lunedì 27 aprile 2009

Kaiserlich und königlich: stravizi imperialregi

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Piccola premessa: non sono desaparecida. Sono stata in giro.

Nel frattempo mi onoro di aver vinto il Disaster award delle Cuoche dell'altro mondo per la miglior ciofeca. Ringrazio commossa la giuria, il pubblico, i miei ascendenti fino a diciotto generazioni fa, la mamma, il fratello, il marito che mi hanno sempre sostenuta e piango un po', che fa tanto figo.

Scherzi a parte, sono proprio contenta e aspetto ansiosa il pacchetto che ho meritato con la mia strepitosa imperizia.

Non dovrei mai andare a Vienna. Ma dirlo è più facile che farlo.
Credo che Vienna sia la città che amo di più. Amo la sua aria nobile e colta, il suo vivere rilassato, lo jugendstil che spunta da ogni angolo. Amo il fatto che anche i suoi siti più noti e più assediati dai turisti non rinunciano alla propria identità. Amo che vi si respiri sempre musica e arte. Amo la sua storia, in particolare quella della Vienna fin de siècle, a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, che ho dovuto approfondire anni fa per ragioni che non vi sto a spiegare. E una volta approfondita quella storia, ho visto la città con occhi diversi.

Perciò, se a qualcuno interessa acquisire quello sguardo, consiglio la lettura di due magnifici libri: di Carl E. Schorke "Vienna fin de siècle", edito da Bompiani e di Marino Freschi "La Vienna di fine secolo", degli Editori Riuniti.

E chiusa la parentesi culturale, veniamo ai motivi per i quali NON dovrei andare a Vienna.
Vabbe', finché si tratta di soli quattro giorni, come stavolta, passi. Ma se dovessi trattenermi più a lungo non basterebbe un costume di scena di Platinette a contenermi, al ritorno. La cucina austriaca mi piace moltissimo. Per un'insalata di patate delle loro potrei uccidere.
I dolci, che ve lo dico a fare. E così vado peregrinando da un caffè a un ristorante mandando giù qualsiasi cosa, nella triste consapevolezza che chissà per quanto tempo dovrò poi sentire la mancanza di quelle ipercaloriche delizie.

Tutti o quasi locali storici, però, eh? Perché a me Vienna piace così: mi piace la sua tradizione.

Ho cominciato con Demel, questa volta.

demeldemel5demel6E proseguito con il Cafè Central…
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central kondE mettiamoci pure Sacher, dove abbiamo pranzato con il pollo fritto "Anna Sacher" (da piangere) e poi divorato apfelstrudel e Sachertorte, anche se non la amiamo. Per pura devozione.
Posso dire una cosa? La panna montata di Sacher è una delizia seconda soltanto alla panna di bufala di Vannulo, e ho detto tutto.

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Ma il mio preferito è il Caffè Griensteidl, in Michaelerplatz. Era il caffè letterario per eccellenza, finché non fu demolito, nel 1897, sloggiando artisti e scrittori che vi stazionavano (tanto per fare qualche nome: Arthur Schnitzler, Hugo von Hofmannsthal, Karl Kraus, Arnold Schönberg…). E' stato riaperto e ricostruito identico solo nel 1990. E da allora, se sono a Vienna, ci staziono io. D'accordo, non sarò Schnitzler, ma me la godo lo stesso, affacciata sulla piazza, stupenda, a guardare il passeggio al sole, a bere Einspänner (un caffè con panna montata) e a mangiare la migliore torta Malakoff della città.

L'esterno del Griensteidl:

griensteidl

L'interno:

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E la mia Malakoff (già iniziata: chi resiste?)

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E poi devo dire, da napoletana con dipendenza da caffè, che a Vienna il caffè è proprio buono. Naturalmente non parlo di espresso, bensì del loro caffè, declinato in tante varianti, più lungo del nostro ma aromatico, profumato, mai acido.

Di Hawelka, se ricordate, vi ho già parlato.

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Per un buon pranzo in un posto incantevole, non posso che raccomandare la Palmenhaus, collocata in una ex serra imperiale, all'interno del Burggarten. Nelle giornate di sole, una meraviglia. Il cibo è ottimo, un po' meno tradizionale, con pesce fresco e squisite verdure. E vale la pena anche solo per alzare la testa e perdersi nel cielo azzurro ombreggiato dalle fronde. palmenhauspalmen2

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E adesso, qualche angolo della città rubacchiato in giro…

Una facciata jugendstil (mai camminare senza alzare gli occhi!)

jugendstil La Michaelerplatz, con l'ingresso della Hofburg.

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L'interno della galleria che passa attraverso il Palais Ferstel (in cui si trova il Cafè Central)

ferstel Irisgasse.

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Il mio angolo preferito, nel vecchio quartiere ebraico, vicino alla Ruprechtskirche, che è la chiesa più antica di Vienna. Un luogo appartato e raccolto, di giorno. Di sera ci sono tanti locali aperti, ahimé.

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E la Freyung, e il Graben, e la Spanische Hofreitschule (la Scuola di equitazione spagnola, quella dei lipizzani, per intenderci, e infatti….)

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E lo so, vi ho tediati abbastanza. Non essendo una guida turistica non vi dico di andare a visitare il Leopold Museum, il Belvedere, il MAK, l'Albertina. Però se almeno un pochino vi intrigano Klimt, Schiele, Kokoschka, andateci.

Certo che vedere Klimt anche nei bagni del Sacher fa un certo effetto…

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martedì 21 aprile 2009

Notaio, push the button (lo stufato irlandese di Jerome)

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Mannò, che avete capito? Qui una ricetta di stufato non c'è!

Lo stufato irlandese, in Tre uomini in barca di Jerome è quello in cui si buttano tutti gli avanzi, un po' di questo e un po' di quello, alla come viene. E questo post è uno stufato irlandese di quel genere.

Prima di tutto: notaio, push the button! Stop! E' scaduto il termine per prendere parte al nostro concorso, "Ci piace un sUcco". E meno male, perché le ricette ci hanno invaso la posta e i post :-), e avremo bisogno di un po' di tempo, e di tuuuutta la vostra pazienza, per deliberare. Intanto grazie a tutti: avete partecipato con un sacco di entusiasmo. Bravi!

E prima di passare alla ricettuzza, mi permetto una parentesi, che se no che stufato irlandese è?

Sono contenta perché mi sono appassionata a un talent show e ha vinto un talento grande, e così in un certo senso ho vinto pure io che adoro la sua voce. Ho fatto festa al PC con la coinquilina Lisa e un'altra sventata fino alle quattro del mattino, perché non ci sembrava vero che per una volta il merito venisse riconosciuto. Sembra una cosa da nulla, ma non lo è, in un paese in cui la memoria per la musica bella è corta, l'apparenza conta più della sostanza e chi vale deve faticare come un mulo per farsi prendere in considerazione da una discografia miope che punta tutto sugli ormoni delle tredicenni e su fenomeni costruiti a tavolino da specialisti del look, consulenti di immagine e cialtroni assortiti che hanno un'idea della musica che assomiglia al circo Barnum.

Io per uno che canta i Queen così andrei a piedi a prostrarmi davanti alla sacra icona di Freddie Mercury, col cilicio addosso e fustigandomi con un gatto a nove code. Perché Freddie mi manca, ma quest'uomo mi fa venire la pelle d'oca soltanto aprendo bocca.




E sono pure convinta che una cosa come questa versione acustica di I'll fly for you sia tra le cose più incantevoli passate in televisione dai tempi di Pappagone:



Ma qualora al riguardo vi restasse qualche dubbio, please, non ditemelo che so' troppo felice. E provate a farvelo passare con questa:




E ora basta, che se attacco non la pianto più.

Beccatevi 'sta crème brûlée. Oh.

crema

Crème brûlée al cioccolato e al tè

(tratta da "Les sept péchés du chocolat" di Laurent Schott)

250 g di cioccolato al latte
20 cl di latte
12 g di tè (Earl Grey nella ricetta originale, io invece ho usato un tè nero all'arancia e cannella)
6 tuorli
40 cl di panna fresca
80 g di zucchero di canna

Portare a ebollizione il latte e unirvi il tè, lasciandolo in infusione per 5 minuti. Filtrare e riportare a bollore.
Versare il latte sul cioccolato, mescolare bene per farlo fondere, poi aggiungere i tuorli leggermente sbattuti (non montati) e infine la panna liquida.
Versare in tegliette da crème brûlée (6, ma le mie erano piccine e me ne sono venute 9) e cuocere in forno preriscaldato, a 100°, per circa 50 minuti o comunque finché la crema è addensata. Far raffreddare in frigo.

Spolverizzare con lo zucchero di canna e caramellare lo zucchero sotto il grill del forno o con l'apposita torcia.

martedì 14 aprile 2009

Una ciofeca non si nega a nessuno

Non potevo lasciarmi sfuggire l'occasione per partecipare al Disaster Award bandito dalle cuoche dell'altro mondo.

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Perciò ho tirato fuori il racconto di un incidente di percorso culinario occorsomi anni fa, non perché da allora non mi sia accaduto di spatasciare, squaccheriare, massacrare piatti e ricette, ma perché QUEL disastro culinario è IL disastro culinario (e anche perché ne conservo vivo il ricordo grazie al fatto che ne avevo scritto in un forum, quindi è tutto ancora là, nero su bianco).

Ecco a voi, pasticcieri e pasticcioni, la madre di tutte le ciofeche: la mia avventura con la torta Saint-Honoré!

L’idea venne a Lydia anni fa, quando queste malsane iniziative venivano prese con frequenza: facciamo una festicciola per il compleanno di Mariella? Ok: ognuna porta qualcosa. Io, come al solito, mi offro per un dolce. Ognuno ha le sue malattie: la pasticceria è la mia. Pensa che ti ripensa, dapprima mi dico: faccio la sbriciolata delle monache. Ma no, non è adatta ad un compleanno. Faccio una Saint-Honoré. No: una Dobos. No: una Saint-Honoré. Saranno cinque o sei anni che non ne faccio una, mi balena nella mente, ma che sarà mai? Un tempo mi veniva bene, ed ero assai più sprovveduta di quanto io sia oggi, dopo il trattamento intensivo a base di forum e l’acquisto di una biblioteca culinaria da far invidia a Bocuse.
Arriva il giorno precedente la festa, e decido di mettermi avanti col lavoro. Faccio il Pan di Spagna (e fin qui tutto secondo le previsioni) e poi mi metto a fare i bignè. La ricetta che uso di solito è quella dell’Etoile, perfetta. Ma ho tempo e decido di provarne un’altra, tentata da quel malefico impulso che induce a complicare le cose quando rischiano di essere troppo semplici e quando c’è il fondato timore che tutto vada per il verso giusto.

Ed ecco che dopo i tempi di cottura canonici ciò che esce dal forno ha l’aria martoriata di una serie di pizzette gialline, rugose e spiattellate. Tiro giù dall’Empireo il primo santo di una lunga serie e poi mi dico: vabbe’, ci ho provato. Chissenefrega; ho tanto, tanto tempo. E giacché la mia magione, come quella di ciascuna di voi, rigurgita di uova e ridonda di farina, torno alla tradizione e rifaccio i bignè. Solito impasto, solita bocchetta per la tasca da pasticceria, solite dimensioni dei mucchietti. Tutto esattamente come sempre, come le altre 437 volte in cui ho preparato bignè. Eppure, forse esaltati dall’aver vinto il confronto con la nuova ricetta, i miei bignè una volta infornati decidono di gonfiarsi d’orgoglio e li vedo con sgomento crescere a dismisura. Belli, anzi no: bellissimi. Ma, ecco, collocarli su una torta da 24 centimetri sarebbe come deporre un canterano a mo’ di cappello sulla testa di un colibrì. E allora? Rifarli per la terza volta? Nemmeno a parlarne. Se vedo un’altra panade giuro che la uso per cementarci le carie. No, ne ho abbastanza. Li accetto per ciò che sono, dimostrando a me stessa che posseggo un’encomiabile capacità di adattarmi alle situazioni ed un ancora più lodevole realismo. Me li tengo così e pazienza se sbilanceranno il dolce.

Il giorno seguente mi alzo presto e, ancora in pigiama, mi metto a preparare il caramello per i bignè. Lo faccio spessissimo, giacché la torta al croccante è uno dei miei cavalli di battaglia. Zucchero, via di fuoco e… che bello: sta fondendo proprio bene, perfettamente uniforme. Sì, proprio bene. Cinque minuti, dieci… proprio bene. Non stupisca la mia meraviglia: all’epoca di caramello non ne sapevo un granché e non possedevo la caccavella magica a fondo spesso che scongiura qualsiasi collasso.

Ma… sarà normale che non prenda nessun colore? Proprio bene, dicevo? Che gli capita? Lo guardo, prossima all’attacco di panico: che gli posso fare per convincerlo a caramellare? Parlargli con voce suadente? Ricorrere alla persuasione? Mettere su un disco di musica classica come si fa per far fare più latte alle mucche o più uova alle galline (forse)? E mentre mi interrogo sull’argomento, convocando tanto per gradire il secondo santo, trascorre un tempo indeterminato nella vana attesa di un segno di vita. Che arriva. A un certo punto, arriva: anziché abbronzarsi, lo zucchero tutt’a un tratto si tramuta in una costellazione di grumi rognosi e duri come brecciolina, e tanti saluti. Con la santa pazienza che a volte, insperatamente, so trovare in qualche recesso del mio essere, catapulto il tutto nell’immondizia (e nel farlo fondo il sacchetto) e ricomincio daccapo. Viste le premesse, considerato il clima, è proprio necessario dire che l’esperienza si è ripetuta tal quale? Perfino con la torcia per la creme brulé ho tentato. E’ necessario dire che anche al terzo tentativo ho colluttato inutilmente con uno zucchero recalcitrante e che, rassegnata a fare una pessima figura, ci ho intinto dentro i bignè ugualmente? Col risultato di ritrovarmeli tutti appiccicosi di una sostanza vischiosa e granulosa che ispirava, a guardarla, un’indicibile malinconia.

Cominciando a chiedermi chi mai abbia deciso di pensare intensamente a me e andando a disturbare il terzo e il quarto santo nella loro pace sonnacchiosa, quasi piango, ormai, ma decido di farmi forza e mi accingo a preparare la chantilly. Va detto a mia discolpa: in anni di attività culinaria, mai una sola volta mi è capitato che la crema pasticciera facesse grumi. Nemmeno quando preparavo i primi, timidi dolci con assoluta incoscienza. Ebbene, c’è sempre una prima volta, si dice. E non poteva essere che questa. Mica un giorno normale, eh? Mica una domenica in famiglia con un dolcino tanto per fare! Questa: il terzo sanguinoso insulto alla mia Saint-Honorè. Respiro a fondo. Prendo atto. Al punto in cui sono, posso avvilirmi per un intoppo, una quisquilia, un incidentucolo? Giammai: brandisco il frullatore ad immersione (che gorgoglia e geme per lo sforzo, vista la densità della crema), mentre recito giaculatorie e formule di scongiuro che sarà meglio non riportare, e glieli tolgo tutti. Ogni singolo, ribaldo grumetto. E ogni grumo è accompagnato alla sua destinazione ultima da una serie nutrita di considerazioni circa la (discutibile) moralità dei suoi genitori e le sue (discutibili) abitudini sessuali.

Poi preparo la crema al cioccolato. Infine monto la panna e rimango ad aspettare che le creme si raffreddino per proseguire il lavoro. Mescolo pasticciera e panna senza apparenti incidenti: tutto ok, magari la chantilly risulta un po’ troppo morbida, ma mi sembra il caso di accontentarsi, con l’aria che tira, che in giornate nate male una chantilly non proprio perfetta è già grasso che cola. Mescolo poi la crema al cacao (sodissima) e la panna (sodissima pure lei) e… l’occhio, già incline alla lacrima, mi si inumidisce.

Capperi, mi pare troppo liquida, ‘sta chantilly. Come faccio a fare i tipici fiocchetti da Saint-Honorè con ‘sta roba? Fossero i fiocchetti, il problema! Verso la chantilly nera sulla torta. Dilaga, ma non troppo. La schiaffo nel frigo nella speranza che accetti di trovare una consistenza decente, e intanto passo dalle giaculatorie all’invettiva, non nella sua forma nobile e letteraria, bensì in quella popolaresca, da suburra. Ogni tanto la spio, malinconica eppure fiduciosa, finché ad un certo punto mi sembra, e sottolineo sembra, che si sia rassodata. Così, vagamente riconfortata, ci metto sopra i bignè. Oh, numi: i bignè, felloni, se ne stanno un attimo là a guardarsi intorno, in bilico sull’abisso; ma giusto un attimo, tentennanti, prima di decidere che soffrono l’altezza e gettarsi a capofitto giù per i fianchi della torta. Li vedo veleggiare, facendomi ciao ciao con la manina, verso il piatto, trascinando nel baratro tutta la granella con cui ho ricoperto i bordi della torta. Magari hanno pensato che, così belli e gonfi, non si addiceva a dei loro pari essere utilizzati come comprimari, poffarbacco.

Chiunque si sarebbe perso d’animo, ma non io, no, cocciuta come un caprone: dovrà pur finire, ‘sta botta di sfortuna. Li puntello come meglio posso, rischiaffo il tutto in frigo. Aspetto, quindi tento di realizzare dei fiocchetti con la chantilly bianca, ma anche quelli (e te pareva…) si afflosciano. Ignorando il nutrito gruppo di santi che si è dato convegno nella mia cucina a seguito delle mie ripetute imprecazioni, provo a coprire gli orrori con granella, cioccolato grattugiato, cemento a presa rapida, calce viva; di tutto, insomma, ma è come voler nascondere le nudità con una foglia di fico: il rimedio è peggiore del male. Così comincio ad inviare messaggi sgomenti a Lydia dicendole che NON porterò la torta, nemmeno con un cappio al collo, e quando lei minaccia di venire a rilevare me e il dolce a viva forza, preannuncio la preparazione di pentoloni di olio bollente per allontanare gli invasori. Resisterò fino allo stremo. In pigiama (ore 14,00), senza aver avuto il tempo per lavarmi la faccia, e inconsolabile. Basta. Vado a fare una doccia. Tanto figurati se stasera non arriva qualcuno con un dolce…

Dopo essermi faticosamente ridata un aspetto vagamente umano (ma la mia cucina sembrava Roma dopo il passaggio dei Lanzichenecchi e il sacco del 1527), ci ripenso. Sai che ti dico? Faccio due passi e vedo se, in questo giovedì pomeriggio (alimentari chiusi) trovo un disgraziato che mi venda un po’ di ricotta: lo trovo, e mi metto a fare la sbriciolata. Niente di più semplice, tutto secondo i piani, le arance non tirano fuori l’amaro (miracolo, vista l’aria che tira), la ricotta non è acida (sinceramente davo per scontato il contrario), e il forno non dà fuori di matto. E come la vogliamo spiegare se non con lo spirito vendicativo della sbriciolata, che si era vista esclusa dalla festa?

Sbriciolata delle Monache

250 g di farina
una punta di cucchiaino di lievito in polvere
3 cucchiai di cacao amaro
75 g di zucchero
130 g di burro
un uovo

Per il ripieno:
300 g di ricotta ben asciutta
80-90 g di zucchero
2 arance (a buccia non troppo spessa)
panna fresca q.b.
cannella


Setacciare la farina con il lievito, mescolarvi il cacao amaro, lo zucchero, il burro a dadini e un uovo. Impastare rapidamente con la punta delle dita fino ad ottenere un composto a bricioloni. Riporlo nel frigo mentre si prepara il ripieno.
Mescolare bene la ricotta con 80-90 g di zucchero (poi vi dico da cosa dipende il peso); frullare due arance intere, con buccia e tutto, e aggiungere a cucchiaiate il frullato alla ricotta. Il frullato potrebbe essere più o meno amaro: aggiungerlo poco alla volta, finché il gusto è soddisfacente (io credo di aver messo poco più di un’arancia, alla fine) e regolare di zucchero se necessario. Unire un po’ di panna liquida, fino ad ottenere una consistenza morbida ma non fluida. Aggiungere un paio di pizzichi di cannella.
Riprendere l’impasto dal frigo e distribuirne due terzi in una teglia sganciabile da 20 cm dopo averne ricoperto il fondo con carta da forno e imburrato i bordi. Non schiacciare il composto, altrimenti non resterà sbricioloso, e rialzarlo solo leggermente lungo il bordo, in modo che il ripieno resti tutto all’interno. Versare quindi la crema di ricotta e ricoprirla con il resto delle briciole. Infornare a 190° per 25 minuti. Una volta sfornato, far raffreddare, sformare aiutandosi con la carta da forno e cospargere di zucchero a velo.

martedì 7 aprile 2009

Perché a vent'anni è tutto ancora intero, perché a vent'anni è tutto… chi lo sa…



ib_p009_4_2 Fonte della foto: http://www.sisma80.it

Avevo diciannove anni quando la terra tremò in Irpinia ed anche sotto casa mia, a Napoli.
E' per questo che ho una certa reticenza a parlare di terremoti. Perché mi ricordo bene quella sensazione. Ero uscita con amici, eravamo in un bar, seduti a bere un caffè. La musica ad alto volume, e quando tutto cominciò a scuotersi, per qualche secondo fui convinta che qualcuno dei miei amici stesse battendo il tempo con troppa violenza.
Poi la gente agli altri tavoli cominciò ad alzarsi e a fuggire verso l'uscita. Ci alzammo anche noi, ma per uscire bisognava imboccare una stretta scala di metallo, così avemmo il buon senso di metterci buoni buoni in coda e non tuffarci nel parapiglia. Ricordo la stranezza dell'appoggiarmi ad un lampione, giù per strada, e di sentirlo cedere, ondeggiare. Ricordo la difficoltà di comunicare con casa mia. Ricordo che mia madre voleva farci passare la notte in strada ed invece io e mio fratello ci rifiutammo di farlo e dormimmo nei nostri letti. Vestiti da capo a piedi. E in piena notte dovemmo di nuovo fuggire.
E le notti successive, chiusi in auto. Faceva un freddo tremendo.
Qui in città le case erano rimaste per lo più in piedi. Qualche crollo. Ma c'erano lesioni ovunque e nessuno poteva essere sicuro della stabilità degli edifici finché non fosse stata verificata.
Ricordo la caccia alla benzina per andare a stare per un po' fuori città: ai tempi avevamo una casetta per la villeggiatura in una zona più sicura. Che in seguito venne requisita. Provvedimento condivisibile, se non fosse che ci venne alloggiato un tizio che la propria casa ce l'aveva ancora, amico o parente di chissà chi, che ci andava a fare le vacanze, mentre c'è chi è rimasto nei container per tutta la vita…
E ricordo che il mio amico, diventato in seguito mio marito, partì di nascosto, per non essere ostacolato dai genitori, e raggiunse con mezzi di fortuna Sant'Angelo dei Lombardi, dove si unì ai volontari. Ce lo comunicò mentre eravamo chiusi in una ammaccata Fiat 126, in cinque, a chiacchierare, e i finestrini si appannavano perché fuori era il gelo. Fu per lui un'esperienza forte della quale conserva un ricordo tenero ed indignato insieme.
Qualche anno fa, nel ventesimo anniversario del sisma, se non sbaglio, venne invitato ad una cerimonia in onore di quelli che furono definiti "angeli del terremoto", i volontari, appunto. Mi sentii orgogliosa di lui, come avviene spesso, devo dire.

Io? Io ero una ragazza.

A vent'anni è tutto ancora intero, come canta Guccini.
Quasi tutto. L'Irpinia non lo era.
E la gestione di quell'evento di intero non lasciò nemmeno le illusioni.

venerdì 3 aprile 2009

Quattro passi tra le nuvole

pollo paprika

Si scoprono cose, a volte; ci si sorprende per la botta di saggezza che da un momento all'altro ci prende e ci riconduce alla ragione. Perché diciamolo chiaro e tondo, non si è saggi ogni momento, anzi, si è più spesso fuori di melone che saggi, e in fondo va bene anche così.

Vi parlavo dello stare lassù ad acchiappare nuvole, nel post precedente, dello svolazzare nell'aere con la testa svagata. Embe', ho scoperto che è proprio bello, che è proprio una fortuna, che è quello che mi serviva, perché d'un tratto l'aria intorno a me s'è fatta leggera, trasparente, fresca.

E può essere che sia la primavera, questo profumo che nemmeno lo smog di città riesce a impestare, o può darsi che sia la musica, visto che passo ore ed ore su Youtube a spararmela in cuffia, a cercare le voci bellissime che mi rimettono in contatto con qualcosa di me che se ne sta accucciato in fondo, che s'era un po' nascosto in un budello oscuro, che si sentiva i piedi nel cemento e addosso tutta una serie di fardelli che adesso ha deposto per sempre.
"Put it there", come dice una stupenda canzone di Paul Mc Cartney…

E poi qualcuno mi ha regalato un ipod nuovo nuovo che sostituisce Youtube quando sono fuori casa… E io svolazzo. Me la sto godendo. Mi sento alla grande, mi piace condividerlo, e vorrei che a star bene fossero in tanti, come quella donna in rinascita che è la mia amica virtuale (ancora per poco) alla quale dedico questo post.
Ma se a qualcuno, quelli giusti però, viene un po' di mal di stomaco, una maledizioncina di Montezuma, un'orticarietta così, tanto per gradire, non mi lamento di certo :-)

Tranquilli: non sarà questo polletto a provocarvi montezumate o eruzioni cutanee.

Pollo alla Paprica e spätzle

(modificato, dal solito ricettario del caffè Sacher)

Per il pollo:

1 pollo grande
125 ml di vino bianco
1/2 mela smith
brodo di pollo (eventualmente)
150 g di cipolle tritate
2 cucchiai abbondanti di paprica DOLCE (attenzione, che se è piccante otterrete una roba immangiabile)
circa 70-80 ml di panna acida o yogurt greco
circa 40 ml di panna fresca
25 g di farina
mezzo cucchiaio di concentrato di pomodoro
succo e scorza di mezzo limone
poco peperoncino
1 foglia di alloro
olio, sale, pepe

Per gli spätzle:

250 g di farina
2 uova
1 tuorlo
150 ml di latte
una noce di burro fuso
sale
noce moscata

Preparazione del pollo:

Tagliate il pollo lavato in otto pezzi, salatelo e pepatelo. Disossate il petto.
Scaldate un po' d'olio e rosolatevi i pezzi di pollo. Poi toglieteli dalla casseruola e nel fondo di cottura fate rosolare le cipolle, unite quindi il concentrato di pomodoro e la paprica e sfumate con il vino. Aggiungete quindi l'alloro, il peperoncino e la scorza di limone, poi rimettete in pentola il pollo, ma senza il petto, coprite e fate stufare bagnando se necessario con un po' di brodo di tanto in tanto. A metà cottura aggiungete anche i pezzi di petto e continuate a cuocere, coperto.
Togliete il pollo dalla casseruola e tenetelo in caldo. Togliete anche la foglia d'alloro. Mescolate la farina alla panna acida e unitela al fondo di cottura insieme alla panna e alla mela tagliata a pezzetti. A fine cottura aggiungete il succo di limone, quindi frullate la salsa col frullatore ad immersione e scaldate nella salsa il pollo prima di servirlo.

Preparazione degli spätzle:

Mescolate tutti gli ingredienti fino a ottenere una pasta omogenea.
Passate l'impasto nell'apposita grattugia (o macchinetta) direttamente su una pentola d'acqua salata in ebollizione, facendo cadere gli gnocchetti nell'acqua, e scolateli man mano che vengono a galla. Raffreddateli sotto l'acqua corrente e serviteli come accompagnamento dopo averli saltati in olio o in burro caldo. Io scelgo l'olio, e stavolta li ho saltati con degli spinaci a striscioline appena scottati in padella e con della zucca a dadini minuscoli rosolata sempre in padella con un po' di cipolla.

Potete tranquillamente preparare una dose abbondante di spätzle e congelarli dopo averli conditi con un filo d'olio crudo. Una volta estratti dal congelatore li salterete in padella.

mercoledì 1 aprile 2009

Oui, je suis Jacqueline…

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… Bouvier Kennedy Onassis.

Quando ero bambina, tempi eroici in cui il low cost era di là da venire e persino da immaginare, si favoleggiava di lei raccontando che volava a Parigi per comprare il rossetto.
Oggi con una spesa più o meno uguale ad un biglietto del treno ad alta velocità per Roma, io volo a Parigi con le amiche una volta all'anno circa. Non compro rossetti, ma prevalentemente ingredienti e caccavelle. E vabbe', Jacqueline se ne sarebbe fregata e probabilmente avrebbe scambiato un imbuto colatore per un originale cappellino, ma su, lasciatemi sparare qualche banalità: come cambiano i tempi e blablabla. :-)

Del nostro far danni a Parigi, parlo in un post su Tzatziki a colazione.

Insomma, tra la cinque giorni parigina e una certa arietta di nullafacenza, sono stata assente, fisicamente e mentalmente. Perchè poi (e sento in arrivo il chissenefrega) io sono così: a volte parto per la tangente, nel senso che capita che mi appassioni a qualcosa, e quando capita non so pensare ad altro. Proprio a nient'altro. Vado in bambola, nel pallone, veleggio in altri mondi, spalo nuvole come il mio amatissimo commissario Adamsberg, completamente presa e ossessionata. Il che è bello, nel senso che significa in qualche modo aver conservato una capacità vagamente adolescenziale di entusiasmarmi, ma è anche brutto, nel senso che mi rende talvolta una persona assai poco pratica, fuori dalla realtà e mezza scimunita.

E in questo periodo sono appassionata a qualcosa che non è la cucina. Perciò, potete vedermi lassù che svolazzo acchiappando cirri e nembi, mentre la tavola piange.

Accontentiamoci delle farinettes, che ho assaggiato a Parigi, alla "Maison de la Lozère", e subito riprodotto.

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Farinettes al cantal

Per 6-7 farinettes:

500 g di patate
1 uovo
15 g di farina
1 dl di crème fraîche épaisse o, in mancanza, un misto di yogurt greco e panna fresca
formaggio Cantal

Sbucciare, lavare e grattugiare con la grattugia a fori grossi le patate. Lasciarle sgocciolare e asciugarle bene.
Mescolarle con la farina e l'uovo battuto. Unire quindi la crème fraîche.
Formare delle frittelline inserendovi al centro un pezzo bello grosso di formaggio.
Farle dorare in una padella unta da entrambi i lati, a fuoco dolce in modo che la patata cuocia e il formaggio si sciolga prima che l'esterno si scurisca.