, lasciando intorno un bordo di un dito e mezzo di larghezza, aiutandosi con una scodella o un piattino sistemato al centro della torta. Poi, con un cucchiaio, raschiare delicatamente l’interno del cerchio fino a scavare il centro della torta per metà della sua altezza, creando così una specie di scodella.
Preparare quindi la spuma: portare a bollore il latte con il baccello di vaniglia inciso, spegnere immediatamente il fuoco ed eliminare il baccello. In una casseruola amalgamare accuratamente i tuorli delle uova con lo zucchero, senza montarli; versarvi il latte caldo e cuocere la crema a fuoco basso mescolando continuamente. Togliere dal fuoco quando la schiuma in superficie è sparita o quando il composto è a 85°. Unire alla crema ancora calda i fogli di gelatina precedentemente ammollati in acqua fredda e strizzati e mezzo cucchiaio di cannella, quindi far raffreddare mettendo il fondo della pentola in acqua fredda.
Una volta raffreddata, aggiungere alla crema la panna montata con un cucchiaio colmo di cannella e infine gli albumi montati a neve. Versare la spuma nella cavità scavata al centro del dolce e mettere in frigo a rassodare per 4-5 ore. Infine decorare a piacere.


Altri dolci usciti dalla mia cocuzza, più o meno naif ;-)
Santa pazienza
Sciuri sciuri