lunedì 27 luglio 2009

‘A monaca d’e trentatré

alici

Non conosco bene l’origine di questo modo di dire napoletano. Immagino abbia a che fare con le monache del cosiddetto convento delle Trentatré, così chiamato perché il numero delle suore era, appunto, limitato a trentatré. Ma il rapporto tra le monache in questione e il significato del detto ignoro quale sia.

“Me pare ‘a monaca d’e trentatré” si dice a una persona che scandisca con monotonia e insistenza il tempo (almeno, a me risulta così). Se state per uscire, per esempio, e vostro marito è là che vi stressa continuando a dire: “Sono le otto!”, “Sono le otto e un quarto!” e via importunando, potete dirgli (in italiano anziché in vernacolo): “Mi sembri la monaca delle trentatré”, e otterrete quantomeno di lasciarlo disorientato (e silente) per qualche minuto.

Qui a Ischia io ho la mia monaca delle trentatré, nella persona (si fa per dire) di uno stramaledetto campanile che batte il tempo ogni quarto d’ora. Con un semplice tocco? Non sia mai detto: lo fa con meticolosa precisione. Rintocchi gravi per le ore (e quindi, a mezzanotte e fino all’una ti becchi tutti i dodici rintocchi) e rintocchi acuti per i quarti d’ora. Il momento peggiore è, come potete immaginare, alle dodici e tre quarti.

Sì, va bene: durante il giorno nemmeno te ne accorgi. Ma che dire della notte? Soprattutto considerando che per qualche misteriosa ragione io qui ho difficoltà a prendere sonno. Le palpebre mi pesano ma, di fatto, mi addormento a volte alle tre, persino alle quattro del mattino. Questione di orientamento del letto? Di campi elettromagnetici? Di percentuale di ossigeno nell’aria? Ditemi qualsiasi cosa, ogni spiegazione può essere quella buona. Perché io so che riesco a dormire in auto, in treno, in albergo, a casa di amici; dal Manzanarre al Reno io dormo senza problemi, ma in questa casa, no. E ascoltare la monaca delle trentatré che ogni quarto d’ora mi comunica, appunto, che sono sveglia e siamo alle ore piccole, è un’angoscia.

Così l’altra notte, per tenere occupata la mente, ho pensato che avevo voglia di tzatziki. E di tempura. E ho messo insieme le due cose. Niente di elaborato, come vedete, ma è venuto fuori una sorta di finger food che potremmo definire fusion, in parte giapponese, in parte greco, in parte italiano e in parte pure britannico, giacché la ricetta della pastella per la tempura è di Jamie Oliver. Ce ne sono tante altre, ma a me questa piace.

Pomodorini ripieni di tzatziki con alici in tempura

Una quindicina di pomodorini ciliegia
250 g di alici fresche eviscerate e private della testa (meglio se piccole)
1 vasetto di yogurt greco (150 g)
mezzo cetriolo grande
un grosso spicchio d’aglio
menta o origano
olio
sale

Per la tempura:
100 g di farina 00
50 g di farina di mais
acqua gassata ghiacciata

Grattugiate il cetriolo con la grattugia a fori grossi dopo averlo pelato e privato dei semi; mettetelo in un colino spolverizzandolo con poco sale (giacché grattugiato non potrete risciacquarlo) e lasciategli perdere l’acqua schiacciandolo con un peso per una mezz’ora.
Strizzatelo bene tra le mani per eliminare il liquido rimanente e mescolatelo con lo yogurt, l’aglio sminuzzato finissimamente e le erbe anch’esse tritatissime. Aggiungete olio (dovrebbe andar bene un cucchiaio), regolate di sale.

Tagliate le calotte ai pomodorini, svuotateli e farciteli con lo tzatziki.
Mescolate la farina con la farina di mais, allungatela con l’acqua gelata fino ad ottenere una crema, ma senza amalgamare troppo (devono rimanere dei grumi).
Passate le alici nella pastella ottenuta e friggetele in olio profondo in una casseruola dai bordi alti e dal fondo spesso, cuocendone solo un paio per volta.
Appoggiate le alici sui pomodorini farciti.
Naturalmente vanno serviti man mano che le alici vengono fritte, altrimenti perderanno croccantezza.

Lo tzatziki rinfresca e alleggerisce il fritto. Per me si accompagna alla grande a qualsiasi frittura.

12 commenti:

  1. Ho insegnato questo detto al mio collega, che ha un proverbio napoletano per ogni occasione: questo e' un vero evento!!!

    Devo provare al piu' presto la cottura in tempura, in quanto allo tzaziki mi sa che me lo faccio stasera se i cetrioli baresi sono sopravvissuti in frigo, e dell'accoppiata posso dire solo che la proverei anche ora, al posto del caffe'!!

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  2. Giò, pur essendo andata a fare visita alle monache delle trantrè, non conoscevo questo detto.
    Comunque hai sbagliato blog, questa ricetta andava messa su tzatziki dove non c'è la ricetta dello tzatziki

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  3. Bellissima storia!
    Tu pensa che quando sono venuta a vivere in questa casa (giugno 1992), c'erano conigli, galline, e quel che è peggio, galli inselvatichiti che gironzolavano per strada al limitare del giardino pubblico davanti alla mia palazzina e di notte i galli e le galline dormivano appollaiati sugli alberi.
    I conigli sono spariti nel giro di due mesi dopo il trasloco (alcuni vicini sospettano ancora una famiglia di portoghesi che all'epoca abitava sul mio stesso piano), ma ci sono state lotte a botte di ingiunzioni di avvocati tra certi miei vicini e quelli della circoscrizione per far portar via non tanto le galline, che coccodeano solo di mattina, ma i galli, che a tutte le ore del giorno e purtroppo della notte, non appena passava qualcuno per strada o se solo gli girava, non facevano altro che fare gare di chicchirichì che la metà bastava. E alcuni erano pure svociati o stonati...
    Tutti i miei ospiti passavano le prime nottate insonni, io ci avevo ormai fatto l'abitudine e non li sentivo più.
    Comunque hanno vinto i vicini e hanno tolto sia le galline (che in primavera facevano i pulcini ed era carino vederle gironzolare sul marciapiede) che i galli.
    Anche l'airone cinerino quest'anno è sparito, ma di quello non mi lamento: si pappava i pulcini o i passeri e il suo grido è proprio brutto.
    E grazie per la ricettina...

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  4. Pur essendo partenopeo questa proprio non la sapevo...
    Lo tzaziki in questo periodo è invece quasi fisso nel mio frigo, lo accompagno a qualsiasi verdura o insalata di pomodorini...ma le alici in tempura mi mancano.
    Provvederò :-)
    Alla prox e buona giornata

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  5. Un'altra idea, la tempura con la farina di mais...
    Io son tanto monaca d'e trentatré la mattina quando devo costringere il futuro marito ad alzarsi, una vera fatica...

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  6. Che vergogna! Una napoletana come me che non aveva mai sentito questo proverbio.Meno male che neppure Lydia lo conosceva!Può darsi che nasca dal fatto che queste monache,come i frati trappisti, si ripetessero,ogni mezz'ora, "fratello,ricordati che devi morire"? Quanto agli orologi molesti, quando ero al vecchio dipartimento,anche io ero afflitta dall'orologio sullo scalone della Minerva,che scandiva i quarti nello stesso modo. Ti dirò che non lo sentivo più, lo avevo scotomizzato. Certo non ci dormivo e, anche quando passavo la notte lì,ero impegnata con gli esperimenti,quindi avevo altro a cui pensare. Mariella

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  7. Che buoni questi pomodoriiii!!!!
    Con quelle alicette fritte così stuzzicanti!!!
    Buone ferieeeeee!!!!!!!!!

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  8. Anch'io penso hai sbagliato blog ;-). Cha accoppiata pero', mi fa una voglia!

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  9. E' curioso che nessuno conosca questo modo di dire. Lieta di avervi aperto nuovi orizzonti ;-)

    @Mariella, pensavo anch'io a qualcosa del genere. Ho cercato informazioni ma non ne ho trovate. Boh!

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  10. Se mi è consentita una pillola di "sapienza" volevo spiegarti la vera origine del detto 'E monache d'e trentatrè.-
    In realtà è piuttosto banale: il convento di clausura delle monache in questione si trovava (si trova) in Via della Sapienza al civico 33(zona Tribunali - Ospedali Incurabili)....Ho trascorso la mia infanzia nella zona.-
    Da non perdere,forse a maggio dei monumenti è visitabile,la Cappella scolpita in legno.-
    Alle monache del 33 si deve l'invenzione, per restare in ambito gastronomico, dei biscottini detti "sesamelli" a base di farina,miele,mandorle, canditi e pisto.-
    Sono un appassionato di cucina, il sito non é male, qualche ideuzza c'é, penso che ci rivedremo.-
    Salvatore

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  11. ..per completezza aggiungo che i biscotti di cui ti dicevo, i "sesamelli" appunto,vengono chiamati anche "sapienze"
    Salvatore

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