venerdì 27 febbraio 2009

Alla ricerca del pomodoro perduto

pomodorini

Da qualche mese ho cominciato ad andare regolarmente al farmer's market, il mercato con vendita diretta dai produttori (piccoli) ai consumatori che si tiene, almeno qui a Napoli, due volte al mese, di domenica mattina.
Ci sono andata pure sotto un diluvio. Sta diventando una specie di droga, un'abitudine irrinunciabile. Tossica da farmer's market, nuova patologia della quale presento tutti gli inconsueti sintomi.
Il fatto è che non solo i prezzi sono piuttosto convenienti, ma i produttori dai quali acquisti hanno un nome, un cognome e una collocazione geografica, i prodotti sono freschissimissimi, seguono rigorosamente le stagioni perché a venderli sono piccoli coltivatori della regione, con una produzione limitata. E non si trovano soltanto frutta e verdure, ma anche olio, vino, formaggi, legumi, frutta secca, pane, uova…

Per la prima volta da anni riesco ad avere delle patate vere, serie. A pasta gialla giallissima, saporite, con la giusta consistenza. E poi, volete mettere? Le patate di nonno Luigino, sono, e nonno Luigino ha una faccia che ormai conosco. Altro che quegli oggetti misteriosi con su scritto "Patate per tutti gli usi". Che poi, una patata per tutti gli usi esiste?

Immag019

E poi, se il tempo è bello è anche un piacere passeggiare la domenica mattina nella villa comunale.

Ecco la mia spacciatrice di formaggi di bufala (e non):

Immag044

Ma quello di cui voglio parlarvi oggi è il pomodoro perduto.

Mea culpa, non conoscevo il pomodoro giallo d'inverno, da pendolo, finché non l'ho visto dallo stesso subdolo tentatore che mi vende i pendoli rossi.
Non potevo lasciarmelo sfuggire. Io, che rimpiango per tutto l'anno le insalate di pomodori, ignoravo colpevolmente l'esistenza di questi strepitosi pendoli che non appassiscono, restano identici, turgidi e sugosi, e soprattutto saporitissimi. Buoni da mangiare crudi ma, mi ha sussurrato complice il tentatore, anche da cuocere. Mi ha raccontato la favolosa historia di tempi remoti in cui i pomodori di serra non esistevano e queste gialle creaturine dominavano incontrastate le tavole invernali. In campagna, forse, perché io che pure non sono una pulzella qui in città non li ho visti mai.

Immag024

E per conquistarmi definitivamente, per ottenere una capitolazione completa, mi ha detto di provare i bucatini cacio, pepe e pomodorini suoi.

Detto fatto. Domenica alle dieci e trenta il pendolo era sul mio balcone e domenica sera alle otto il cacio e pepe col pomodoro perduto era sulla mia tavola. Ci tornerà spesso.

Bucatini cacio, pepe e pomodoro perduto

Per due persone:

una decina di pomodorini gialli del pendolo
abbondante pecorino grattugiato
uno spicchio d'aglio
olio buono, pepe nero, sale, basilico

Rosolare l'aglio tritato con l'olio, unire i pomodorini tagliati a metà e farli saltare brevemente.
Amalgamare il pecorino con un po' di acqua di cottura dei bucatini che starete cuocendo nel frattempo, usando una frusta e riducendolo a crema, fuori dal fuoco.
Saltare i bucatini nella padella coi pomodorini, poi aggiungere la crema di pecorino e mantecare. Profumare col basilico spezzettato e con una bella macinata di pepe.

martedì 24 febbraio 2009

Liwanzen boeme (Sacher 2: la vendetta)

liwanzen

Sì, il libro con le ricette del Caffè Sacher mi ha proprio stregata. Tanto che ho già deciso: la prossima volta che andrò in Austria comprerò l'apposita padella per liwanzen, giacché queste frittelline non dovrebbero avere questa forma (ottenuta mettendo un coppapasta nella padella e versandoci l'impasto dentro).

Le ho servite deviando dalla tradizione che le vorrebbe accompagnate da una composta di prugne e con un filo di caramello sopra.
Io ci ho messo della salsa sciropposa all'arancia e una pallina di gelato alla vaniglia. Anche queste sono quasi prive di zucchero, quindi l'accompagnamento è fondamentale.

Liwanzen boeme

20 g di burro fuso
5 g di lievito di birra (l'ho ridotto; nella ricetta originale ce n'erano 15)
20 g di zucchero
180 ml di latte a temperatura ambiente
130 g di farina setacciata
2 tuorli
2 albumi
semi di un baccello di vaniglia
scorza grattugiata di mezzo limone
un pizzico di sale
burro chiarificato per cuocere le frittelle
zucchero a velo per spolverare

Per la salsa all'arancia:

due arance non trattate
80 g di zucchero

Sciogliere il lievito con lo zucchero nel latte. Lasciarlo riposare per una ventina di minuti al caldo.
Amalgamare al composto di latte e lievito la farina setacciata, unirvi i tuorli, la vaniglia, la scorza di limone, il burro fuso e freddo, il sale. Lasciar lievitare in ambiente caldo fino almeno al raddoppio.
Montare gli albumi a neve a amalgamarli all'impasto.
Scaldare una noce di burro chiarificato in una padella. Appoggiare sul fondo della padella un coppapasta di sei centimetri di diametro e versarvi un mestolino di pastella. Far dorare e poi girare il coppapasta e dorare l'altro lato della frittella.
Servire le liwanzen calde, man mano che vengono cotte, irrorate con un po' di salsa all'arancia e spolverizzate con lo zucchero a velo. Se volete accompagnarle col gelato alla vaniglia, secondo me ci vanno a nozze.

Salsa all'arancia:
tagliare a julienne la buccia delle arance e sbollentarla per tre minuti. Sgocciolarla e asciugarla. Cuocere 80 g di zucchero con due decilitri di succo d'arancia sino ad ottenere un composto sciropposo. Spegnere il fuoco e unire le bucce sbollentate.

venerdì 20 febbraio 2009

Alcolizziamoci, ma con discrezione…

bavarese

Questa ricetta proviene da un corso che ho seguito anni fa sui dolci al bicchiere, tenuto dal Maestro Christian Beduschi.

Le sue ricette mi piacquero tutte, senza eccezioni. Questa è quella che replico più spesso, insieme ad un'altra, meravigliosa, che mi riprometto di pubblicare appena avrò la pazienza per rifarla, perché è più laboriosa.

Nella ricetta originale la gelatina è di sole fragole e viene usata come inserto, tra due strati di bavarese al prosecco. E inoltre il bicchiere viene completato con una composta di peperoni.

Di norma io faccio un quarto di questa dose, ma che io sia dannata se mi ricordo quanti bicchieri mi vengono fuori… :-(( Perciò non domandate: tenete pronta la vostra scorta di bicchierini, bicchieroni e bicchieruzzi e partite.

Bavarese al prosecco con gelée di frutti di bosco

Per la bavarese al prosecco:

Zucchero gr. 700
Tuorli gr. 400
Champagne o prosecco gr. 750
Gelatina gr. 40
Panna gr. 2000

Procedimento :
Amalgamare i tuorli con lo zucchero; aggiungere una piccola parte dello champagne, calda (meno del 10% del totale), e portare tutto a 82°.

Aggiungere la gelatina già ammorbidita in acqua fredda, unire il resto dello champagne, non scaldato, raffreddare velocemente quindi aggiungere la panna poco montata.


Per la gelée di frutti di bosco o fragole:

Purea di fragola gr. 1000
Zucchero gr.50
Gelatina gr 18

Procedimento :
Ammorbidire in acqua fredda la gelatina, scaldare una piccola parte (10% o meno) della polpa, sciogliervi dentro la gelatina, aggiungere lo zucchero ed infine il resto della polpa.

Per il biscotto alle mandorle leggero:

TPT alle mandorle gr. 600 (ovvero un miscuglio di 300 g di mandorle in farina e 300 di zucchero)
Uova gr. 250
Tuorli gr. 160
Farina gr. 240
Albumi gr. 550
Zucchero gr. 200

Procedimento :
Montare il TPT, le uova e i tuorli, unire la farina setacciata e alleggerire con gli albumi montati con lo zucchero. Cuocere in forno a 240°. Come per tutti i biscuit, testare la cottura appoggiando un dito sulla superficie: se la fossetta che si crea torna presto ad appianarsi, il biscuit è cotto.

Composizione del bicchiere:

Disporre prima nel bicchiere due o tre dita di bavarese allo champagne, poi un disco di biscotto. Abbattere di temperatura. Aggiungere l'inserto alla fragola. Abbattere. Infine versare il resto della bavarese.
Come vedete dalla foto, io ho messo la gelée in cima.

Note: questa bavarese è ottima anche abbinata ad una gelatina all'arancia, come quella che trovate nella ricetta della Sciuri sciuri.

Se usate una gelatina comune (tipo Paneangeli) e non professionale, riducete la dose.

La raccomandazione di Beduschi di scaldare una piccolissima parte sia dello champagne che della polpa di frutta la trovo fondamentale. Il gusto di entrambi gli ingredienti si modifica in cottura e il dolce perderebbe in freschezza e delicatezza.

Vi assicuro che il gusto alcolico è impercettibile.

lunedì 16 febbraio 2009

Dove tutto è cominciato

bucht1

L'Austria è un paese che amo. Vienna, Salisburgo (un gioiello), il mondo fatato del Salzkammergut, la natura di boschi e ruscelli, i vigneti, le abbazie… e la cucina. Certo, per i nostri stomaci mediterranei è una cucina molto ricca che a lungo andare prova la nostra resistenza. Ma una bella wiener schnitzel dorata, una di quelle favolose insalate di patate, un goulash fatto come si deve, una zwiebelrostbraten talvolta me li sogno di notte.
Per non parlare dei dolci, di quelle torte davvero imperiali affettate con una precisione assoluta, neanche usassero il laser. Ed è da quei dolci che è cominciata la mia passione per la pasticceria, io credo.
In alcuni dei viaggi più belli della mia vita ne ho assaggiato ogni giorno uno diverso. Deludendo alcuni, dirò che la Sacher non mi dice un granché. Ma ho cominciato a fare dolci per il desiderio di poter gustare anche a casa mia una Malakofftorte, una Esterhazytorte, una Dobos.
Per anni ho dato la caccia a qualsiasi libro che potesse soddisfare questo mio desiderio. Ma sventuratamente tutti quelli che trovavo erano, giustamente, in tedesco. Ho riprodotto la torta Malakoff abbastanza fedelmente modificando una ricetta trovata da qualche parte ormai troppi anni fa, per il resto ho continuato a cercare con scarsissimi risultati finché un giorno qualcuno (la Giunti) ha avuto la felicissima idea di pubblicare in italiano questo libro che avevo già adocchiato a Vienna:

2519027Come spesso accade, l'ho comprato e me ne sono dimenticata.
Finché pochi giorni fa si è ripresentato alla mia vista, ed è stata la fine.
Sto cucinando solo austriaco. Pollo alla paprika, spaetzle, liwanzen, e questi buchteln.

Sono dei dolcetti briosciosi di solito farciti con della marmellata di albicocche o serviti con marmellata calda.
Questa, più raffinata, è la versione di Sacher, senza marmellata e con della salsa inglese alla vaniglia. Mi è piaciuta tanto, anche se gli appassionati di buchteln ritengono che i migliori siano quelli del (miticissimo) Caffè Hawelka, un posto incredibile, immutato da decenni, ormai cadente, senza nulla del caffé elegante ma piuttosto un'aria alternativa d'antan, polverosa, quasi da socialismo reale, ma piena di fascino proprio per i vecchi divanetti di velluto ormai logoro, i bicchierini da caffé di vetro da poco prezzo, i tendaggi che hanno visto tempi migliori e i camerieri che in barba a tutta questa decadenza girano tra i tavoli in smoking. E se vi dico che tengo in esposizione sulla mia libreria un ritratto di Herr Leopold Hawelka, fondatore del locale, capirete che genere di devozione mi ispira quel posto.

46


Buchteln con salsa alla vaniglia

Per i buchteln:

100 ml di latte
250 g di farina setacciata
35 g di zucchero
5 g di lievito di birra (secondo la ricetta originale 10 g)
40 g di burro morbido
2 tuorli
un pizzico di sale
scorza grattugiata di mezzo limone
burro fuso
zucchero a velo

Per la salsa:

3 tuorli
150 ml di latte
125 ml di panna
60 g di zucchero
1/2 baccello di vaniglia aperto

Mescolare il latte (a temperatura ambiente o appena intiepidito) con il lievito e un terzo della farina. Spolverizzare il composto con poca farina, coprirlo e farlo gonfiare in luogo caldo.
Quando è gonfio, impastare con il resto della farina, lo zucchero, i tuorli, la scorza di limone e il sale, fino ad ottenere un impasto di media consistenza. Alla fine incorporare il burro morbido. Coprire e far lievitare almeno fino al raddoppio.
Stendere l'impasto a 2 cm di spessore. Con un coppapasta ritagliare dei dischetti di 6 cm di diametro e richiuderli a fagottino unendo i lembi. Spennellare ogni saccottino col burro fuso (bisognerebbe immergerli nel burro, ma a me è mancato il coraggio) e disporli in una teglia imburrata uno accanto all'altro, con la chiusura in basso.
Infornare a 180° per 20-30 minuti o finché non saranno dorati.

Staccare i buchteln l'uno dall'altro e spolverizzarli con lo zucchero a velo prima di servirli.

Per la salsa: portare ad ebollizione il latte con la vaniglia. Mescolare i tuorli con lo zucchero, incorporarvi a filo il latte bollente da cui avrete tolto il baccello di vaniglia e far cuocere la salsa a fuoco medio fino a quando comincia appena ad addensarsi. Raffreddarla rapidamente immergendo il pentolino in acqua e ghiaccio e continuando a mescolare. Unirvi infine la panna semimontata.

I buchteln sono pochissimo dolci, per questo richiedono l'accompagnamento della marmellata o di questa salsa. Veramente buoni con l'aggiunta di un po' di frutta fresca .

mercoledì 11 febbraio 2009

Il buono, il bello, il brutto, il cattivo

Immagine 005
E si ritorna. Ma con la sensazione che questo blog non sarà più lo stesso.
Il bello è che nel web chiunque ha una voce.
Il brutto è che poi tante voci sentono di non essere più rappresentate da nessuno negli spazi che contano, quelli del potere.
Il cattivo… ce n'è talmente tanto in giro che lo lascio alla vostra immaginazione.
Però stavolta non voglio distrarmi, non voglio abbassare la guardia. Mi piacerebbe che l'attenzione di tutti restasse desta. Vigile.
Torniamo alle nostre nugae (in altre parole, sciocchezze) ma non ci dimentichiamo che c'è tutto un mondo intorno, e in questo momento non è che giri tanto bene.

Il buono: la glassa è un sugo di carne napoletano che mi piace moltissimo. Ma non sapevo che esistesse una ricetta di ravioli napoletani con la glassa. L'ho scoperto su un bel libro che ho acquistato di recente: "Maccheroni", di Rossella Guarracino, edizioni Malvarosa. Non potevo lasciarmi sfuggire questa ricetta, ovvio.
La ricetta della glassa che riporto è quella della mia famiglia, la ricetta dei ravioli invece è tratta dal libro.
Glassa
Un lacerto (magatello, girello) di manzo da 600-700 g
Una grossa cipolla
Una grossa carota
Una costa di sedano
Un ciuffo di prezzemolo
Tre o quattro pomodorini del pendolo o freschi, o, in mancanza, un cucchiaio di concentrato di pomodoro
Vino bianco
Olio, sale, pepe
In una casseruola mettete il pezzo di carne intero, legato, l'olio e le verdure, tutte intere. Salate e portate la carne a cottura a fiamma bassa. Quando è quasi cotta, bagnate col vino, alzate la fiamma e fate evaporare. Togliete la carne dalla casseruola. Aggiungete il pepe al sugo e frullate tutto, sugo e verdure. Se necessario, fate restringere il sugo.
Se la carne, che mangerete a parte, non fosse rosolata, potete darle una rigirata in un tegame a fiamma alta.
Ravioli napoletani alla glassa
400 g di pasta all'uovo (che io ho preparato con le dosi classiche: 4 uova e 400 g di farina; ho abbondato perché faccio un grande spreco coi ritagli :-))
150 g di ricotta preferibilmente di bufala
250 g di fiordilatte
80 g di prosciutto crudo
30 g di parmigiano
un uovo
prezzemolo tritato
pepe,sale
sugo alla glassa
Setacciate la ricotta e amalgamatela con l'uovo, il parmigiano, il sale. Pepate e aggiungete il prezzemolo. Completate il ripieno con il prosciutto e il fiordilatte tagliati a dadini minuscoli. Fate riposare il ripieno in frigo per un paio d'ore.
Stendete la pasta (non troppo sottile, che questo è un raviolo napoletano e qui la sfoglia piace consistente), tagliate con un coppapasta dei dischi di 7 cm di diametro, disponetevi sopra dei mucchietti di ripieno e richiudete a mezzaluna sigillando bene i bordi.
Cuocete i ravioli al dente e conditeli con la glassa e del parmigiano grattugiato.
Immagine 008Avendo utilizzato tutto il sugo per condire i ravioli, ecco come ho servito la carne, che così al naturale, asciutta, non mi piaceva.
L'ho tagliata sottile e servita con della misticanza, capperi, un filo d'olio buono, erba cipollina e una salsina austriaca riveduta e corretta:
Salsa all'erba cipollina
Un uovo sodo
Una fetta di pan carré senza crosta
125 ml di latte
125 g di panna acida (o yogurt)
erba cipollina tagliuzzata
qualche goccia di succo di limone
sale, pepe bianco
Fate ammorbidire il pane nel latte, strizzatelo e frullatelo con tutti gli altri ingredienti, eccetto l'erba cipollina, che aggiungerete alla fine.

domenica 8 febbraio 2009

Vergognamoci per loro

Vignetta di Mauro Biani

C'era una volta Cuore, settimanale di resistenza umana, ai tempi belli diretto da Michele Serra.
C'era, in Cuore, una rubrica dal titolo "Vergognamoci per loro", e dall'esplicativo sottotitolo: "Servizio di pubblica utilità per chi non è in grado di vergognarsi da solo".
Ecco. Penso che quel servizio servirebbe davvero.
Io mi vergogno da tempo. Mi vergogno di essere italiana, di appartenere, volente o nolente, a questo paese. Mi vergogno dell'impotenza di fronte a certe prove di insensibilità, di arroganza, di fronte alla violenza brutale con la quale si affrontano questioni infinitamente delicate imponendo il proprio punto di vista su temi riguardo ai quali bisognerebbe avere il coraggio della comprensione. Del silenzio. Il gigantesco coraggio del rispetto.
Ma "rispetto" credo sia la parola più obsoleta del vocabolario.
Non voglio discutere le convinzioni che ciascuno ha il diritto di avere. Discuto però che ci si appigli a valori che si è ampiamente dimostrato di non possedere per farne un uso demagogico, populistico, e calpestare i sentimenti di una famiglia, di un padre al quale il giudice di ultima istanza ha già riconosciuto la ragione. Discuto l'accanimento crudele con il quale si sta facendo di questa vicenda un braccio di ferro, una prova di forza. Uno scandaloso tira-e-molla.
Discuto la strumentalizzazione disgustosa che si fa del caso umano per scardinare la Costituzione di questo paese, appena definita da quellollà "filosovietica". Le avrà mai dato una sbirciata? Ne dubito. Troppo impegnato a mandare a memoria il piano di rinascita nazionale di Licio Gelli.
Provo un disgusto totale, viscerale, per chi approfitta delle tragedie altrui per dimostrare che se ne fa un baffo della Cassazione, del Presidente della Repubblica, della Carta Costituzionale e pure di Montesquieu.
C'è chi parla di golpe strisciante. Ma a me pare che qui non strisci più. Mi pare che abbia già raggiunto la posizione eretta e che noi, tutti noi, assistiamo impotenti a una deriva così rapida e rovinosa che ci toglie il fiato e la forza di reagire.
Ma di che mi meraviglio, visto che in questi giorni avviene anche questo?
Ma sì: istituzionalizziamo le ronde padane. Priviamo gli immigrati clandestini del diritto alla salute e, di conseguenza, alla sopravvivenza. Schediamo le persone senza fissa dimora. Ma perché porre limiti alla provvidenza? Si possono schedare anche i gay, gli oppositori politici, i musulmani, gli ebrei... le potenzialità sono virtualmente infinite, le prospettive fulgide.
Avremo un paese ancora più incivile di quanto già sia.
E io non vedo speranze, da tempo. Da tempo sento che questo è un paese senza futuro.
Rimando a questo post, a un'iniziativa alla quale, se attuabile, aderirò.
Chi l'avrebbe detto che avrei rimpianto la DC? Rimpiango la Prima Repubblica. Rimpiango gente che avrà avuto un milione di peccati sulla coscienza ma aveva il senso delle Istituzioni e la decenza sufficiente a capire oltre quale limite non si doveva andare. Rimpiango Spadolini, Ugo La Malfa, Nenni. Oserei dire che rimpiango persino il CAF. Rimpiango un'Italia che si apriva ai diritti. Che andava verso il futuro. Con le battaglie, con dei travagli, ma procedeva.
Rimpiango gente che la Costituzione l'aveva redatta, e sapeva da quale passato venisse, quale fosse la sua ragion d'essere. Sapeva quanto preziosa fosse.
Mi dispiace per chi viene qui solo per sentir parlare di cucina. Ma questa è la casa di una persona, e una persona è tante cose. Tra le quali il disgusto, così totale che leva l'appetito e fa venire voglia soltanto di essere altrove. Quasi ovunque. Ma altrove.

P.S.: Grazie a Lo, a Fiordisale, a Stelladisale per i loro post. Un piccolo aiuto per sentirsi meno soli.

Aggiornamenti (due granelli di saggezza):
Napoli, 7 febbraio 2009. Il Presidente Napolitano fa il suo ingresso al Teatro San Carlo di Napoli: standing ovation del pubblico al grido di "viva la Costituzione italiana!".



Da L'amaca di Michele Serra ("La Repubblica", 8 febbraio 2009):
"Forse sono diventato ipersensibile, come chiunque, da anni, senta lo stesso vecchio chiodo piantarsi nella stessa vecchia ferita. Ma ogni volta che Berlusconi pronuncia anche una sola parola sulla famiglia Englaro mi sento umiliato dalla sua grossolanità morale. Al consueto effetto dell'elefante nel negozio di porcellane si aggiunge la totale incongruenza tra un argomento così alto e un livello cosi basso. Specie quando costui osa addentrarsi in dettagli - come dire - fisiologici, che riguardano un corpo inerte e lo strazio quasi ventennale di chi la veglia e la cura, mi si rivolta lo stomaco. Un argomento che anche i filosofi accostano con sorvegliatissima prudenza diventa, in bocca a lui, la ciancia superficiale di un importuno, per giunta dotato di poteri enormi, che in genere agli importuni non vengono affidati. In questi giorni siamo di fronte a un doloroso strappo istituzionale e costituzionale, ma forse perfino più dolorosi sono gli sgarri verbali che il premier si è concesso, blaterando di gravidanze e di "bell'aspetto". Chissà se, di fronte a questo osceno spettacolo, almeno qualcuno dei suoi elettori ha potuto aprire gli occhi. L'illusione è che esista una soglia oltre la quale finalmente la passione politica si fa da parte, e lascia il posto alla valutazione umana. Non posso credere che essere di destra, oggi in Italia, significhi rassegnarsi a essere rappresentati da uno di quella fatta".

giovedì 5 febbraio 2009

Due passi in paradiso (e poi via dal dietologo)

paradiso
Ci sono cose che hanno un'alchimia incomprensibile. Le provi una volta e non puoi più farne a meno. Diventano la consolazione per quando sei affranta e l'improvvisazione a cui ricorri quando ti va qualcosa di buono (e nei paraggi non c'è Ambrogio e men che meno Richard Gere).
Eccola qui, la mia calorica consolazione. Che poi in realtà se ne mangi solo una fetta mica ti ammazza. Il problema è che io devo vederne la fine. Devo aspirare fin l'ultima briciola dal piatto. Mea culpa, questo è il mio peccato: la torta paradiso.
Torta paradiso (ricetta dell'Etoile, tratta dal libro "Torte di una volta", edizioni Boscolo – Etoile)
Per uno stampo da 26 cm:
250 g di burro
310 g di zucchero a velo
110 g di tuorli
120 g di uova
160 g di farina "0"
160 g di fecola di patate
4 g di lievito per dolci
vaniglia
scorza di limone grattugiata (pochissima)
un pizzico di sale

Montare bene il burro morbido con lo zucchero a velo. Aggiungere a filo le uova e i tuorli (sbattuti insieme ma non montati), quindi, mescolando a mano, la farina setacciata con la fecola e il lievito, poi la vaniglia e il sale.
Versare nello stampo imburrato e infarinato e infornare a 190° per circa 40 minuti, o finché uno stuzzicadenti infilato nella torta sarà asciutto.
Lasciar intiepidire, sformare, far raffreddare e quindi spolverare con zucchero a velo.

E' sofficissima, profumata, deliziosa e non sa di lievito perché ne ha pochissimo. Che si può volere di più?

lunedì 2 febbraio 2009

Quattro salti (ma anche tre) in padella

pesto noci

Capita che il sabato io sia sempre di corsa e arrivi all'ora di pranzo trafelata e ignara di cosa ficcare in pentola. Allora mi guardo intorno smarrita nella cucina (lost in kitchen, proprio) e finisco per arrendermi allo spaghetto aglio e olio o allo scarpariello. Chiamiamola resa: lo scarpariello, per banale che sia, mi fa impazzire, perché in fondo, malgrado le malignità della mia socia Lydia, sono persona di gusti semplici che non disdegna la cucina creativa purché non inutilmente eccentrica, ma che ha tra i suoi piatti preferiti i tonnarelli cacio e pepe, i vermicelli burro e parmigiano, il pesto alla genovese, la gricia e che per una cosa come i pennoni lardo e patate potrebbe accondiscendere a compiere qualsiasi bassezza purché non fosse illegale ma soltanto immorale.
A proposito della mia socia: prima o poi dovrò chiederle in cosa mai siamo socie, visto che l'unica nostra impresa comune è abortita ancor prima di vedere la luce. Mah.
Capita, dicevo. Capita anche che però nella mia dispensa stazioni sempre della frutta secca, e così una volta tanto di sabato siamo sfuggiti al destino aglio-olio e in quattro e quattro otto ci siamo gustati questi bucatini. Mica chissà quale novità, eh?
Però ci vuole giusto il tempo per far bollire l'acqua e cuocere la pasta. Tutto qui.

Bucatini al pesto di noci

Per 4 persone:

320 g di bucatini
120 g di noci sgusciate
40 g di pinoli
70 g di pecorino toscano
uno spicchio d'aglio
prezzemolo
basilico
olio, sale, pepe nero

Mentre lessate la pasta mettete nel mixer le noci, i pinoli, il pecorino, l'aglio, 4-5 foglioline di basilico e altrettante di prezzemolo, il sale e abbondante olio, a filo, sufficiente ad ottenere una consistenza cremosa. Non frullate troppo: le noci non si devono polverizzare. Intiepidite la salsa ottenuta in una larga padella, aggiungete una macinata di pepe nero e mantecate i bucatini nella padella unendo un po' della loro acqua di cottura.