
Post lungo, estenuante (per chi legge) e borbottante come una pentola di fagioli.
A me interessano un sacco di cose; molte sono anche sciocchezzuole, ma sono le mie sciocchezzuole, e ne vado fiera. Qui si parla di una di queste sciocchezzuole, con buona pace di chi civetta col "non mi interessa" anche quando non sa di cosa si tratta.
Anni fa, durante una vacanza in Bretagna, arrivavo toma toma a Quimper, in macchina con mio marito e due amici, quando le nostre orecchie furono sorprese da dei versi strazianti, simili a barriti. Vi giuro che non è una battuta; dissi: "Ma che, c'è il circo?", realmente convinta che ad emettere quei suoni inarticolati fosse un elefante sofferente. E invece avvicinandoci ci rendemmo conto che si trattava del karaoke in piazza, più precisamente di un individuo che pensava (lui) di star cantando "The show must go on".
Mesi fa, invece, scrivevo tutta garrula di essermi appassionata a un talent show e festeggiavo la vittoria del mio beniamino. Be', quest'anno il talent show in questione è precipitato nella fossa delle Marianne. Però biologica (la fossa). L'ho guardato per affezione; alle prime puntate con gli occhi iniettati di sangue per il livello bassissimo dei "talenti" in gara e quello osceno della nuova tutor-giudicessa che avrebbe fatto bene a rimanere a casuccia sua a preparare brodini vegetali al celebre marito. A metà del percorso ho smesso di sentire il sangue ribollire e sono caduta nella catatonia. Rigidità, assenza di movimento, stato di coscienza ridotto al minimo, impossibilità di articolare parole sensate, volontà azzerata. Mi sono riscossa dall'abulia solo quando ho sentito una specie di muggito insistente che ho scoperto essere un tizio che aspirava a entrare in gara riducendo a julienne "The show must go on" come solo l'elefante di Quimper aveva saputo fare. Eppure ho continuato; in ognuno di noi si cela, da qualche parte, un masochista. In me non si cela nemmeno tanto bene. Ora che sta per andare in onda la finale, posso parlarne come fosse tutto già concluso. Era già tutto previsto, la graduatoria finale se volete ve la sparo or ora, che mestizia.
Vincerà uno che i numeri li avrebbe pure ma che alla quarta puntata mi aveva già stancata, sfrangiandomi tutto lo sfrangiabile con le pose da Liz Taylor incrociata con Vladimir Luxuria, e che potrebbe pure combinare qualcosa di buono se si convincesse che per apparire un interprete non è necessario sembrare un capretto sgozzato ogni volta che si fa un acuto e lamentarsi come un bufalo con la colite ulcerosa. E se giudici e pubblico si convincessero che non emana profumo di gigli e viole ogni volta che si palesa, che sviolinarlo neanche fosse una creatura mitologica metà Lennon e metà McCartney non è un atto dovuto e, appunto, sfrangia. E che se uno stecca per buona parte di una (grande) canzone dire che ha emozionato pur steccando è una boiata pazzesca. Diciamo che l'intonazione, per me che sono antica, è il minimo sindacale. A partire da quella si edifica tutto il resto, emozione e comunicazione incluse.
Arriverà secondo uno che ci infeliciterà i prossimi mesi della vita con martellanti passaggi in radio, facendoci rimpiangere "Io, tu e le rose" e anche "Binario" (triste e solitario), ma soprattutto strappandoci una lacrima di nostalgia per i tempi in cui nei bar si udiva solo il tintinnio delle tazzine, anziché il DJ fighissimo che pompa qualunque indegnità incisa su CD e poi si vergogna da matti e piange, piange per tutta la strada fino alla banca (questa è una citazione, diamo a Cesare quel che è di Cesare: Alfred Hitchcock, mica cotiche). Il figuro (voce interessante, se solo non fosse attaccata a un cantante superfluo) ci amareggerà l'esistenza con la complicità della coppia Mori-Celentano nonostante interpreti ogni singolo brano, che sia "Il ballo del qua qua" o "Light my fire", con la stessa stolida insignificanza, più dalle parti del qua qua, onestamente, che dei Doors. E infine, si spera SOLO per i cinque giorni che precederanno la caduta nel dimenticatoio, ci ammorberanno l'aria tre leggiadre fanciulle convinte di essere creature fatate dei boschi che di fatato hanno soprattutto il tocco mortale della Medusa: riducono in pietra tutto ciò che si muove, perché ascoltarle, vederle e desiderare di essere insensibili come granito è tutt'uno. Meno male che in radio quell'agitare incessante di mani nell'aere non si vede, e nemmeno le facce perennemente deformate dalla drammaticità ("noi siamo interpreti, che te credi?") che personalmente mi richiamano alla mente immagini scatologiche ben più che escatologiche. Ma l'armonizzare disarmonico, quello si sente, eccome.
Per tirarmi su ho preparato una bevanda confortante, abbastanza da trasformarmi in essere non senziente per la sera della finale, stato al quale, al momento, agogno come massima aspirazione. Dopo quella di diventare intelligente tutt'a un tratto e decidere di non guardarla.
Comfortably numb (piacevolmente insensibile)
vale a dire, la cioccolata calda di Frederic Bourse
Premetto che questa non è una cioccolata calda come la intendiamo di solito in Italia, densa, quasi solida. E' una bevanda piacevole e profumata che dà il giusto conforto nelle sere invernali.
1 litro di latte
2 bacche di vaniglia
2 stecche di cannella (o, come Bourse l'ha preparata al corso ed io a casa, buccia di limone)
250 g di cioccolato fondente al 64% (ho usato quello al 70)
100 g di zucchero grezzo
Portare il latte a 70° con la vaniglia e la buccia di limone. Spegnere il fuoco, unire il cioccolato e farlo sciogliere. Riportare a 70°. Filtrare, aggiungere lo zucchero e servire.
Trovo la presenza dell'aroma di limone molto gradevole.












